La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 14 maggio 2017

Nella fabbrica francese occupata e minata dagli operai

di Paolo Griseri
Un taglio profondo squarcia la ghisa del piano di lavoro della saldatrice: "L'abbiamo distrutta e ci sono rimasto male. Quella macchina l'ho adattata io, dieci anni fa, quando è arrivata in fabbrica. Ognuna di queste macchine è frutto del nostro lavoro. Le facciamo a pezzi per salvarle dall'abbandono e difendere il nostro posto. Anche per questo abbiamo appeso le bombole del gas al silos del propano minacciando di far esplodere l'officina. Lo so, è un paradosso". Quella che racconta il capotecnico e sindacalista Cgt Vincent Labrousse è solo una delle tante contraddizioni della Francia profonda dove si inventa il luddismo 4.0: distruggere le macchine per salvare le macchine.
La rivolta della GM&S di La Souterraine, nel cuore solo geografico della Francia, una periferia sociale al centro del Paese, è una battaglia di sopravvivenza: i 278 dipendenti sono l'unica fonte di reddito della zona. Al mercato del sabato mattina Jeanne vende salamini: alle verdure, al formaggio, al peperoncino. Offerta di lancio: quattro salami, dieci euro. È molto preoccupata: "Se chiudono quella fabbrica, prima o poi muore anche questo mercato". Vincent rivendica con orgoglio: "Stampiamo parti in lamiera per le auto di Peugeot e Renault". In una teca di vetro, come al museo, sono custoditi i prodotti: coppe dell'olio, supporti per i radiatori, sostegni per parafanghi.
Non bisogna lasciarsi ingannare dalla teca. La verità può essere dura da digerire per chi da mesi combatte strenuamente. Seduti al lungo tavolo di assi sistemato in mezzo ai macchinari, Jean Marc e Bruno mangiano panini alla salsiccia. Jean Marc lavora alla GM&S da 31 anni. Diciamolo: coppe dell'olio, pezzi di parafango, non si può dire che sia una produzione ricca. Dov'è l'innovazione? Qualsiasi fabbrica in Turchia o in Cina è in grado di produrre questi pezzi. Jean Marc potrebbe scagliarmi in faccia la salsiccia ma, incredibilmente, non lo fa. Gli operai de La Souterraine minacciano di far esplodere le bombole ma non si fanno prendere dalla rabbia. Sono dei miti bombaroli. E accettano la provocazione: "Certo, si potrebbero produrre tutte queste cose a basso costo fuori dalla Francia. Ma che senso ha sprecare denaro e energia per trasportare un pezzo dalla Cina e montarlo su un'auto che si vende in Francia?". Bruno teorizza: "Queste sono le assurdità della globalizzazione". Come si dovrebbe fare allora per salvare la vostra fabbrica? "Semplice, i pezzi che servono alle auto vendute in Francia, si fanno in Francia. Quelli per le auto vendute in Cina si producono in Cina". Insomma, la linea protezionista di Trump... Insulto sanguinoso in una fabbrica in cui quasi tutti hanno votato per la sinistra radicale di Melenchon. Jean Marc non ci sta: "Il protezionismo non lo ha inventato Trump. C'era già prima. Lo Stato francese ha dato miliardi di aiuti a Peugeot e Renault per difendere l'industria francese dell'auto. E adesso Peugeot e Renault, che hanno preso i soldi pubblici, si rifiutano di darci le commesse. Così veniamo presi in giro due volte: come contribuenti finanziamo i costruttori dell'auto e come dipendenti dell'indotto perdiamo il posto di lavoro. Assurdo".
Per far vivere la fabbrica servirebbero almeno 25 milioni di commesse. Ma tutti sanno che è una soglia minima perché, a ben vedere, per salvare 278 posti ci vorrebbe un fatturato di 40 milioni. L'ultimo a promettere la salvezza a La Souterraine è stato un italiano, Gianpiero Colla. Nel 2014 ha ottenuto 4 milioni di anticipi da Peugeot. Ma un anno fa ha alzato bandiera bianca: "E nel frattempo ha trasferito nella sua holding londinese più di 800mila euro", accusano i sindacalisti. Oggi, in amministrazione giudiziaria, si aspetta una nuova trattativa tra il curatore, Renaud Le Youdec, e i due costruttori francesi. Peugeot avrebbe garantito fino a 10 milioni di commesse, Renault non più di 5. Troppo poco. Martedì Le Youdec ha annunciato lo stallo e il sindacato ha occupato la fabbrica.
Nel cortile dell'officina Vincent mostra le due bombole del gas appese al silos del propano. Eccola la bomba. Come vi è venuto in mente? "Per far fronte alla crisi dell'auto l'azienda aveva cominciato a produrre i tappi delle bombole del gas. Oggi siamo leader in questo settore...". Ma con i tappi delle bombole non si sopravvive. Senza nuove commesse la fabbrica e il paese rischiano l'estinzione. La frana sembra difficile da fermare. Il sabato pomeriggio il paese è in piazza: "Vogliono chiudere la stazione ferroviaria. Dobbiamo difenderla, serve a tutto il circondario". Perché la vogliono chiudere? "Privilegiano le linee di alta velocità che collegano le città. Noi delle campagne non interessiamo". Alla manifestazione, insieme agli operai, c'è Bernard Bercail, 78 anni. Distribuisce volantini per Melenchon. "In questo paese siamo stati il primo partito alle elezioni presidenziali. Ora ci riproviamo alle politiche". Lei come ha votato al secondo turno? Ha scelto Macron? "È dura da dire ma glielo confesso: per la prima volta nella mia vita mi sono astenuto. Non l'avevo mai fatto. Ho addirittura votato Giscard contro il pericolo di Le Pen padre". E se avesse vinto Marine? "Era un rischio, lo so. I nazisti hanno fatto prigioniero mio padre in guerra e io l'ho conosciuto solo a 7 anni". Eppure ha deciso di correre il rischio... "Sono stufo di dover scegliere il meno peggio". Sul lungo tavolo della cena in fabbrica, la politica va come il pane. Al ballottaggio Jean Marc si è astenuto: "Perché votare Macron che ha sostenuto l'assurda legge sul lavoro?". Vincent non è d'accordo: "Volevo astenermi. Poi ho incontrato un amico che fa l'allenatore di rugby. Mi ha raccontato la paura dei ragazzi marocchini della squadra se avesse vinto Le Pen. Così mi sono turato il naso e ho votato Macron". Ma davvero la fabbrica può esplodere? Jean Marc non risponde. E se fosse tutta una messinscena? "Se non avessimo annunciato che può esplodere - dice con un sorriso enigmatico - quelli come te avrebbero fatto 700 chilometri per raccontare la nostra storia?".

Fonte: La Repubblica 

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