La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 9 maggio 2017

Macron, il sollievo dell’establishment

di Michele Paris
La prevista vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno delle presidenziali francesi è stata salutata con un enorme sospiro di sollievo da parte di praticamente tutte le istituzioni politiche, economiche e mediatiche che vengono identificate con l’establishment ufficiale, sia all’interno della Francia sia a livello europeo. Il successo con un ampio margine di vantaggio (66% a 34%) sulla candidata neo-fascista del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, ha spinto molti, tra coloro che hanno criticato Macron da sinistra, a rilevare come raramente, nella storia occidentale recente, un prodotto politico costruito a tavolino dalle élite economico-finanziarie, nonché dai principali media, sia riuscito in un così breve tempo a proporre un’immagine innovativa vincente.
Se la questione dell’immagine ha senza dubbio avuto una parte non indifferente nell’ascesa dell’ex banchiere Rothschild ai vertici dello stato francese, sono state in realtà soprattutto le condizioni di gravissima crisi politica e sociale in cui versa il paese a spianare la strada al suo trionfo.
Infatti, le numerose manifestazioni di protesta seguite al voto del primo turno e la stessa analisi dei numeri dietro alle elezioni del fine settimana testimoniano come milioni di francesi fossero ugualmente disgustati dal candidato-banchiere e dalla sua sfidante di estrema destra.
L’astensionismo ha riguardato un quarto dell’elettorato, vale a dire il livello più alto dal 1969, mentre circa il 12% ha votato scheda bianca o ha deciso di annullare il proprio voto. La diserzione delle urne ha poi superato abbondantemente il 30% tra gli elettori al di sotto dei 35 anni, così come tra quelli impiegati in lavori manuali.
A ciò va aggiunto un altro dato che attenua di molto il presunto “appeal” di Macron tra i francesi, cioè che per moltissimi la decisione di votarlo non è stata dettata dall’adesione ai contenuti del suo programma, bensì dall’orrore nell’immaginare il possibile ingresso di Marine Le Pen all’Eliseo.
L’elezione di Macron è in definitiva il risultato dell’implosione del sistema sostanzialmente bipartitico che ha caratterizzato il panorama politico francese negli ultimi decenni. La sua vittoria non prospetta perciò nessun rilancio dei valori repubblicani o europei, soprattutto se considerati nella loro inclinazione egalitaria e inclusiva. Anzi, il prossimo futuro si annuncia caratterizzato da un’intensificazione delle misure anti-sociali che hanno segnato gli ultimi cinque anni di governo del Partito Socialista (PS), di cui Macron è stato appunto un cardine fino alla scorsa estate.
La presidenza Macron, al di là degli aggiustamenti che richiederà il voto legislativo di giugno, sarà necessariamente all’insegna di un ulteriore assalto alla stabilità del lavoro, alla spesa sociale, all’occupazione nel settore pubblico e agli stessi principi democratici.
Sul fronte estero e della “sicurezza nazionale”, inoltre, Macron da un lato proseguirà sulla linea atlantista del suo predecessore, continuando a demonizzare la Russia e intensificando l’impegno militare in Africa e in Medio Oriente, e dall’altro manterrà in vigore lo stato di emergenza per utilizzarlo essenzialmente come strumento di contenimento delle tensioni sociali.
Una prospettiva, cioè, che non promette alcuna risoluzione della crisi in atto, ma che rischia seriamente di rafforzare ancor più l’opposizione di estrema destra, come ha già annusato Marine Le Pen alla chiusura delle urne nella serata di domenica.
La numero uno del FN ha nuovamente cercato di proporre il suo partito come l’unica vera alternativa alla dittatura liberista, sapendo di poter contare sul processo di legittimazione neo-fascista che continuerà a essere favorito da una classe politica in costante spostamento verso destra.
Se il voto di domenica ha confermato che in Francia come altrove non vi è una base particolarmente ampia di consenso per l’estrema destra populista, è altrettanto vero che il Fronte Nazionale ha quasi raddoppiato i consensi rispetto al ballottaggio del 2002. In quell’occasione, Jean-Marie Le Pen ricevette appena il 18% dei voti contro Jacques Chirac al termine di una campagna elettorale segnata da una mobilitazione di massa contro il neo-fascismo, di fatto assente o decisamente limitata nelle ultime due settimane.
Assieme all’entusiasmo per l’elezione di Macron e la sconfitta del FN, i commenti di molti analisti e osservatori subito dopo il voto hanno insistito anche sulla necessità del neo-presidente di legittimare un successo fondato su una base di consenso estremamente fragile.
Soprattutto, la classe dirigente francese ed europea, che oggi festeggia l’esito del voto per l’Eliseo, è ben cosciente di come Macron rappresenti un elemento di assoluta continuità con i suoi due predecessori – Sarkozy e Hollande – entrambi puniti pesantemente dagli elettori, sia pure con modalità differenti, a causa delle politiche reazionarie perseguite sul fronte domestico e su quello internazionale.
Per il momento, l’incertezza sulla presidenza Macron risiede in ogni caso nell’evanescenza del suo movimento politico (“En Marche !”) e nel risultato che esso riuscirà a ottenere nelle elezioni legislative di giugno. I giornali francesi in queste ore hanno però citato sondaggi che indicano come il nuovo partito di Macron abbia la possibilità anche di assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi, sfruttando la consueta spinta prodotta dal risultato delle presidenziali.
Un’altra ipotesi probabile sembra essere anche quella di una maggioranza relativa per il presidente eletto, il quale sarebbe così costretto a pescare consensi tra la destra gollista (“Les Républicaines”), apparsa sull’orlo della spaccatura in merito alla questione del candidato da appoggiare nel ballottaggio, e ciò che rimarrà della delegazione parlamentare Socialista.
Da tenere in considerazione sarà infine anche il risultato della sinistra raccolta attorno alla candidatura del leader del “Parti de Gauche” (PG) e del movimento “France insoumise” (“Francia ribelle”), Jean-Luc Mélenchon, in grado di sfiorare il 20% dei consensi nel primo turno delle presidenziali.
Mélenchon non aveva indicato nessuna preferenza ufficiale per il ballottaggio, pur invitando i suoi elettori a non votare per l’estrema destra. Visto lo sfacelo in cui i cinque anni di presidenza Hollande hanno gettato il Partito Socialista, è probabile che il partito di Mélenchon possa diventare la prima forza di sinistra all’Assemblea Nazionale, influenzando in qualche modo l’agenda liberista e strenuamente europeista del presidente eletto.

Fonte: altrenotizie.org 

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