La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 9 maggio 2017

Uno sterminio che non ha fine. Le denunce del popolo Guarani Kaiowá

di Claudia Fanti
È la storia di una guerra che non conosce tregua – la storia di una violenza pervasiva e quotidiana, di diritti riconosciuti dalla Costituzione ma negati da governi di ogni segno politico, di una giustizia calpestata oltre ogni immaginazione - quella che è venuto a denunciare in Italia e in diversi altri Paesi europei Ládio Veron - nome indigeno Avã Taperendi, Uomo che brilla come il sole che sorge –, capo della comunità guarani kaiowá Takuara e uno dei leader della Aty Guaçu, l'assemplea generale dei Guarani Kaiowá, che lo ha scelto per far conoscere in Europa la tragedia di cui è vittima il suo popolo.
È da decenni, infatti che, nello Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, i Guarani Kaiowá – una delle tre etnie guarani presenti in Brasile –lottano per fare ritorno nelle terre dalle quali furono espulsi, oggi deforestate e invase dai latifondisti. Un destino comune ai popoli originari del Brasile, dove i tentativi di annientare le comunità tradizionali sono molteplici e permanenti: come evidenzia il Rapporto del Cimi (Consiglio Indigenista Missionario) sulla Violenza contro i popoli indigeni brasiliani relativamente ai dati del 2015 – che ha come epigrafe un magnifico detto messicano: «Hanno provato a seppellirci, ma non sapevano che eravamo semi» - nel 2015 si è anzi registrato un inasprimento delle minacce e delle violenze contro i popoli originari da parte di un settore ruralista sempre più insaziabile e rabbioso, unitamente all'intensificazione delle invasioni di aree indigene per lo sfruttamento illegale dei beni naturali, soprattutto del legname; alla persistenza delle omissioni del governo brasiliano – quello, all'epoca ancora in carica, di Dilma Rousseff – rispetto alla demarcazione delle terre indigene (654 le aree in attesa della conclusione del procedimento di demarcazione, in alcuni casi da più di 20 anni) e all'adozione di misure necessarie a garantire la salute delle comunità tradizionali; alla continuità di interpretazioni fortemente restrittive dei diritti indigeni da parte del potere giudiziario. E, naturalmente, a un'onnipresente violenza: 55 i casi di omicidio registrati nel 2015, oltre alle minacce di morte, alle violenze sessuali, alle torture, agli attacchi dei paramilitari e delle forze di sicurezza, ai suicidi (87 casi, 45 dei quali nel Mato Grosso do Sul, per il 24% nella fascia d'età tra i 10 e i 14 anni), all'alta mortalità infantile (599 i bambini morti prima di aver compiuto 5 anni, in molti casi per malattie perfettamente curabili). Un quadro a tinte foschissime che è ulteriormente peggiorato sotto il governo di Michel Temer, deciso a impedire con ogni mezzo la conclusione del processo di demarcazione delle terre indigene, a partire dal ridimensionamento del potere della Funai (l’organo del governo incaricato della questione indigena) a favore di un gruppo di tecnici dipendente dal Ministero, e funzionale agli interessi dell’agribusiness e della bancada ruralista, la lobby dei latifondisti al Congresso.
Ma non è andata molto meglio neppure sotto i governi del Pt, il Partito dei Lavoratori da cui ben altro si sarebbero aspettati i popoli indigeni: colpisce in tal senso la vicenda della comunità guarani kaiowá di Pyelito Kue/Mbarakay, sempre nel Mato Grosso do Sul, che, nel 2012, di fronte al decreto di espulsione dalle sue terre ancestrali emanato dalla magistratura federale di Navirai, aveva annunciato, in una drammatica lettera, la decisione di andare incontro collettivamente alla morte sulla terra dei propri antenati (v. Adista Notizie n. 38/12). «Alla giustizia brasiliana – scriveva la comunità – noi non crediamo più. Se è la stessa giustizia federale che alimenta le violenze contro di noi, a chi potremmo mai denunciare gli attentati commessi contro le nostre vite?». Accampata ai margini del fiume Hovy, nei pressi del territorio tradizionale Pyelito Kue/Mbarakay, la comunità, che aveva già sofferto la morte di quattro persone, due per suicidio e due in seguito alle violenze dei pistoleiros, denunciava nella lettera la mancanza totale di assistenza, l’impossibilità di mangiare più di una volta al giorno, le aggressioni delle guardie private assoldate dai latifondisti, e tutto ciò nella speranza di recuperare il proprio territorio tradizionale. «Non abbiamo e non avremo alcuna prospettiva di vita degna e giusta, né qui, ai margini del fiume, né lontano da qui», aggiungeva, chiedendo al governo e alla magistratura federale di sostituire l’ordine di sgombero con un «decreto di sterminio»: «È questa la nostra richiesta ai giudici. Decretino la nostra morte collettiva e ci seppelliscano qui, dal momento che siamo unanimemente decisi a non uscire da qui né vivi né morti». 
Del resto, a fotografare i limiti della politica dei governi del Pt, e in particolare di quello di Dilma Rousseff – caratterizzato da una decisa opzione per i latifondisti e per l’agribusiness, per gli invasori, insomma, delle terre dei popoli tradizionali – è bastata la cerimonia di inaugurazione della contestatissima centrale idroelettrica di Belo Monte, il 5 maggio 2016, in pieno golpe parlamentare in corso, quando - guardandosi bene dal verificare di persona le conseguenze della costruzione della diga – la presidente aveva dichiarato solennemente: «Questa centrale ha le dimensioni di questo popolo. È grandiosa. È una centrale grandiosa. Il miglior modo di descrivere Belo Monte è questo: grandiosa». E ancora: «Voglio dichiarare che questa impresa di Belo Monte mi riempie di orgoglio per quanto ha prodotto in termini sociali e ambientali». E infine: «Sono immensamente orgogliosa delle scelte che ho fatto, una delle quali è proprio la costruzione di Belo Monte come eredità per la popolazione brasiliana di questa regione, per il popolo di Altamira e per il popolo dello Xingu». E ciò malgrado proprio in quei giorni, come evidenziava la scrittrice e documentarista Eliane Brum in un magnifico articolo dal titolo, assai significativo, “Dilma ha composto il suo requiem a Belo Monte” (El País, 9/5/16), quattro bambini indigeni fossero morti in un'ondata di influenza alimentata dalla maggiore frequentazione della città da parte degli indigeni e non adeguatamente contrastata (l'ospedale che la Norte Energia, l'impresa responsabile dell'opera, si era impegnata costruire non era ancora stato completato). E malgrado la rete fognaria non ancora in funzione, la contaminazione delle acque dello Xingu in costante crescita, il numero di zanzare aumentato esponenzialmente con la creazione del lago artificiale, il fortissimo incremento della deforestazione e del commercio illegale di legname, l'odore putrido delle centinaia di tonnellate di pesci morti a causa della centrale. «A nostro giudizio – scriveva in una durissima lettera a Dilma, in occasione della sua visita ad Altamira, il Movimento Xingu Vivo – lei oggi si è svilita a inaugurare la più nefasta delle opere del governo del Pt, quella che ha macchiato l'immagine del Brasile in tutto il mondo. Un'opera che lei ha ereditato dalle stesse menti malate che l'hanno torturata in prigione. Neppure così, Dilma, lei ha saputo mostrare clemenza nei confronti del nostro dolore. Neppure nel momento in cui sente sulla sua pelle cosa significa essere schiacciata da forze più grandi di lei, forze che non hanno il minimo senso della giustizia o della legge, è stata in grado di provare empatia nei nostri riguardi. Neppure ora, Dilma… Che gli Encantados (spiriti delle religioni afrobrasiliane, ndt) abbiano pietà di noi, perché lei non ne è stata capace». 
Nonostante tutto, però, i popoli indigeni non si sono arresi, organizzando in maniera sistematica azioni di resistenza e ribellione in difesa dei propri diritti e dei propri progetti di vita, dalle autodemarcazioni alle più diverse misure di protezione dei propri territori fino a iniziative di denuncia presso giurisdizioni nazionali e internazionali. E proprio come un atto di resistenza appare la visita in Europa di Ládio Veron, figlio del cacique Marcos Veron ucciso da pistoleros nel 2008 sotto gli occhi della sua famiglia, di cui riportiamo qui di seguito l'intervento (tratto da una registrazione e non rivisto dall'autore) pronunciato all'incontro svoltosi il 4 aprile scorso alla Fondazione Lelio Basso, insieme all'introduzione dell'antropologa Silvia Zaccaria. 

Fonte: adista.it 

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