La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 16 maggio 2017

Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale

di Francesco Saccomanni 
Cronaca locale o paradigma nazionale?
La crisi senza fine della capitale italiana non è un problema che riguarda la sola città di Roma ma anzi ha molto da insegnare sul modello di sviluppo economico dell’intero paese. Così come lo scrittore Asimov, nel suo ciclo delle Fondazioni, si ispirò alla caduta dell’Impero Romano per immaginare il futuro dell’umanità e individuò nel pianeta capitale Trantor un microcosmo rappresentativo dell’intera galassia abitata, anche nella realtà del nostro presente Roma non cessa di essere lo specchio di un sistema paese problematico.
La crisi di Roma raccontata dai media attraverso la saga di ‘Mafia Capitale’, invece, non soltanto tende a leggere la realtà attraverso il filtro della moralità, ma riduce il declino economico e sociale della Capitale alle dimensioni, quasi folcloristiche, della cronaca locale. Come se una capitale potesse seguire una traiettoria separata dal proprio paese.
Si tratta di una lettura evidentemente scorretta, ma attraente per la sua semplicità e in linea con la cultura politica al momento dominante in Italia. A differenza di altri paesi, la crisi finanziaria e industriale che ha colpito il mondo occidentale a partire dal 2008 è stata rappresentata in Italia, nelle sue manifestazioni nazionali, come una crisi morale. Per l’opinione pubblica italiana la crisi economica è il risultato della corruzione e della ‘cattiva politica’. In questa vulgata, avanzata dal Movimento 5 Stelle e cavalcata nel PD da Renzi nelle vesti del ‘rottamatore’, il problema sono sempre i politici nella loro dimensione individuale, ma raramente le loro politiche economiche. Ed è così che il sentimento di ‘antipolitica’ si è trasformato nel paravento dietro al quale le politiche che hanno condotto al disastro non sono state messe in discussione, ma anzi protette e rafforzate.
Le dimensioni dello sfacelo
Qual è dunque la Roma di Mafia Capitale? È innanzitutto una città sconquassata dal debito. Nonostante un primo decreto ‘salva-Roma’ che nel 2008 aveva scaricato sulla gestione commissariale un passivo di 20 miliardi di euro, nel 2013, secondo la società di revisione Ernst & Young, il Comune presentava nuovamente un indebitamento di €1,2 miliardi, circa un quarto delle entrate tributarie annuali. Ad alimentare il passivo sono in gran parte l’AMA (l’azienda comunale dei rifiuti) e ancor più l’ATAC, l’azienda dei trasporti, i cui ricavi derivano solo per il 24% da biglietti e abbonamenti. Nel 2014 un nuovo ‘salva-Roma’ riduce il debito di 400 milioni, taglia la spesa in servizi, rialza le addizionali sul reddito e alcuni tributi locali: i Romani diventano i cittadini più tassati in Italia, utenti di alcuni dei peggiori servizi pubblici del continente. Sullo sfondo, c’è la città italiana con il più alto numero di auto per abitante (nel paese con il più alto numero di veicoli in Europa) e uno dei più bassi livelli di corsie preferenziali, piste ciclabili e trasporto pubblico su ferro per kmq. La maggiore dotazione di verde per abitante in Europa dopo Stoccolma, ma anche una bassa densità abitativa che si traduce in una strutturale difficoltà di pianificazione dell’intervento pubblico. Le indagini giudiziarie rivelano come un misto di incompetenza e corruzione, unito al benestare di frange deviate dei principali partiti cittadini, abbia permesso a personaggi come Cerroni, Buzzi e Carminati di lucrare per anni sullo smaltimento dei rifiuti, sulla gestione dei flussi migratori, sull’emergenza abitativa e sugli appalti per la manutenzione del verde pubblico. Lo scandalo non scatena però alcuna manifestazione di protesta popolare, l’unico dato di rilievo è il crollo dell’affluenza alle successive consultazioni elettorali. È questa, allora, Roma? Un corpo sociale in decomposizione che dall’interno marcisce nell’indifferenza – se non nella connivenza – dei propri cittadini? Rimanendo sul piano morale, la narrativa dell’onestà con la sua retorica dei capri espiatori non spiega però come sarebbe possibile ‘mandare a casa’ un’intera cittadinanza, tanto pervasivi si rivelano essere la rete criminale e il malcostume che avvolgono la città.
Non basta la questione morale, evidentemente, per spiegare Roma. Come è possibile, altrimenti, che solo dieci anni fa l’Italia intera applaudiva il ‘modello Roma’, l’allegoria del buon governo del centrosinistra? La storia di Roma nella Seconda Repubblica offre una chiave di lettura più convincente.
Il ‘modello Roma’
Tradizionalmente priva di un robusto settore privato, la Roma dei ministeri e delle grandi aziende di Stato entra negli anni Novanta in una fase di profonda destatalizzazione della sua economia. Come nel resto d’Italia, l’elezione diretta dei sindaci apre una nuova stagione politica. Siamo nel 1993, il paese è appena uscito da Tangentopoli e dalla più grave crisi finanziaria del Dopoguerra. A Roma la giunta Carraro, ultima espressione del regime partitico della Prima Repubblica, è travolta dagli scandali e da una prima ondata di antipolitica che per poco non porta in Campidoglio il neofascista Fini. La giunta di centrosinistra del giovane verde ed ex radicale Francesco Rutelli (1993-2001) guida la città in un periodo di trasformazione e rinnovamento. Le ex aziende di Stato (ENI, ENEL, Telecom Italia, Finmeccanica) e l’apparato statale si ridimensionano, ma la città, aiutata dai massicci investimenti previsti per il Giubileo del 2000, sembra non essere mai stata meglio. È in questo periodo che il Comune adotta strategie di respiro europeo per progettare lo sviluppo urbano: dalla ‘cura del ferro’ per il trasporto pubblico alle pedonalizzazioni del centro storico, dal restauro del patrimonio edilizio e monumentale ai progetti di recupero delle estese periferie, le giunte Rutelli incarnavano l’ambizione sincera di una borghesia romana che desiderava modernizzare la città secondo criteri progressisti. A livello nazionale il centrosinistra era sconfitto dal berlusconismo o, se al governo, sacrificato nella camicia di forza dei vincoli contabili europei, ma a Roma la musica era un’altra. In una tendenza proseguita con le giunte di Walter Veltroni (2001-2008), il centrosinistra era libero di spendere e tradurre in azione il modello politico di molti socialdemocratici europei: guidare la società verso un’economia terziaria attraverso una gestione attiva della deindustrializzazione, che a Roma prendeva la forma della destatalizzazione. Se Billy Elliot, personaggio simbolo della Terza Via blairiana, fosse stato di Tor Pignattara, suo padre sarebbe stato un ex ferroviere prepensionato e il sogno di Billy sarebbe stato danzare nel nuovo Auditorium disegnato da Renzo Piano, voluto da Rutelli e magnificato da Veltroni.
Finanza e mattone
Il grande impulso all’industria culturale che ha reso la Roma degli anni Duemila una delle città più vivaci nel contesto europeo si attenua progressivamente durante il mandato di Veltroni. Nel frattempo l’Italia era entrata nell’euro e Roma, come molte altre realtà nazionali ed europee, viveva uno sviluppo drogato da tassi di interesse scesi al minimo storico. Il boom del settore immobiliare e la finanziarizzazione degli interventi comunali diventano una caratteristica della gestione Veltroni. Il Piano Regolatore del 2005 prevedeva investimenti privati per 40 miliardi di euro, promettendo “in 10 anni un boom dell’occupazione”. Il Piano ha il merito di inquadrare un settore lasciato in anarchia dal 1962, ma sembra anche suggellare un patto del diavolo tra amministrazione e interessi immobiliari privati, non a danno di questi ultimi. La campagna romana si riempie di nuove costruzioni, così come le casse comunali di oneri di urbanizzazione che, però, raramente si traducono in quanto promesso su carta, ossia in infrastrutture che colleghino i nuovi quartieri al resto della città. I prezzi delle abitazioni esplodono. La finanza entra di prepotenza nella pianificazione di nuove opere pubbliche: la giunta Veltroni ha il merito di avviare finalmente la costruzione di due nuove metropolitane (linee B1, C) e progettarne addirittura una terza (D), ma senza un deciso sostegno statale, il Comune procede finanziandosi a debito o tenta di coinvolgere, invano, i privati (project financing per la linea D). Sono avviati senza adeguate coperture finanziarie progetti faraonici come la Città dei Giovani, la Città dello Sport, il Centro Congressi e l’Acquario di Roma: cantieri ancora oggi incompiuti che segnano il paesaggio urbano come una cicatrice. Il ‘modello Roma’ incarnava dunque un’ideologia ben precisa: la convinzione che il mercato, se lasciato operare senza troppi vincoli, sarebbe stato in grado di effettuare investimenti produttivi capaci di creare nel lungo periodo ricchezza e occupazione. Il soggetto pubblico, Stato o Comune che fosse, si sarebbe limitato a indicare delle linee guida, la direzione di massima dell’investimento. Con queste premesse il ricorso massiccio al debito, pubblico o privato che fosse, non destava eccessive preoccupazioni.
Gli anni di Alemanno
Rieletto sindaco nel 2006 con il 61% dei voti, dopo nemmeno due anni Veltroni lascia il Campidoglio, non appena nominato segretario del neonato PD. Convocate nuove elezioni comunali, una parte importante dell’elettorato di centrosinistra rigetta il ritorno di un candidato ormai consumato come Rutelli: nel 2008, in un ballottaggio segnato dalla diserzione della sinistra, Roma elegge il suo primo sindaco post-fascista, Gianni Alemanno.
L’apogeo elettorale della destra italiana, con la simultanea conquista di Roma e del governo nazionale, marca anche l’inizio della sua fine. Certamente non aiutata dalla recessione e dall’esplosione della bolla immobiliare, la classe dirigente di destra si rivela essere un gruppo allo sbando, senza una strategia di rilancio dell’economia cittadina. Con le casse vuote e i megaprogetti veltroniani in standby, Alemanno e i suoi sodali annunciano progetti senza capo né coda, dal Gran Premio di Formula 1 dell’EUR o il parco divertimenti a tema dell’antica Roma, fortunatamente naufragati. L’assenza di visione strategica e l’inconsistenza del PDL come forza radicata sul territorio acuiscono molti dei mali cittadini. La costruzione del consenso avviene infatti su due piani: da un lato, il blocco di potere è cementato con pratiche di nepotismo e corruzione, con le assunzioni di amici nelle partecipate comunali e la distribuzione di prebende e appalti a finanziatori e altri poteri forti; dall’altro, il consenso popolare è ricercato in un laissez faire anarchico che sconfina nella depenalizzazione di fatto di diverse attività illegali. Dal commercio ambulante alla cartellonistica pubblicitaria, dal depotenziamento di ogni tipo di controllo amministrativo alla riduzione della sosta a pagamento: i danni a lungo termine sul senso civico e sulla coesione sociale della città sono incalcolabili. Se nella maggior parte delle grandi città italiane il terzo ciclo berlusconiano (2008-2011) è stato temperato da amministrazioni comunali di un altro colore, a Roma la decadenza di una classe dirigente di destra senza più idee né senso della legalità ha potuto dispiegarsi senza freno alcuno.
Il Patto di Stabilità Interno
A partire dal 2012 Roma è colpita, come gli altri Comuni, dalla riforma del Patto di Stabilità Interno varata dal governo Berlusconi. Il Patto disciplina i bilanci degli enti locali in modo non dissimile dal Patto di Stabilità europeo che regola l’indebitamento dei paesi membri dell’euro. In precedenza, ogni anno la manovra fiscale stabiliva un ‘saldo obiettivo’ per i Comuni, calcolato in percentuale sulla loro spesa corrente storica. I Comuni erano coinvolti nello sforzo di riduzione del deficit nazionale sia attraverso il taglio dei trasferimenti statali, sia attraverso il miglioramento del saldo obiettivo: a causa della rigidità delle poste di bilancio di parte corrente (preventivate in pareggio), il rispetto del Patto si giocava sulle voci in conto capitale (accertamenti, investimenti, incassi e pagamenti, etc.), col risultato di creare un incentivo perverso a ritardare il più possibile i pagamenti dovuti alle imprese. Con l’attuazione del federalismo fiscale i trasferimenti statali sono stati sostituiti da ‘entrate proprie’ (mitigate da un fondo sperimentale di riequilibrio), ossia una quota del gettito IVA generato sul territorio comunale. Per ridurre il deficit derivante dai Comuni, lo Stato può ora agire soltanto sui saldi obiettivo stabiliti nel Patto ma, avendo già compresso al massimo la spesa per investimenti, l’ulteriore inasprimento del Patto non poteva che tradursi a livello comunale in una crescita della tassazione e nella riduzione delle spese correnti: in poche parole, dal 2012 in poi l’obiettivo statale del pareggio di bilancio si sta realizzando in gran parte attraverso gli avanzi di bilancio degli enti locali: secondo la Corte dei Conti dal 2008 a oggi i Comuni hanno subito tagli per 20 miliardi di euro.
Austerità all’italiana
Se scaricare sugli enti locali l’onere dell’aggiustamento dei conti pubblici ha permesso ai governi di decentrarne parte della responsabilità e di frammentare l’opposizione popolare intorno alle misure di austerità, resta tutto da analizzare l’impatto in termini economici e sociali che tali misure hanno avuto. In Italia l’austerità non ha assunto la forma ‘shock’ conosciuta in altri paesi (tagli a pensioni e salari pubblici, licenziamenti dei dipendenti statali, attacco violento a scuola e sanità) ma ha comportato tagli alla spesa in investimenti (aggravando l’agonia di settori duramente colpiti come le costruzioni), la crescita della tassazione e il contenimento della spesa corrente attraverso il blocco del turnover per gli impiegati pubblici e il congelamento dei loro salari. Un lento stillicidio, le cui conseguenze per una città già indebitata come Roma (ma non solo), dove il peso occupazionale dello Stato e del settore immobiliare è più forte, sono state semplicemente catastrofiche.
Per Roma il 2014 è stato un inverno nucleare: la nuova giunta di centrosinistra del sindaco Ignazio Marino si è ritrovata a operare sulle macerie finanziarie ereditate dal quinquennio conservatore, con le mani legate dal Patto di Stabilità e sullo sfondo di un tessuto economico e sociale in incessante disfacimento. L’impossibilità di ricapitalizzare le dissestate aziende comunali dei trasporti e dei rifiuti (un alibi per possibili privatizzazioni), di rilanciare gli investimenti infrastrutturali, di potenziare i servizi più carenti (asili nido, spazi sociali nelle periferie), di presidiare efficacemente il territorio (manutenzione del verde, polizia municipale), in poche parole l’impossibilità di una qualunque politica che potesse contrastare la più grave crisi del dopoguerra ha restituito il paesaggio di una città impoverita e senza direzione, dove la stessa coesione sociale è messa a dura prova. Una città è la prima unità dello spazio politico e la dimensione nella quale il cittadino più facilmente valuta il patto democratico tra eletti ed elettori sul quale si fonda la nostra società. Non è allora un caso, forse, che a Roma il sentimento di antipolitica sembra essere più forte che altrove, con il Movimento 5 Stelle che dalle elezioni del 2013 in poi è la forza dominante nelle periferie un tempo rosse e che oggi risentono più delle zone centrali della paralisi comunale. La tumultuosa fine della giunta PD di Marino, destituita dal suo stesso partito e seguita dal commissariamento del Comune, ha infine scavato un ulteriore fossato tra la politica tradizionale e la cittadinanza, contribuendo a gettare le basi della vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali di giugno 2016.
Stretta nel rispetto del Patto di Stabilità e nell’ideologia della crisi di onestà, purtroppo la nuova amministrazione Raggi sembra priva non solo degli strumenti finanziari necessari a invertire il declino economico di Roma, ma anche di quelli culturali per mettere a fuoco le origini della crisi e dunque individuare il campo politico di azione.
Un’altra Roma è possibile se un’altra Italia è possibile
I recenti investimenti svincolati dal Patto per l’organizzazione del Giubileo 2016 e la buona capacità di esecuzione dell’amministrazione capitolina sembrano rafforzare una conclusione importante: il malessere esistenziale di Roma non va imputato tanto a un cronico deficit di onestà, quanto di risorse economiche. Ma l’organizzazione di grandi eventi non può sopperire all’assenza di un disegno di sviluppo di lungo periodo per una città così complessa come Roma. È più che mai necessario un cambio di rotta. Con un’ossessione quasi ragionieristica tutta incentrata sul taglio dei costi, il Patto di Stabilità depriva Roma e gli altri Comuni italiani degli investimenti necessari per alimentare un nuovo tessuto produttivo che conduca a crescita economica e occupazione e, di conseguenza, a un aumento strutturale delle entrate fiscali capace di garantire un equilibrio di bilancio durevole. La recente riforma del Patto (2016), rendendo meno rigidi i parametri di bilancio, si muove certamente nella direzione giusta. Tuttavia, confermandone l’impianto poco discrezionale, non appare risolutiva per il rilancio degli investimenti pubblici locali.
Quale possa essere l’aspetto di un nuovo tessuto produttivo può essere suggerito dagli stessi mali di Roma: le tradizionali afflizioni della città (trasporti, degrado ambientale e urbanistico, costo delle abitazioni) indicano i settori in cui massima è l’urgenza di una risposta della politica. Gli investimenti nel trasporto pubblico locale, ad esempio, non solo sono in grado di incidere immediatamente sulla qualità della vita della popolazione, ma possono attivare un indotto ad alto valore aggiunto industriale (tram, metropolitane) ed elevata innovazione (sistemi di smart mobility). La riconversione urbanistica ed energetica può fare da volano alla trasformazione di un settore immobiliare ancora oggi focalizzato più sull’espansione della città che sulla riqualificazione (o ricostruzione) del patrimonio edilizio esistente. Una rinascita urbanistica dovrebbe inoltre puntare, in una prospettiva di sinistra, a contrastare attivamente la naturale tendenza del mercato immobiliare a generare estreme disuguaglianze nel valore delle abitazioni. Questo non solo comporta un acuirsi del pendolarismo tra periferia e centro (con impatto negativo sulla spesa pubblica e privata in trasporti), ma favorisce la concentrazione della ricchezza e la riproduzione della disuguaglianza attraverso le generazioni. È nel mattone, infatti, che le famiglie investono una parte consistente dei propri risparmi.
In conclusione, la soluzione ai problemi locali non può che passare attraverso una risposta della politica nazionale: le città non possiedono una reale autonomia fiscale e giuridica. Di conseguenza, come per il paese nel suo complesso, la messa in discussione dell’attuale modello economico, in cui ogni possibile intervento pubblico di tipo espansivo è negato, proverrà, con molta probabilità, da proposte politiche capaci di offrire soluzioni convincenti ai ceti più colpiti dalla crisi. La difficile sfida per le forze di sinistra è di riuscirci con tempestività, senza i personalismi messianici della destra né i populismi del Movimento 5 Stelle, tanto qualunquisti quanto destinati a perpetuare l’esistente.

Bibliografia

Asimov I., “Preludio alla Fondazione”, Mondadori, 1995

Baroni P., “Un disavanzo strutturale da 100 milioni al mese e debiti vecchi di 50 anni”, La Stampa, 28 febbraio 2014

Comune di Ferrara, “Come funziona il Patto di Stabilità per i Comuni”, http://servizi.comune.fe.it/attach/finanze/docs/MARATTIN/patto_di_stabilita.pdf

Menicucci E., “In Campidoglio bilancio da crack: i debiti al commissario, poi via a tagli e dismissioni”, Corriere della Sera, 7 ottobre 2013

Ordine degli Architetti di Roma, “Il PRG: esce dalle controdeduzioni lo strumento urbanistico della Capitale”, 7 dicembre 2005, http://www.architettiroma.it/notizie/8006.aspx

Ragioneria Generale dello Stato, “Cos’è il Patto di Stabilità Interno”, http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/e-GOVERNME1/Patto-di-S/CosaeilPatto/

Ragioneria Generale di Roma Capitale, http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=ragioneria_gen.wp

Trovati G., “Corte conti: in 8 anni 40 miliardi di tagli agli enti locali”, Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2015

Ufficio Statistico di Roma Capitale, “Annuario Statistico 2014”

Fonte: pandorarivista.it 

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