La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 15 maggio 2017

Uscire dalla crisi e sconfiggere i neoliberisti attuando la Costituzione

di Paolo Maddalena
1. – L’orizzonte culturale in cui viviamo.
E’ diffusa nell’immaginario collettivo l’idea che la nostra epoca è caratterizzata dalla “globalizzazione”,  ma si tratta di una idea ancora confusa e imprecisa, alla quale, tuttavia, si attribuisce un senso di necessarietà e quasi di fatalismo: essa è concepita come un “dato” indiscutibile intorno al quale dovrebbe ridisegnarsi la nuova struttura dell’economia e, in ultima analisi, delle società nelle quali viviamo. Vedremo tra poco di cosa in realtà si tratta. Ma intanto appare utile precisare che molti neoliberisti sostenitori della globalizzazione sono ora scettici sui suoi vantaggi e che lo stesso premio Nobel per l’economia, Stiglitz, uno dei primi sostenitori di questa nuova visione del mondo, ha riveduto e capovolto il suo pensiero, ponendo bene in chiaro che la globalizzazione è stata considerata in una prospettiva errata e che i danni sociali ed economici che questa ha prodotto, specie sotto il profilo della “disoccupazione”, sono pesanti e insostenibili per lo stesso nostro vivere civile.
Il problema è talmente grave ed importante che deve essere studiato nelle sue radici: si tratta in effetti di porre come oggetto di riflessione un vero e proprio “cambiamento epocale”, che ha travolto il nostro tradizionale modo di pensare e ci ha proiettati in una direzione tutt’altro che definita. La facilità delle telecomunicazioni, degli spostamenti da un luogo ad un altro, dell’essere informati in tempo reale di qualsiasi cosa accada anche nei posti più remoti del mondo, hanno offuscato lo stesso concetto di “confine”, che sinora aveva costituito, per così dire, anche lo spazio di dominio dei nostri convincimenti e delle nostre aspirazioni, per cui lo stato d’animo oggi imperante è quello di un totale “smarrimento”, nel quale tutto appare possibile e nel contempo difficile da raggiungere, poiché se è vero che la tecnologia ha fatto passi da giganti e l’orizzonte del sapere umano si è profondamente allargato, è anche vero che il nostro campo di affermazione rimane limitato dalle nostre reali capacità. 
A questo punto, sembra che l’uomo si sia ripiegato su se medesimo e che, preso atto della propria incapacità di governare se stesso e ciò che lo circonda, cominci a disinteressarsi anche del quotidiano, di quanto accade in politica, nell’economia e nel sociale, ritenendo che il bello e il buono coincida con il “nuovo”, anche se questo nuovo appare, ad una attenta riflessione, come un scatola vuota, che lascia, ovviamente, il vuoto in chi la percepisce. E’ per questo che in filosofia si parla di “pensiero debole”, in diritto si parla di “diritto debole” e nelle comunicazioni prevale, per così dire, la “rappresentazione debole”, declinato poi in “teatrino”, quando si parla di politica. In sostanza, assistiamo ad una “fuga dal concreto verso l’astratto” e persino in economia, la più concreta delle realtà, si è tramutato lo “scambio reale di beni e servizi” in “scommesse” che comportano per il vincitore l’acquisto, non di un bene reale, ma di taluni diritti astratti, che altro non sono, come ricorda il Gallino, delle “promesse di beni”. Basti pensare alla “cartolarizzazione dei diritti di credito”, alla “cartolarizzazione degli immobili pubblici da vendere”, ai “derivati”, ai “project bond” e al tre simili fantasticherie, delle quali in seguito parleremo.
In questo strato di cose, è ovvio che si dilegua lo stesso “concetto di Stato” e che al posto dello Stato assume sempre maggiore potere la “finanza”, e cioè le “multinazionali”, che sovente provengono dalla “fusione” di più imprese, e le “banche”, le quali si sono quasi completamente sostituite allo Stato nella “creazione del danaro dal nulla”. La prospettiva è, così, quella di un mondo nel quale la “sovranità” spetta al “mercato”, cioè all’azione delle summenzionate multinazionali e banche, mentre principio costituzionale inderogabile diventa Il “pareggio di bilancio” e l’uomo, se non riesce ad essere “auto imprenditore”, non può altrimenti essere concepito se non come “uomo merce”, il cui lavoro, ovviamente, deve costare il minimo possibile, con buona pace di quanto dispongono i vigenti articoli 4, 36 e 38 della Costituzione.

2. - La Comunità politica nella Storia: proprietà privata e proprietà collettiva. 
Volendo indagare a fondo la situazione nella quale versano le nostre società sotto gli aspetti ordinamentale ed economico, è indispensabile volgere per un momento l’occhio al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della “Comunità politica” o “Stato”, che dir si voglia.
Quando esisteva soltanto l’“uomo branco” (pochi individui che vivevano di caccia e combattevano altri pochi individui), non si poteva parlare di civiltà e tanto meno di economia. La civiltà, nessuno può negarlo, nasce circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su terreni delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime “città-Stato”.
E’ molto importante sottolineare che la creazione di queste Comunità dette luogo al nascere di tre fondamentali concetti giuridici, che tuttora si ricordano a proposito della costituzione degli Stati; il “Popolo”, il “territorio”, la “sovranità”. 
Il “Popolo” è costituito dall’aggregato umano che si riconosce come aggregato unitario e permanente nel tempo, ritenendo inoltre (e questo è un dato di grandissima importanza) che ciascun individuo, cioè ciascun cittadino, è da considerare “parte” dell’intera Comunità, con la conseguenza che il singolo può agire in giudizio, nello stesso momento, per sé e per l’intera popolazione, senza far ricorso al concetto di “rappresentanza”. Si ricordi, come del resto è noto, che gli antichi Romani usavano “l’actio popularis”, una azione giudiziaria che tutelava sia gli interessi del singolo, sia gli interessi di tutti, e potevano chiedere al Praetor anche un “interdictum populare”, un provvedimento d’urgenza che poteva essere “prohibitorium” o “restitutorium”, e che giovava nello stesso tempo al singolo e all’intera Comunità.
Il “territorio” è costituito dai terreni compresi entro i confini della città ed è “proprietà collettiva” del Popolo. La denominazione territorio viene da due parole: terrae torus, letto di terra, ed esprime bene di qual natura era considerato il rapporto di proprietà collettiva tra il popolo e il territorio, un rapporto di cura e di tutela (analogo a quello che si ha per il proprio letto), poiché è sul territorio che si dorme, si vive e si agisce, ed è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza. E’ di grande utilità, peraltro, porre in evidenza che, nelle visuali più moderne e avanzate, il territorio è considerato nel suo aspetto dinamico ed onnicomprensivo e comprende, non solo il suolo, come ci si era abituati a pensare, ma tutto ciò che esiste sul suolo e nel sottosuolo, nonché tutte le attività, agricole, industriali, edilizie, ecc., compreso i servizi che sul territorio si svolgono. E’ a questa concezione del territorio che faremo riferimento nel seguito della trattazione.
La “sovranità” è la somma dei poteri necessari a dettare le regole del vivere civile (la parola “civile” viene da “civitas”, “civis”), e cioè l’”ordinamento giuridico”. Essa, a Roma, benché esistesse il rex, è appartenuta, sin dalle origini, al Popolo e precisamente ai “Patres familiarum”, mentre il re era soltanto colui che dichiarava a tutti le decisioni adottate dai Patres. Il nome di lex, legge, proviene da “lego”, che significa “dire”. E’ importante ricordare che a Roma, come ha da tempo dimostrato il Niebuhr, la “proprietà collettiva” ha preceduto di gran lunga la “proprietà privata”, le cui origini risalgono al “dominium ex iure Quiritium”, che vide la luce, dopo una lunga e tormentata riflessione giurisprudenziale, solo agli albori del primo secolo a. C. E’ da sottolineare inoltre che una vaga forma di proprietà privata, chiamata “mancipium”, si ottenne nella Roma arcaica con la “divisio” dell’“ager publicus” da parte del Re Numa Pompilio, che conferì ai Patres familias una parte minima (si trattò di due iugeri a testa, e cioè di circa mezzo ettaro) dell’intero territorio romano. Molto più consistenti assegnazioni di terra, avvennero tuttavia a partire dal V secolo a. C. a seguito delle conquiste man mano maturatesi, assegnazioni che venivano effettuate con il cerimoniale della “divisio et adsignatio agrorum” e dopo l’approvazione di una “lex centuriata” o di un “plebiscitum”. Il che conferma molto significativamente che il territorio apparteneva al Popolo e che per le “cessioni” ai privati, occorreva una espressa dichiarazione di volontà del Popolo stesso. Si deve soggiungere che nell’antica Roma i beni immobili, oggetto di quel potere indifferenziato detto “mancipium”, raramente erano messi in commercio tramite la cosiddetta “mancipatio”, e che commerciabili erano normalmente le “res nec mancipi”, le cose mobili che non erano oggetto di “mancipium”, ma semplicemente di “possessio”, per cui erano trasferibili mediante la “traditio”, cioè la “consegna” dell’oggetto stesso. Resta il fatto, comunque, che lo scambio dei beni mobili, sia pure in forma limitata, sorse con lo stesso sorgere della Comunità politica e nella primitiva forma del baratto, che spesso avveniva dando in cambio di una cosa una pecora, da cui il nome di “pecunia” con il quale fu poi denominato il danaro. 
I tre elementi di cui si compone la Comunità politica, come agevolmente si nota, sono strettamente interconnessi e questa “interconnessione” è indispensabile per il regolare svolgersi della vita civile. Si pensi, in proposito, che la stessa “appartenenza” del “territorio” rientra nel contenuto della “sovranità”, per cui il Popolo, che è “sovrano”, è anche il “proprietario collettivo” del territorio. Questo collegamento tra titolare della sovranità e territorio si è mantenuto nei secoli, considerato che nel medio evo, quando la sovranità si spostò dal Popolo al Sovrano, anche il territorio divenne “bene patrimoniale” del sovrano e si distinse tra un “dominium utile” del coltivatore diretto e un “dominium eminens” del Sovrano, il quale riacquistava la piena proprietà del bene qualora venisse meno il dominio utile dell’agricoltore. Il rapporto sovranità-territorio venne meno con la riforma restauratrice di Napoleone, che affidò la compilazione del code civil del 1804 al Tomalis, il quale diresse i lavori secondo il principio “l’imperio al Sovrano, la proprietà ai privati”. Fu un gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di “proprietà privata” ebbe il sopravvento sulla “proprietà collettiva” del Popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente. La nostra Costituzione, tuttavia, ha riportato il territorio nel dominio del Popolo, statuendo che “la proprietà è pubblica e privata” (ci sono cioè due forme di proprietà: una che appartiene soltanto al Popolo, la “proprietà collettiva demaniale”, e l’altra che può appartenere indistintamente allo Stato a enti o a privati, la “proprietà privata”, come precisa il primo comma dell’art. 42 Cost.). E che la proprietà privata derivi per “cessione” da parte del Popolo di appezzamenti di “proprietà collettiva” è dimostrato dal secondo comma dello stesso art. 42 Cost., secondo il quale “la proprietà privata …. È riconosciuta e garantita dalla legge (cioè dalla volontà del Popolo), allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: in sostanza, si cede la proprietà privata a condizione che sia mantenuta la “funzione sociale del bene”, con l’ineliminabile conseguenza che il mancato adempimento di questo che il Pugliatti considerava un vero e proprio “ufficio” (il che si verifica con il licenziamento degli operai, la delocalizzazione, ecc.), fa venir meno anche la tutela giuridica della stessa proprietà privata e il bene torna da dove era venuto, cioè nella proprietà collettiva del Popolo sovrano.
Insomma la nostra vigente Costituzione repubblicana pone il principio fondamentale secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti, secondo il principio già enunciato da Ermogeniano (D. 1. 5. 2) secondo il quale “hominum causa omne ius constitutum est”, tutto il diritto, e cioè l’ordinamento giuridico posto in essere dal titolare della sovranità, deve servire al bene comune di tutti gli uomini.
E fondamentale appare a questo proposito la distinzione di cui parla Gaio (Gai Inst. “2. 11) tra le cose in commercio e quelle extra commercio: “Quae publice sunt, nullius videntur in bonis esse: ipsius enim universitatis esse creduntur. Privatae sunt quae singulorum hominum sunt”, le cose che sono pubbliche appartengono a tutti, quelle private appartengono ai singoli. Ed è imbarazzante dover ricordare che ancor oggi si continua a credere nell’autonoma categoria delle “res nullius”, concetto del tutto estraneo al pensiero gaiano, il quale, esprimendo la concretezza del pensiero giuridico dei giureconsulti del tempo, certamente non poteva pensare che una cosa “appartenesse a nessuno”!
Il prevalere dell’interesse privato su quello generale ha ristretto di molto, come tutti sanno, il concetto di proprietà pubblica, identificata oramai con la sola “proprietà collettiva demaniale”, la quale, proprio per essere nella proprietà di tutti è “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, anche se un decreto legislativo, sicuramente incostituzionale, il decreto n. 85 del 28 maggio 2010, denominato “federalismo demaniale”, prevede, addirittura, l’alienabilità anche dei demani idrico, marittimo, minerario e culturale.
Questa fugace storia della “Comunità politica”, e in sostanza dell’evoluzione della nostra civiltà, pone in evidenza che, per un verso, l’economia sorge con il sorgere della stessa Comunità politica, e, per altro verso, che il “diritto” ha sempre prevalso sulla “economia”, fino al punto di distinguere i beni in commercio da quelli fuori commercio, dai beni cioè che assicurano per loro natura il soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo e che oggi sono denominati “beni demaniali”. Ed è da sottolineare a questo riguardo che i Giureconsulti Romani erano arrivati anche a indicare i beni comuni più importanti. Ce ne dà notizia Marciano, giurista del terzo secolo dopo Cristo, affermando “Et quidem naturali iure omnium communis sunt illa: aer, aqua profluens, et mare, et per hoc litora maris” (D: 1. 8. 2. 1). Sono “beni comuni”, cioè sono beni in proprietà collettiva “naturale” di tutti gli uomini: l’aria, l’acqua corrente, il mare e i lidi del mare”. E si ricordi che la parola “communis” significa “cum” “munus”, e che quest’ultima parola ha due significati: quello di “funzione doverosa” e quella di “dono”, per cui si può dire che è “comune” la cosa che, appartenendo gratuitamente a tutti, è doverosamente usata e scambiata da parte di tutti in modo che possa assicurarsi il pari uso da parte di ciascuno: in sostanza, “un dono che si scambia”.
Per quanto poi riguarda i “beni commerciabili”, posto che il “benessere dell’uomo” costituisce il fondamentale fine da perseguire, vengono in rilievo, sia il Popolo, sia il Territorio, o, se si preferisce, le “risorse della terra” da un lato, e il “lavoro dell’uomo” dall’altro. Si tratta dei due fondamentali “fattori produttivi” sui quali si fonda “l’economia reale” e, quindi, il progresso della società. Ed è da rimarcare che fra di loro c’è un legame inestricabile per cui non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro. 
Come presto vedremo, parlando in puri termini costituzionali, non è possibile tutelare il “diritto al lavoro”, se prima non si pongono “limiti” alla “libertà economica” e al “diritto di proprietà privata”. 
Non sfugge, infatti che se questi ultimi sono illimitati, il diritto al lavoro, come del resto è avvenuto, diventa indifendibile sul piano giuridico.

3– La moneta nella Storia e al giorno d’oggi.
Sorge in evidenza, a questo punto, la rilevanza del “commercio”, e quindi della “moneta”, la quale è conosciuta sin dall’antichità, ma non ha mai avuto tanta importanza come oggi, di fronte al fenomeno della “finanziarizzazione dei mercati” e alla necessità, da più parti proclamata, di un ritorno all’”economia reale”.
La moneta è un “mezzo di scambio” dei “beni economici” (cioè commerciabili) “reali” e non importa se ha un valore intrinseco, come le monete di oro o di argento, o è priva di tale valore, come è la moneta cartacea o, come si usa oggi, un “bip” sul computer. Essa è sostanzialmente una “convenzione”, e quello che conta è che tale convenzione sia accettata da tutti, come avviene nel caso delle monete cartacee a corso legale, per le quali si parla, come avverte Gallino, di “moneta piena”, proprio perché si tratta di una moneta accettata da chiunque. Seguendo lo stesso principio, si possano avere anche monete cosiddette “parallele” o “complementari”, le quali presuppongono l’individuazione di un certo numero di aderenti che accettino convenzionalmente il loro l’impiego.
Quello che più interessa, comunque, è che la moneta costituisca il corrispettivo della reale ricchezza nazionale ad essa sottostante, e sia di una quantità sufficiente per soddisfare le esigenze del commercio. Ed è questo il compito fondamentale delle banche Centrali, alle quali è affidata, per l’appunto, la delicata funzione di mantenere un fermo equilibrio tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione, in modo da tenere a bada, usando la cosiddetta “leva monetaria”, il grave e dannoso effetto dell’l’inflazione, e di favorire al tempo stesso l’espansione della ricchezza nazionale attraverso consumi, investimenti e spesa pubblica.
E’ da porre nel dovuto risalto, a questo punto, che la moneta dovrebbe essere emessa direttamente dallo Stato o dalla Banca centrale per conto dello Stato (e non presa a prestito dalla BCE), e che essa, in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del Popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini, secondo il fondamentale principio di eguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, secondo il quale “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

4. – Il “sistema economico finanziario”. Il pensiero neoliberista e quello Keynesiano. Il meccanismo per l’attuazione del pensiero neoliberista e la finanziarizzazione dei mercati.
Il “sistema economico” perfettamente aderente al descritto concetto di “Comunità politica”, nella quale svolgono un ruolo rilevantissimo le “risorse della terra” e il “lavoro dell’uomo”, è, come agevolmente si nota, un “sistema economico reale”, che implica uno stretto legame tra “beni reali” e “moneta”. Questo sistema, che definiremmo “naturale”, a seguito di una tenace, lunga ed attendista campagna del pensiero neoliberista, si è tragicamente alterato, a partire dagli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, facendo venir meno l’idea valoriale dei fattori della produzione, e, di conseguenza, anche quell’indispensabile “equilibrio” tra merci e danaro circolante. Si è verificata così, da un lato la tendenziale svalutazione del concetto stesso di Stato nazionale o federale, e dall’altro lato si è concesso ampio spazio alla “finanziarizzazione” dei mercati, e cioè a un processo di trasformazione del “sistema economico” nel quale gli aspetti “produttivi” sono trascurati a favore di quelli “finanziari”. In realtà si è guardato al “capitale”, non più come a un insieme di “beni reali”, ma come ad un “accumulo di danaro”, non importa se “reale” o se “fittizio”, che consente in ogni tempo, ed in virtù di apposite disposizioni di legge, di acquistare altri beni reali o fittizi che siano. Si tratta di un macroscopico stravolgimento, che, pone in primo piano la “speculazione finanziaria”, pienamente ammessa nel libero mercato, e che, da un lato porta all’arricchimento di pochi, e dall’altro all’impoverimento di tutti. 
Sul piano strettamente monetario, ne è scaturito che il “danaro” non è, nella sua più intima essenza, semplicemente un mezzo di scambio, ma, come afferma Gallino, “la promessa di un valore”, una sorta di “diritto di prelievo” dalla ricchezza esistente. Si è così passati, ed è triste sottolinearlo, da un “sistema economico produttivo” ad un “sistema economico predatorio”, che non produce più ricchezza per tutti (si produce sempre meno), ma miseria per molti.
Tutto questo, come si accennava, è conseguenza dell’affermazione del pensiero “neoliberista”, divenuto il “pensiero unico dominante”, come per primo ha affermato Ignacio Ramonet.Scardinare questo pensiero, al fine di ricostruire un sistema economico produttivo di stampo keynesiano, fondato sui dati della realtà, non è cosa facile, poiché i detentori attuali dei grandi capitali, e quindi del potere, hanno il monopolio delle comunicazioni ed è molto arduo pensare di poter penetrare nell’immaginario collettivo prescindendo dai mezzi di comunicazione di massa. Ciò non ostante, non è dubbio che la “verità” va accertata e proclamata, poiché, come è noto, le idee, prima o poi, riescono comunque a diffondersi tra la gente.
Quello che deve essere chiaro è, comunque, che prima dell’azione, come affermava, Mazzini, c’è sempre un pensiero, e che in economia ci sono due pensieri fondamentali che si contendono il campo: il pensiero di Jon Maynard Keynes, espresso principalmente nella sua opera “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” del 1936, e quello dei cosiddetti neoliberisti, che hanno avuto i loro più spinti sostenitori in Friedrich Hayek e in Milton Friedman, la cui opera, “Storia della moneta americana dal 1867 al 1960”, uscito nel 1958, ha fatto colpo su Pinochet, il quale ha privatizzato il Cile, rendendolo un Paese poverissimo, la Thatcher, che ha privatizzato il Regno Unito, Reagan, e subito dopo Clinton, che hanno privatizzato gli Stati Uniti, tutti perseguendo l’effetto altamente pregiudizievole per l’economia reale di arricchire chi è già ricco, aumentando drasticamente il divario tra ricchi e poveri.
Secondo Keynes, per superare la crisi, è necessario un “intervento statale” (e cioè del Popolo considerato nel suo complesso) che si concreti nella realizzazione di opere di pubblica utilità, che non producano merci da collocare sul mercato, in modo che, distribuendo danaro su una vasta platea di lavoratori, questi possano recarsi ai negozi per acquistare merci, i negozi siano spinti a chiedere prodotti alle imprese e queste ultime trovino conveniente assumere lavoratori per produrre le merci richieste, dando così luogo a un circolo virtuoso capace effettivamente di far muovere l’economia. 
“Intervento statale” (e cioè del Popolo) e “redistribuzione della ricchezza” appaiono, dunque, come i capisaldi di questa teoria. I neoliberisti, al contrario, sostengono la necessità dell’”accentramento della ricchezza” nelle mani di pochi, “annientando del tutto l’intervento dello Stato nell’economia”. A loro avviso, “il popolo”, cioè l’insieme dei cittadini considerati come una unità organica, non ha alcun rilievo, come non ha rilievo, e lo si è già accennato, la stessa “Comunità politica”, ed occorre far leva “sull’individuo”, che deve essere “auto imprenditore”, altrimenti diventa “merce”, il cui costo deve essere il minimo possibile. 
Gli Stati nazionali e le Federazioni di Stati non devono più occuparsi degli interessi del Popolo, ma eseguire le leggi imposte dalla “sovranità dei mercati”, prima fra tutte la “libertà di impresa” unitamente alla “forte competitività” (alla quale fa esplicito riferimento il Trattato di Lisbona). L’idea di fondo del neoliberismo è che esiste nel mercato “una mano invisibile” in virtù della quale tutto trova automaticamente il suo equilibrio. Altro postulato del neoliberismo è la fede assoluta nella “crescita infinita” (dato clamorosamente smentita dal fatto che il mondo è “finito”, come rileva Papa Francesco), mentre, d’altro canto, molta importanza riveste” l’accumulo del danaro”, cui poco sopra si accennava, il quale, peraltro, può essere prodotto, non solo dalla crescita economica, ma (ed è questo l’assurdo) dal danaro stesso.
La storia del secondo dopo guerra ha dimostrato con i fatti quanto sia valida e conforme a natura la prima teoria e quanto sia illogica e contro natura la seconda. 
Se, solo per un momento, si guarda all’Italia nei primi trenta anni del secondo dopo guerra, si nota agevolmente che “l’intervento dello Stato” nell’economia, insieme con l’”iniziativa privata”, è stata la molla che ha prodotto il cosiddetto “miracolo economico italiano”, divenendo l’Italia la quinta potenza economica mondiale. Viceversa, il cambio di marcia, ispirato dalle idee neoliberiste (le stesse che avevano dato origine al processo di globalizzazione), verificatosi a seguito della lettera in data 12 febbraio 1981, con la quale Andreatta (con l’intento di frenare l’inflazione dovuta alla stampa di moneta eccessiva) scrisse a Ciampi, Governatore della Banca d’Italia, che quest’ultima era sollevata dall’obbligo di acquistare i buoni del Tesoro rimasti invenduti, ha provocato i seguenti dannosissimi effetti: ha costretto a rivolgersi al mercato generale e a porsi nelle mani della speculazione finanziaria(il che ha prodotto un aumento vertiginoso dei tassi di interesse), ha provocato un fortissimo aumento del debito pubblico (con picchi mai verificatisi in passato) e ha posto le premesse per una spirale recessiva strutturale dell’intera economia, che perdura ancor oggi e che ha pessime prospettive per il futuro anche molto prossimo.
La globalizzazione, e cioè la fusione a livello mondiale di capitali e di imprese (si pensi alle multinazionali e alle grandi banche), e l’espansione generalizzata della “disoccupazione”, hanno fatto il resto, e ci troviamo ora in quella che può definirsi “la fase finale” dell’attuazione del neoliberismo.
Si può affermare, tenendo presente quanto è effettivamente accaduto, che il pensiero neoliberista ha inventato, per raggiungere i suoi scopi, un vero e proprio “meccanismo” economico-finanziario, il quale prevede alcuni strumenti fondamentali, tra i quali spiccano: la creazione del danaro dal nulla da parte di soggetti privati ed organismi internazionali, le privatizzazioni unitamente alle liberalizzazioni e infine le svendite.
Dopo aver influenzato l’immaginario collettivo con la falsa idea della “crescita infinita”, idea, come si è visto, di per sé inaccettabile, poiché le risorse della Terra sono “finite”, e dopo aver spinto le popolazioni al consumismo e all’indebitamento, la finanza ha avuto un primo “colpo di genio”, come lo definisce Gallino: ha inventato la “creazione del danaro dal nulla”. Si sa che da tempo le banche, concedendo crediti, di fatto “creano danaro”. Questo fenomeno, se contenuto nei limiti temporali e quantitativi fondati sulla fiducia che i clienti hanno nella singola banca, può ritenersi fisiologico ed anzi utile ai fini del commercio. Sennonché, oggi se ne fa un uso abnorme, creando danaro dal nulla in una quantità tale da mettere a rischio la stabilità economica della banca stessa e la fiducia dei creditori, ed esponendo la Collettività al correlativo rischio di enormi esborsi per il suo salvataggio. Ma vediamo più da vicino di cosa si tratta. Il Sig. Bianchi che riceve un mutuo da pagare a rate per lungo tempo, viene immediatamente in possesso di una rilevante somma di danaro versata sul suo conto corrente e può immediatamente metterla in circolazione acquistando il bene di cui ha bisogno. Intanto nessuna somma di danaro esce dalla banca, perché questa, per convenzione, contabilmente segna questa stessa somma come “credito” all’”attivo” e come “deposito a vista” al “passivo”. In sostanza, la banca non presta al suo cliente danaro “depositato” da altri clienti, non svolge un’attività di intermediazione, ma semplicemente “crea” una somma di danaro immediatamente spendibile. Come può ricavarsi anche da un semplice riscontro su internet, “questi danari rimangono nella cassa della banca non tassati, perché contabilmente non è stata registrata la creazione. Insomma, la banca registra contabilmente solo “l’uscita”, in quanto non ha mai registrato l’atto di creazione di questi soldi. Questa pratica è contraria ai regolamenti di contabilità internazionale IAS, non consente di limitare o controllare la quantità di moneta emessa dalle banche e infine non permette alcun trattamento fiscale della moneta creata, semplicemente perché secondo la contabilità bancaria questa moneta non esiste.
Altro “colpo di genio” è la “cartolarizzazione dei diritti dei credito”, il fatto cioè che la banca, sulla base di quanto dispone una legge evidentemente incostituzionale, la legge n. 130 del 30 aprile 1999, trasforma il suo diritto di credito nei confronti del cliente in un “titolo commerciabile”, che non segue le regole di cui agli articoli 2003, 2008 e 2021 del codice civile, le quali, come è noto, sono poste per evitare che il titolo circoli come moneta, con effetti dannosi per la Collettività, ma una regola completamente opposta, secondo la quale, con buona pace di quanto prescritto dal codice civile, il titolo creato dalla banca può agevolmente funzionare come moneta. E la cosa sorprendente è che gli speculatori finanziari acquistano questi “titoli commerciabili”, che in realtà sono “debiti”, e li fanno salire di valore, salvo a rivenderli non appena abbiano raggiunto la cifra da essi voluta. Ed è da notare che la “cartolarizzazione dei diritti di credito” non è la sola forma di titoli commerciabili inventati dalla finanza, ci sono la “cartolarizzazione degli immobili pubblici da vendere”, i “project bond” e altre amenità del genere. Tutto ciò aggiunge al sistema una massa monetaria fuori controllo e gestita da soggetti privati ed internazionali, esattamente come lo è la moneta bancaria descritta al punto precedente. Una massa monetaria che, tuttavia, ha la capacità di comprare il nostro lavoro, le nostre case, le nostre aziende, i nostri territori.
Ulteriore “colpo di genio” della finanza è stata la creazione dei “derivati”, legittimati dalla legge n. 448 del 28 dicembre 2001, finanziaria 2002. I derivati derivano da una antica usanza ottocentesca secondo la quale l’agricoltore vendeva il suo raccolto a un mercante a un dato prezzo, assicurandosi in tal modo dall’eventualità di un cattivo raccolto. Se il raccolto andava bene guadagnava il mercante, se andava male guadagnava l’agricoltore. Il fatto importante, tuttavia, è che si trattava di fatti reali: dietro, per così dire, la scommessa, c’era, come sottostante, il raccolto. C’era insomma un aggancio con la realtà. La maggior parte dei nostri “derivati”, viceversa, non hanno sottostante, sono delle semplici “scommesse” che possono riguardare qualsiasi cosa: una gara di calcio, un evento atmosferico o qualsiasi altro evento, e la cosa grave è che queste “scommesse” sono fatte valere con fictio iuris come “danaro contante”, al punto che mediante i “derivati” è stato possibile pareggiare persino i bilanci delle banche e i bilanci degli enti pubblici. Questa, evidentemente, è pura pazzia. Rimettere al caso il pareggio di un bilancio è certamente un atto truffaldino. Eppure si tratta di una legge tuttora in vigore, che ancora non è stata portata al vaglio della Corte costituzionale e che continua a produrre danni. Né può sfuggire, comunque, che i “derivati” sono dannosi sotto un duplice profilo: per un verso consentono a soggetti privati ed organismi internazionali di creare danaro dal nulla, immettendo nel sistema economico liquidità alla quale non corrispondono beni reali, e per altro verso espongono la collettività a pagare le perdite per salvare dal fallimento enti pubblici e banche, contribuendo così anche alla inevitabile crescita del debito pubblico.
Il danaro creato dal nulla, e cioè “il danaro fittizio” è arrivato, secondo una statistica del 2010, a 1,2 quadrilioni di dollari, venti volte il PIL di tutti gli Stati del mondo. E questo la dice lunga, sia sulla quantità e qualità del “capitale” che agisce sul mercato, stabilendo il livello dei prezzi, il tasso del cambio delle valute e i tassi di interesse sul debito pubblico, sia sul pericolo cui tutti siamo esposti di fallimenti a catena specie in campo bancario. In sostanza i mercati non seguono più la legge della domanda e dell’offerta, parametrata sul rapporto tra quantità e qualità della merce e il suo prezzo, ma agiscono con accordi fraudolenti, che mirano a lucrare danaro (non importa se reale o fittizio) facendo innalzare o abbassare il prezzo di merci e titoli in modo del tutto arbitrario e senza nessuna corrispondenza con i dati della realtà.
La rovinosa creazione del danaro dal nulla da parte di soggetti privati ed organismi internazionali è, dunque, come si è accennato, il primo strumento del meccanismo messo in atto dalla finanza speculativa. Il secondo strumento è quello del ricorso alle “privatizzazioni” e alle “liberalizzazioni”. 
Coerentemente all’idea di mettere da parte il Popolo e cioè la Comunità politica o Stato che dir si voglia e di puntare sull’individuo, si è a lungo ingannata l’opinione pubblica facendo credere che “privato è bello”, che conviene “più mercato e meno Stato”, che la “libertà di mercato senza regole” è un fatto molto conveniente e così via dicendo. Il dato inequivocabile è che si è distrutta l’industria pubblica italiana, la quale, tra l’altro, assicurava che i “profitti” restassero nel Paese di origine, e che, a causa dell’aggancio dell’industria stessa con il territorio, si evitassero le “delocalizzazioni” e si tutelasse, quindi, l’occupazione. La ventata di “privatizzazioni” alla quale si è prima fatto cenno, ha interessato l’intero mondo economico. Basti pensare che, a livello mondiale, tutte le Istituzioni finanziarie (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione internazionale del commercio, e così via dicendo) sono in mano di banche private o di singolisoggetti. C’è poi da sottolineare che l’Italia è stata “campione” delle “privatizzazioni”. Si è cominciato con la legge delega Amato-Ciampi del 30 luglio 1990, n. 218 e il conseguente decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, ad avviare e a favorire la privatizzazione di tutte le banche pubbliche, privatizzazione che si è poi attuata negli anni successivi. Con il decreto legge 11 luglio 1992, n. 333 (art. 15), convertito nella legge 8 agosto 1992, n. 359, sono stati privatizzati tutti i gioielli di famiglia: l’INA, l’ENEL, l’ENI e l’IRI. Inoltre, con il citato decreto legislativo n. 85 del 2010 sono stati privatizzati, cioè resi alienabili: il demanio idrico, il demanio marittimo, il demanio minerario, il demanio culturale (cioè gli immobili artistici e storici appartenenti allo Stato o altri Enti pubblici). E lungo sarebbe l’elenco delle privatizzazioni che sono continuate a tutt’oggi, e che continueranno ancora nel prossimo futuro, come si rileva da dichiarazioni di fonte governativa. Tuttavia, non si può chiudere su questo punto senza ricordare il decreto legge del Governo Monti n. 1 del 24 gennaio 2012, convertito nella legge n. 27 del 24 marzo 2012, sulle liberalizzazioni, con il quale appare evidente che detto governo ha voluto far prevalere la libertà d’impresa e il principio della concorrenza contro le precise prescrizioni dell’art. 41 e 42 della Costituzione, che, giustamente, sanzionano la assoluta predominanza del principio dell’utilità sociale. Si tratta, dunque, di disposizioni legislative costituzionalmente illegittime, che, prima o poi, dovranno essere abrogate dalla Corte costituzionale. 
Il punto di arrivo del sopra detto “meccanismo” è costituito dalle “svendite”. Basti pensare che non abbiamo più l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) al quale appartenevano: il settore delle autostrade, Alitalia, la Banca commerciale italiana, il Banco di Roma, il Credito italiano, Fincantieri, Finelettrica, Finmare, Finmeccanica, Finsider, Finsiel, Italstat, Rai, Sme (e tutte le industrie alimentari connesse) e Stet. In pratica intorno all’IRI erano rappresentati gli interessi fondamentali dello Stato italiano: il settore alimentare, il settore aerospaziale, il settore delle auto, quello delle costruzioni navali, della chimica, dell’editoria, della finanza, dell’informatica, della microelettronica, della metallurgia, delle telecomunicazioni e dei trasporti. Per “pareggiare i bilanci”, i nostri governi succedutisi dagli anni novanta in poi, e specialmente i governi Prodi (cui si deve la svendita del Credito Italiano, della Banca commerciale italiana, dell’IMI, della SME e delle varie industrie alimentari da questa possedute, delle vetrerie Siv, dell’Efim, del Nuovo Pignone dell’Eni, della Dalmine, degli Acciai speciali Terni, dell’Ilva laminati piani, di Italimpianti e di molte altre ancora), non hanno saputo far di meglio che “svendere” le nostre industrie pubbliche, le nostre banche pubbliche, i nostri servizi pubblici essenziali, le nostre coste, le nostre isole, i nostri immobili artistici e storici (settore nel quale si sono distinti i governi Berlusconi), i nostri più importanti beni culturali e paesaggistici. D’altro canto, numerose sono state le “delocalizzazioni” di imprese private (non abbiamo più l’industria automobilistica), nonché la svendita di “industrie private” e di “servizi pubblici essenziali” e persino dei nostri migliori alberghi. Soltanto a Roma sono stati svenduti il Grand Hotel ai Cinesi, l’Excelsior agli Arabi, l’Hotel Flora ai Francesi. Possiamo tristemente osservare che tutte le nostre “fonti di produzione”: industrie, terreni agricoli, servizi pubblici essenziali e di altro genere, reti autostradali, ferroviarie e di telecomunicazioni sono passati e stanno passando in mano straniera. Si tratta di vere e proprie pompe aspiranti della ricchezza nazionale, dimenticando che anche i Trattati europei parlano di “libera circolazione” delle “merci”, e non delle fonti di produzione delle merci stesse. Ed è da rimarcare al riguardo che sovente le nostre stesse imprese, d’accordo con le banche, anziché ricapitalizzarsi o fondersi con altre imprese, preferiscono fallire (non sono rari i casi di bancarotta fraudolenta, come quello della Ginori, per citarne almeno una), e investire, magari, in “prodotti finanziari” quanto resta del loro capitale. E il discorso, lo si creda, potrebbe continuare a lungo.

5. – Le rovinose prescrizioni dell’Europa. Il Regolamento europeo 1466/97. Il Fiscal compact.
Come si nota, il pensiero neoliberista, che, in nome della cosiddetta globalizzazione, ha fatto di tutto per fondere i capitali e far espandere in tutto il mondo la disoccupazione, ha davvero ridotto allo stremo la situazione economica della nostra Italia. Ma c’è di più. Per l’Italia (come per gli altri Paesi del sud Europa) la finanza ha escogitato un altro “meccanismo” (un vero e proprio “cappio al collo”) ancor più stringente di quello appena descritto, per ridurci alla rovina più completa: si pretende di far diminuire il debito pubblico, imponendo il “pareggio del bilancio”, impedendo cioè una politica espansiva dell’economia. Si è cominciato con il Patto di stabilità, adottato dal Consiglio dei Ministri del 16 e 17 giugno 1997, il quale sancisce l’impegno degli Stati membri a perseguire l’obiettivo di medio termine di un saldo, prossimo al pareggio o all’avanzo del conto economico delle amministrazioni pubbliche. A questo fine, ed è qui che sta l’assurdo, si impone un “pareggio” a livello regionale e un “pareggio” a livello nazionale, per cui i singoli enti pubblici, anche se hanno un avanzo di bilancio, non possono spenderlo, perché quegli avanzi servono per “pareggiare”, a livello regionale o nazionale, i disavanzi degli enti meno virtuosi. Si tratta di una vera e propria assurdità foriera di danni per la nostra economia, in quanto si limitano gli investimenti tanto necessari per la “crescita”, e cioè per l’aumento dell’“occupazione”, e per la conseguente “diminuzione del debito”. Si è poi continuato con le prescrizioni della “troika”, cioè del Fondo monetario internazionale (tutto formato da potentissime banche private multinazionali), dalla BCE (formata, a sua volta, da Banche centrali private), e dalla Commissione Europea, che dovrebbe essere la “guardiana” dei Trattati, e che invece favorisce i Paesi economicamente più forti, come, ad esempio, la Germania, che viola, impunemente e da sempre, l’obbligo di denunciare il suo surplus commerciale e la Francia, che sfiora da sempre, e anch’essa impunemente, il limite del 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil, raggiungendo il 4,3 per cento e anche il 4,7 per cento di questo rapporto. Quanto al nostro Paese, la Commissione è stata sempre molto rigida pretendendo che i nostri bilanci seguissero pedissequamente le prescrizioni europee e minacciando, ad ogni piè sospinto, una procedura d’infrazione per mancato rispetto dei limiti di Maastricht. Ed è da sottolineare che la Commissione Europea, non solo è stata intransigente in ordine ai limiti del predetto Trattato, ma ha consentito al Consiglio Europeo di inserire nel “diritto europeo derivato”, e, quindi, al di fuori dei Trattati, la regola che i Paesi in difficoltà, come il nostro, dovessero assolutamente “pareggiare i bilanci”, senza fruire neppure della possibilità di indebitamento nel limite sopra accennato del 3 per cento del Pil, al fine di deliberare investimenti necessari alla crescita e all’uscita dalla recessione. Ciò si è realizzato con il Regolamento n. 1466/97, divenuto applicabile il 1 gennaio 1999, data del lancio dell’euro. Esso è rimasto in vigore per tredici anni, sino al 6 dicembre 2011. Il Regolamento ha così posto un principio nuovo in netto contrasto con quanto stabilisce il più volte citato Trattato di Maastricht. Quest’ultimo ha stabilito che gli Stati membri possono indebitarsi sino al 3 per cento, il Regolamento 1466/97 ha sostituito questo tre per cento con lo zero per cento. Il successivo Trattato di Lisbona ha riproposto il limite del 3 per cento, ma la Commissione ha continuato ad applicare contra legem il principio del pareggio del bilancio. E’ chiaro che questo Regolamento ha bloccato le potenzialità degli Stati in difficoltà a riprendere vigore ed ha provocato una spirale depressiva senza fine. Il successivo Regolamento 1175/2011 lo ha abrogato, constatando la sua illegittimità. Ma immediatamente si è dato spazio a provvedimenti costituenti applicazione anticipata del Fiscal compact. In tal modo la situazione è diventata ancor più confusa. D’altro canto, è da tener presente che il Fiscal compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance, firmato il 2 marzo 2012, ratificato dall’Italia con legge 23 luglio 2012, n. 114, ed entrato in vigore il 1 gennaio 2013), è un “Trattato di diritto internazionale”, più precisamente un “Trattato intergovernativo”, e, di conseguenza, non ha nessuna influenza su quanto stabilito dai Trattati di Maastricht e di Lisbona in ordine all’euro. Per modificare la disciplina riguardante la moneta unica, occorrerebbe seguire la procedura di cui all’art. 48 del Trattato di Lisbona, non qualsiasi altra procedura. Ad aumentare la confusione, si legge nel Fiscal compact che esso è applicabile soltanto se conforme ai Trattati Europei. 
Dunque, la conclusione da trarne è che il Fiscal compact non ha una base giuridicamente valida e che pertanto è un atto senza valore. Di conseguenza, il principio del “pareggio di bilancio” non fa parte dell’ordinamento europeo e niente ci imponeva di inserirlo nella nostra Costituzione, come ha fatto il governo Monti. Inoltre, questo inserimento nella Carta costituzionale è contro i principi e i diritti fondamentali che la Costituzione stessa riconosce e garantisce. Si tratta, per esser chiari, di un principio spurio da eliminare al più presto proponendo una questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte costituzionale. Ciò non ostante i nostri Governi continuano a affermare di voler seguire le prescrizioni europee e la situazione economica italiana continua a essere astretta da insostenibili vincoli internazionali e europei. L’esito finale non potrà che essere fatale. Sono in ballo l’appartenenza agli Italiani del territorio italiano e la stessa possibilità di sopravvivenza dell’intero Popolo.
Ciò non significa che dobbiamo rinunciare all’idea di una Europa unita, cioè all’idea di una Federazione europea. Si tratta invece di ricostruire l’Unione Europea sulla base dell’eguaglianza, almeno tendenziale, dei suoi Popoli, cioè degli Stati membri, ai quali bisogna offrire tutte le possibilità per la ricostruzione di una valida economia interna. Entrare nell’euro, cedere la “politica monetaria”, con l’implicita conseguenza di cedere anche la “politica economica”, è stato un errore imperdonabile. Se non si riconquista la “sovranità” in questo campo, sarà impossibile rimettere in sesto la nostra economia. Dunque, non esiste altra via, se non quella di rivedere i Trattati europei, almeno da Maastricht in poi. Intanto il problema centrale diventa quello di stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione e specialmente al Titolo III della Parte prima, dedicata ai “rapporti economici” (artt. 35-47 Cost.). In tali articoli, infatti, è descritto un vero e proprio “programma di governo”, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di far riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stata spinta dagli opposti principi neoliberisti.

6. – La prevalenza dei principi e dei diritti fondamentali della Costituzione sul diritto europeo.
A questo proposito, è innanzitutto da precisare che la nostra Costituzione repubblicana, nonostante gli interventi legislativi di governi chiaramente asserviti ai voleri della finanza internazionale (si pensi alla privatizzazione delle banche e dei nostri “gioielli di famiglia”, oppure al poco sopra citato decreto legge del governo Monti sulle liberalizzazioni) mantiene intatta la sua validità ed è impossibile parlare di un mutamento della Costituzione materiale, poiché a detti provvedimenti legislativi costituzionalmente illegittimi non sono seguiti comportamenti dell’intera società, da considerare come espressione di una mutata opinio legis ac necessitatis, ma solo una gravissima recessione, che ha spinto molti alla disperazione e, spesso, al suicidio (sembra che siano più di duemila i suicidi causati da dissesti economici). Molto significativa al riguardo è stata comunque la vittoria del No al referendum costituzionale sulla modifica della Costituzione approvata dal Parlamento su proposta del governo Renzi. Non è dubbio cioè che il popolo sovrano ha voluto mantenere in vita la nostra Costituzione e le ha conferito, anzi, una nuova vitalità, per cui è diventato urgente e indifferibile la sua attuazione specie in quelle parti finora rimaste inattuate.
Ci riferiamo, in modo particolare, al collegamento, che pure esiste in Costituzione, tra i diritti fondamentali e la “prevalenza” che la Costituzione stessa riconosce agli interessi della generalità dei cittadini sugli interessi individuali. Ciò si verifica, sia sul piano dell’attività negoziale, sia sul piano della disciplina della proprietà. Si occupa del primo aspetto il citato art. 41 Cost., secondo il quale “l’iniziativa economica privata è libera (sono le uniche parole che riconosce il decreto legge Monti, dimenticando le successive). Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. L’interesse di tutti, insomma, domina su quelli dei singoli. 
Altrettanto si ricava dal seguente articolo 42, comma 2 (anch’esso citato), secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge … allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. 
La proprietà privata, insomma, in tanto ha una protezione giuridica (è riconosciuta e garantita) dalla legge, e cioè dalla volontà del Popolo, in quanto giovi, non solo al privato, ma a tutti i cittadini, assicuri cioè la sua “funzione sociale”. Insomma l’interesse del Popolo sovrasta, sia l’attività negoziale, sia l’appartenenza della proprietà ai privati. In queste secondo caso è chiaro che si deve parlare, come suggerisce Carl Schmitt, di una “superproprietà del popolo” che si sovrappone e limita la proprietà privata, fino al punto di negare al singolo inadempiente la stessa tutela del suo diritto. In altri termini, la mancata osservanza di questo “munus”, di questo “ufficio”, come dice il Pugliatti, implica la perdita definitiva del diritto di proprietà privata e fa in modo che la cosa di cui si tratta torni là da dove era venuta, cioè nella “proprietà collettiva” del popolo, come contenuto della sovranità. Ne consegue ancora che i beni immobili “abbandonati” (e ce ne sono tanti dopo la crisi economica che da anni si è abbattuta sull’Italia), venendo meno la loro “funzione sociale”, passano anch’essi nella proprietà collettiva del Popolo, che dovrà destinarli a usi di carattere sociale.
Le disposizioni economiche della nostra Costituzione configgono, dunque, irreparabilmente, con i Trattati da Maastricht in poi. In questi ultimi Trattati, a causa dell’invadenza della forza della finanza e delle multinazionali e in ossequio al pensiero neoliberista, si sono insinuati a livello europeo dei principi di carattere egoistico (il “massimo profitto” e la “concorrenza”), che sono stranei alle Costituzioni europee del secondo dopo guerra e sono inoltre palesemente in violazione del principio di “integrazione”, che lo stesso art. 4, par. 2 del Trattato di Maastricht, sembra voler perseguire là dove riconosce “le identità costituzionali degli Stati membri”. Ne deriva, come già detto, che occorre una urgente riforma di questi ultimi Trattati e, nel frattempo, ci si deve chiedere se possano o addirittura debbano essere attuati i principi fondamentali contenuti nelle nostre Costituzioni. La risposta è di sicuro segno positivo. Infatti, la prevalenza dei principi e dei diritti fondamentali sul diritto europeo riguarda, non solo la Germania, la cui Corte costituzionale ha affermato che il Fiscal compact non può trovare applicazione là dove viene in contrasto con interessi economici costituzionalmente protetti, ma anche l’Italia, la cui Corte costituzionale ha affermato da tempo il “principio dei contro limiti”, secondo il quale il diritto europeo non può entrare nell’ordinamento italiano là dove è in contrasto con i principi e i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione repubblicana. 

7. – Cosa fare? Rappresentanza politica e partecipazione popolare.
E’ chiaro che in una situazione come quella descritta, ciò che viene in primo piano è quel “dovere sacro”, di cui parla l’articolo 52 della Costituzione: “difendere la Patria è dovere sacro del cittadino”. E i cittadini, se sono stati tanto ampiamente traditi dai loro governanti, non hanno altra scelta che ricorrere ai poteri di autogoverno che loro affida la Costituzione: quello di “partecipare” in prima linea “alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2, Cost.), pretendendo l’attuazione degli articoli riguardanti i “rapporti economici”, che prevedono, tra l’altro che “le imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio siano riservate o trasferite allo Stato, a Enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti”. E’ chiaro che in questa azione per l’attuazione della Costituzione ha molto peso anche il ricorso alla via giudiziaria, che i cittadini sono legittimati a utilizzare mediante il promovimento di “azioni popolari”, come prevede l’ultimo comma dell’art. 118 Cost., là dove riconosce “l’autonoma iniziativa di cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”.
Obiettivo fondamentale è rispondere agli errori del pensiero neoliberista globalizzato con la messa in campo di una “politica economica” interna capace di capovolgere l’attuale situazione, riportando nel pubblico ciò che proditoriamente è stato trasferito nel privato. Ed è opportuno ricordare in proposito che dell’attuale disastro cominciano ad accorgersi, non solo buona parte della classe intellettuale, ma gli stessi organismi europei, i quali hanno cominciato a essere propensi ad un allargamento degli “aiuti di Stato” per quanto riguarda la “tutela ambientale”, gli aiuti per la “formazione”, gli aiuti alle “piccole e medie imprese”. E grande rilevanza riveste, sotto questo profilo, il progetto di Costituzione europea, il quale, riecheggiando quanto si legge nel citato art. 4, comma 2, del Trattato di Maastricht, dimostra la volontà di dare risalto alle “comuni tradizioni costituzionali europee”. E ciò sotto due aspetti: da un lato per facilitare “l’integrazione” proprio puntando sugli elementi comuni, e dall’altro lato per salvaguardare le diverse “identità nazionali”. E’ difficile riscontrare in questi comportamenti un indizio di cambiamento delle posizioni intellettuali neoliberiste, tali da portare a una svolta radicale nel campo delle politiche economiche, ed è invece molto più probabile ritenere che si tratti di semplici “aggiustamenti” messi in opera proprio al fine di rendere più difficile l’emersione di un pensiero critico alternativo. Resta il fatto, comunque, che l’Unione Europea, così come è stata realizzata, contrasta con i principi fondamentali del vivere civile e soprattutto con il principio dell’eguaglianza politica, economica e sociale, e che, comunque, se davvero si vuole realizzare una “federazione Europea”, non resta che dar spazio alla diversità dei Popoli e dei territori e fare in modo che l’Europa sia formata da Stati membri diversi, con diverse politiche economiche interne, ma uniti da un interesse superiore a quello degli Stati stessi: l’”interesse europeo”, un interesse che rispecchi le comuni origini culturali e che si proietti verso un futuro migliore proprio attraverso l’interazione e l’integrazione dei diversi Popoli. 
In questo quadro, “l’azione concreta” dei cittadini deve essere innanzitutto indirizzata, ripetiamo anche con azioni giudiziarie, a fermare una volta per tutte: la “creazione del danaro dal nulla”, e cioè la “finanziarizzazione” del mercato, le “privatizzazioni”, le “liberalizzazioni”, le “svendite”, e, infine, le “delocalizzazioni” di imprese, al fine di ricostituire quel patrimonio, che è stato così selvaggiamente depauperato. Si tratta, in sostanza di recuperare i due “fattori produttivi” di cui siamo stati spogliati: quello delle “risorse” economiche e naturali e quello del “lavoro”, sul quale si fonda la nostra Costituzione democratica e repubblicana. Va da sé che, per realizzare questi fini, è indispensabile avere una banca pubblica, come l’ha la Germania (La Kreditanstalt fur Wiederaufbau, KFW), e assumere come principio inderogabile la “nazionalizzazione” delle banche e delle imprese salvate dal fallimento con danaro pubblico. 
E, in questa azione di recupero, è bene tener presente che, come rileva Eugenio Occorsio su La Repubblica del 24 aprile 2017, tutti i Paesi dell’occidente, e anche la Cina, difendono strenuamente gli interessi economici nazionali. “In Germania, acquisire una landesbank o una grande azienda di interesse nazionale, tipo Volkswagen o Siemens, è pressoché impossibile, perché il governo scatta immediatamente con tutto il suo peso politico e blocca qualunque avversario…. Quando quest’inverno il produttore di elettrodomestici cinesi Midea ha comprato la fabbrica di robot tedesco Kuka … il Ministro dell’economia Sigmar Gabriel ha annunciato che la Germania introdurrà norme più stringenti di quelle comunitarie sulle acquisizioni da fuori dell’Unione Europea… In Gran Bretagnia “l’enterprise Act 2002” conferisce alla competition ad Markets Authoryti, oltre alla competenza di esaminare situazioni di fusioni rilevanti, anche il potere di esaminare fusioni che sono considerate importanti per la sicurezza nazionale … E’ successo nei casi di General Eletric Company, General Dynamics, Finmeccanica, Lokheed Martin e Atlas Elektronik … In Francia, la nuova norma voluta da Holland contiene una clausola antiscalate micidiale: abbandonata la neutralità del board durante un’offerta, c’è la possibilità di adottare misure frustranti per l’offerente senza l’approvazione dell’assemblea. Ma soprattutto si attribuisce automaticamente un diritto di voto doppio agli azionisti preesistenti… 
Rimane poi aperta la possibilità che lo Stato opponga la golden share per le aziende in cui ha una partecipazione anche minoritaria … Negli Stati Uniti la democrazia economica per antonomasia in realtà è munita di cinta quasi invalicabili. Il merito è del Carl Icahn, che a forza di hostile takeover negli anni ottanta forzò il Congresso a varare le norme che ammettono e regolano le “poison pill”, le pillole avvelenate, che rendono indigeribile qualsiasi takeover: flip- in (possibilità per gli azionisti, ma non per gli offerenti, di acquistare azioni a sconto), flip-over (acquisti di azioni dell’offerente a metà prezzo da parte degli azionisti dell’azienda target), back-end rights (i possessori di option rilevano immediatamente le loro azioni, così si crea un esodo che impoverisce l’azienda), preferred stock (l’azienda target emette un gran numero di nuove azioni a favore dei vecchi azionisti)”. E l’Italia? 
L’Italia segue le regole imposte dall’Europa e si sottomette a chiunque. E’ possibile andare avanti cosi? Il Popolo Italiano deve, dunque, ribellarsi, secondo le regole della nostra Costituzione, a tutte le sopra dette sopraffazioni, nonché ai tradimenti dei nostri governanti, dando forza all’”associazionismo” (art. 18 Cost.) e alla “cooperazione” (art. 45 Cost.). Esso deve ridiventare “protagonista dell’economia”, visto che spesso taluni “imprenditori”, d’accordo con le banche, mirano al fallimento e mettono sulla strada gli operai. Al posto degli imprenditori nazionali o stranieri, che hanno dimostrato di essere inetti o dei puri speculatori, è arrivato il momento che gli operai, costituendo delle cooperative, prendano nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale: saranno essi a scegliersi i loro dirigenti tra gente capace e affidabile. Tutto questo è possibile. Infatti, come si è detto, il referendum del 4 dicembre ha salvato e rivivificato la nostra Costituzione repubblicana, secondo la quale “la sovranità appartiene al Popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1 Cost.).
Infine sono da segnalare due fatti molto importanti: è indispensabile opporsi alla trasformazione del Fiscal compact in un Trattato Europeo, facendo valere subito, sul piano giudiziario, l’assoluta nullità di quel Trattato governativo, tanto dannoso per gli interessi economici nazionali. Ed è altresì indispensabile opporsi, con manifestazioni pubbliche, alla ratifica del Trattato fra Canada e Unione Europea, detto CETA, che I nostri rappresentanti nel Parlamento Europeo, su iniziativa del Governo Renzi, hanno approvato, senza rendersi conto di cosa facevano. Questo esecrando Trattato, infatti, distrugge la nostra Costituzione sovrapponendo a essa il principio della libertà dei commercianti e degli investitori Americani, i quali avrebbero diritto a un risarcimento del danno, causato da misure poste dallo Stato a salvaguardia della salute o dell’ambiente, la cui determinazione spetterebbe a un organismo nominato dagli stessi commercianti e investitori. E’ incredibile. Ma a questo ci ha portato l’attuazione del pensiero neoliberista e l’azione inqualificabile dei nostri rappresentanti politici.

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