La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 7 maggio 2017

Passione o interessi? Retoriche ed evidenze sulla ‘sharing economy’

di Cristiano Codagnone
Nel suo blog, l’economista Tymothy Taylor ha scritto che l’utilizzo dell’espressione ‘sharing economy’ per riferirsi a piattaforme commerciali rappresenta il trionfo dell’arte delle pubbliche relazioni. Prendendo ispirazione da Hirschman si può invece vedere la ‘sharing economy’ come il luogo di potenziale incontro tra passioni e interessi, il teatro di contrapposte retoriche.La Commissione Europea nel 2016 ha pubblicato una sorta di guida per gli Stati Membri su come regolamentare la ‘sharing economy’ (European Commission, A European agenda for the collaborative economy.
COM(2016) 356 final 2016), alla cui preparazione ho collaborato, svolgendo attività di ricerca presso il Centro Comune di Ricerca (CCR) della CE (Codagnone et al. The Passions and The Interests: Unpacking The ‘Sharing Economy’ JRC Science and Policy Report: 2016; Codagnone et al. The future of work in the ‘sharing economy’: Market Efficiency and Equitable Opportunities or Unfair Precarisation? JRC Science and Policy Report 2016); nelle due monografie disponibili online i lettori troveranno maggiori dettagli e tutte le indicazioni sugli studi su cui si basa questo saggio..Inizio da un episodio emblematico. Nel febbraio del 2016 Uber, Airbnb e altre 45 piattaforme hanno indirizzato una lettera alla presidenza olandese di turno della UE nella quale chiedevano di essere difesi dagli interventi delle autorità nazionali e locali e che venisse riconosciuto il loro contributo alla crescita sostenibile in Europa. Per rispondere a questa richiesta, il regolatore – come sempre, del resto – dovrebbe disporre di un minimo di base empirica per valutare i benefici e i costi dell’eventuale regolamentazione delle piattaforme della ‘sharing economy’ che permettano in particolare di confrontare la perdita dovuta agli effetti negativi della regolamentazione sull’innovazione con i costi sociali futuri, che finiranno per pesare sul budget pubblico, in mancanza di regolamentazione. Sfortunatamente, però, l’evidenza empirica su questi aspetti è assolutamente non conclusiva. Si tratta, in realtà, di un caso di scuola di situazioni dove i fatti sono incerti, i valori e gli interessi in conflitto, le poste in gioco alte, e, per di più, le decisioni urgenti (Funtowicz & Ravetz, in Ecological economics: The science and management of sustainability a cura di R. Costanza, Columbia University Press.1991).
Cos’è la sharing economy? Espressioni quali ‘sharing economy’, ‘collaborative economy’, ecc., sono usate in modo non sistematico e la mancanza di chiarezza concettuale contribuisce ad aumentare le dispute retoriche. In queste note, la ‘sharing economy’ è definita come ‘un ampio spettro di piattaforme digitali di natura commerciale e non, che permettono transazioni (sia a fini di mero consumo o per attività ‘produttive’) tra diversi attori e secondo diverse modalità aventi come oggetto vari tipi di risorse’. Da questa definizione si derivano due tipologie tra loro legate delle diverse piattaforme della sharing economy che riportate nella figura che segue.
Schermata 05-2457875 alle 22.56.47
Per chiarire il grafico, a sinistra c’è la tipologia di partenza ad un livello superiore di astrazione, mentre a destra abbiamo la tipologia di arrivo che prende uno dei tipi della precedente e lo esplode ulteriormente. Per chiarezza i quattro tipi della tipologia di partenza sono indicati con numeri assegnati in senso orario, mentre per i quattro tipi della tipologia di arrivo utilizziamo la notazione abbreviata Nord Ovest (NO), Nord Est (NE), Sud Ovest (SO), e Sud Est (SE).
Nella tipologia di partenza sono usate due dimensioni per identificare quattro tipi di piattaforme ad un livello superiore di astrazione: a) se la piattaforma è a fini di lucro o commerciale (asse orizzontale); b) se il ruolo chiave è svolto da organizzazioni ovvero da persone fisiche (asse verticale). Nel caso (2) si tratti di piattaforme dove il ruolo chiave è svolto da organizzazioni (ad esempio servizi da business a consumatori) l’interesse è minore in quanto queste sono già regolamentate. Le piattaforme non a fini di lucro P2P (4) hanno una base utenti limitata e non rappresentano oggetto di controversie; il tipo (3) è empiricamente marginale. Pertanto, nella tipologia di partenza ci interessano solo le piattaforme commerciali peer-to-peer (P2P) o peer-to-business (P2B), ovvero il tipo (3). Questo tipo (il 3 della tipologia di partenza) viene a suo volta esploso in altri quattro sotto-tipi nella tipologia di arrivo usando due dimensioni: a) tipo di risorse oggetto della transazione (capitale, merci, lavoro qualificato, o semplicemente tempo libero); b) modalità della transazione (P2P o P2B).
Il quadrante di (NO) è soprattutto finalizzato al consumo e non comporta attività ad alta intensità di lavoro per gli individui coinvolti, le piattaforme di tutti gli altri tre quadranti scambiano lavoro e sono anche definite come mercati del lavoro digitali (globali o locali).
Retoriche contrapposte. Le retoriche possono essere rappresentate dentro gli scenari descritti nella figura sotto. Con una certa licenza ogni area del grafico è stata associata ad un pensatore che per le sue idee in qualche modo può essere rappresentativo dello scenario.
Schermata 05-2457875 alle 22.56.58
Gli entusiasti della prima ora si sono immaginati lo scenario che può pensarsi ispirato al pensiero di Sen e poi hanno cominciato a tracciare gli scenari apocalittici alla Hobbes e anche gli aspetti critici contenuti nello scenario alla Smith. Economisti e aziendalisti vedono nella ‘sharing economy’ solo effetti abilitanti e opportunità e si oppongono a qualsiasi forma di regolamentazione (scenario a la Smith). Infine, alcune posizioni intermedie cercano di disegnare forme di regolamentazione non invadente, che sono criticate per la loro ipotizzata mancanza di efficacia (scenario a la Keynes).
Piattaforme di consumo
Di seguito in forma compatta vengono sintetizzate le retoriche e narrative contrapposte che discutono le piattaforme indirizzate al consumo (quelle del tipo NO della figura precedente).
  • La tesi dei critici secondo cui le piattaforme commerciali hanno cooptato lo ‘sharing movement’ a fini lobbistici assoldando nelle dispute alcune associazioni di consumatori;
  • La tesi degli ‘idealisti’ che bisognerebbe sostenere le piattaforme non a fine di lucro perché fonti di ‘capitale sociale’ e di rigenerazione delle comunità;
  • Le tesi dei sostenitori delle piattaforme commerciali (spesso formulate nei rapporti prodotti da Airbnb e/o Uber) che queste contribuiscono alla sostenibilità ambientale e che abbiano effetti redistributivi che beneficiano i consumatori delle classi medie e medio-basse;
  • La contrapposizione tra i sostenitori del ‘laissez faire’ e coloro che vorrebbero una regolamentazione rigida e tradizionale (ovviamente spesso costoro trovano ‘affinità elettive’ con i rappresentanti delle industrie colpite, quali quella alberghiera e dei taxi tradizionali)
Piattaforme di intermediazione del lavoro
Di seguito in forma compatta vengono sintetizzate le retoriche e narrative contrapposte che discutono le piattaforme che intermediano il lavoro (tutti gli altri tre tipi della figura precedente).
  • La tesi che queste piattaforme rendono il mondo ancora più piatto e contribuiscono a produrre una meritocrazia digitale globale eliminando i limiti e le frizioni dei mercati del lavoro tradizionali, creando nuove opportunità di lavoro per gruppi che sono fuori dalla forza lavoro (studenti, casalinghe, anziani, e disoccupati);
  • I critici sostengono invece che queste piattaforme aumentano la precarizzazione, le diseguaglianze, privano chi vi lavora di qualsiasi diritto e protezione sociale;
  • I sostenitori di queste piattaforme affermano che esse offrono autonomia e flessibilità, che molti partecipano per esprimere la propria creatività, a volte solo per impiegare il tempo libero e guadagnare un po’ di soldi extra;
  • I critici contrappongono a questa tesi il fatto che coloro che lavorano in queste piattaforme lo fanno per stretta necessità, spesso sono costretti non avendo alternative, alcuni lavorano anche 12 ore al giorno in più di una piattaforma, e infine sono rigidamente controllati attraverso una nuova forma di disciplina definita ‘algocrazia’ (alcune piattaforme controllano rigidamente le attività dei prestatori di servizio attraverso vari algoritmi digitali);
  • Infine, anche in questo caso, la contrapposizione tra i sostenitori della regolamentazione (salario minimo, status come dipendenti, forme di protezione sociale) e coloro che ritengono che i prestatori di servizi siano per loro volontà degli autonomi (contractor) e nessun intervento legislativo dovrebbe cambiare questa condizione.
 Evidenza empirica. Di seguito, nei limiti dello spazio disponibile, confrontiamo le retoriche e narrative presentante in precedenza con le limitate evidenze empiriche ad oggi disponibili.
Piattaforme di consumo
Gli effetti benefici sull’ambiente non trovano nessuna conferma empirica e anche usando il buon senso è facile intuire che gli effetti di primo ordine potrebbero essere positivi ma sono più che controbilanciati da quelli di secondo ordine (se il pernottamento o l’utilizzo dei veicoli costa meno molta più gente viaggia, consuma, e usa Uber quindi gli effetti netti sull’ambiente nella migliore delle ipotesi sono neutri. Sul fatto che ci siano effetti distributivi a favore dei consumatori meno abbienti, a parte qualche modellizzazione teorica, non esiste evidenza empirica conclusiva. D’altra parte alcuni studi contro-fattuali dimostrano che Airbnb ha effetti negativi sull’industria alberghiera e su quella dei taxi tradizionali. L’evidenza sulla tesi che le piattaforme creino capitale sociale è mista e contraddittoria
Piattaforme di intermediazione del lavoro
I prestatori d’opera nelle piattaforme di lavoro tendono ad essere più giovani e con livelli di istruzione superiori rispetto alla media delle popolazioni di riferimento e le loro motivazioni sono strettamente di necessità economica; solo nel 10% dei casi si tratta di studenti. Questa evidenza di tipo descrittivo smonta le tesi che si tratti solo di studenti e che l’attività sia svolta solo per guadagnare qualche soldo extra. Per una parte non trascurabile dei prestatori di servizi, secondo i dati di varie ricerche campionarie, le piattaforme sono la loro unica fonte di reddito.
Inoltre, sempre l’evidenza descrittiva converge sul fatto che il salario orario medio pagato da queste piattaforme tende ad essere sotto o giusto al livello del salario minimo dei paesi più sviluppati (ovviamente comunque appetibile per i prestatori di servizi che lavorano in paesi meno ricchi). Sebbene il flusso sia soprattutto nord-sud (datori di lavoro dei paesi più ricchi e prestatori di servizi dai paesi meno ricchi) ci sono anche quote non trascurabili prestatori d’opera residenti nei paesi più ricchi.
L’evidenza empirica non conferma l’ipotesi della creazione di nuove opportunità di lavoro in forma diffusa (cosiddetto ‘long-tail effect’); al contrario i pochi studi disponibili indicano che il 20% dei prestatori d’opera svolge l’80% dei lavori (cosiddetto ‘super-star effect’) con il potenziale quindi di contribuire ad un aumento della polarizzazione. Infine, l’evidenza empirica più robusta e convergente indica che questi mercati non sono completamente efficienti, che sono affetti da varie frizioni, che il mondo non è ancora piatto, e soprattutto che non esiste una meritocrazia digitale globale. In media alle donne vengono dati lavori ‘stereotipicamente’ associate al genere anche quando sono più qualificati degli uomini; ci sono effetti di nicchia e di selezione su basi etniche; la ricerca da parte dei datori di lavoro di coloro che hanno maggiori esperienza e referenze nella piattaforma produce effetti di intasamento e di lavori che rimangono vacanti.
Considerazioni conclusive. Si può concludere rilevando come la confusione concettuale e la mancanza di sufficiente evidenza empirica contribuiscano all’imperversare delle dispute retoriche, ma anche di più tangibili dispute legali e conflitti sociali. In questo contesto, in parte comprensibilmente ma in parte anche della ‘regulatory capture’ che le piattaforme si assicurano con le loro risorse e capacità di lobby, i regolatori sono rimasti titubanti se non inerti. Parafrasando in inglese il titolo del libro di Hirschman, assistiamo al trionfo della ‘rhetoric of disruption’, ovvero l’idea che qualsiasi piattaforma inventata a Silicon Valley sia portatrice di innovazioni cosi dirompenti che prima di intervenire e regolamentare ci si pensa sempre non due ma una decina di volte. In realtà, molte delle attività rese possibili dalle piattaforme hanno poco di innovativo e i risultati veramente innovativi (nel campo dello sviluppo degli algoritmi e nella capacità di usarli per analizzare grandi massi di dati) non hanno nessuna esternalità positiva e vengono gelosamente custoditi. Ad ogni modo in una democrazia liberale appare paradossale che esistano attività svolte in un’area grigia creando una asimmetria nelle condizioni competitive. Se non si vogliono regolare le piattaforme, allora forse bisognerebbe deregolamentare i cosiddetti ‘incumbent’ (alberghi, taxi tradizionali, etc.). Come anticipato, in ogni caso il regolatore necessiterebbe di maggiori evidenze empiriche su benefici e costi di regolamentare o non regolamentare. Quindi è necessario un maggiore sforzo di ricerca empirica da parte di economisti e sociologi, sebbene lo scarso accesso ai dati in possesso delle piattaforme renda questo compito abbastanza arduo.

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