La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 9 maggio 2017

Il vero problema è la frattura sociale

di Umberto Mazzantini 
Il risultato del ballottaggio delle presidenziali francesi era probabilmente il più scontato di sempre e solo i giornali e le televisioni hanno cercato di tenere alta la suspance che non c’era nella sfida tra Emanuel Macron e Marine Le Pen. Alla fine anche le maldestre e tardive accuse a Macron di avere conti aperti nei paradisi fiscali e l’hackeraggio delle email del suo staff elettorale si sono ritorti contro la candidata neofascista, antieuropeista e xenofoba. Il candidato di En marche! ha raccolto il 66,06% dei voti e quella del Front National si è fermata al 34,2 %; una dura sconfitta, visto che puntava dichiaratamente a superare il 40%.
In realtà la Le Pen ha conservato a malapena i suoi voti del primo turno e quelli del partitino sovranista che l’ha appoggiata al secondo turno, mentre Macron ha raccolto molti voti della destra repubblicana, di quel che resta del Partito socialista e di una parte della sinistra radicale. Lo dicono anche i dati che vengono dal territorio: Macron vince in tutti i dipartimenti francesi salvo il Pas-de-Calais e l’Aisne e dilaga dove la sinistra era (ed è) egemone, la Le Pen conferma i suoi feudi nel nord e sud della Francia ma non sfonda da nessuna parte e soprattutto il “soccorso rosso” che qualcuno si aspettava e temeva non è arrivato: è passato l’appello del Partito comunista francese a non votare “la peste bruna” e buona parte dell’elettorato si è rifugiata nell’astensione: il 25,3%, un record dalle presidenziali del 1969, così come sono stati un record i voti bianchi e nulli (circa il 9%).
Buona parte degli elettori che al primo turno hanno dato quasi il 20% alla sinistra di France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, strattonati da una parte e dall’altra nelle ultime due settimane e accusati di voler far vincere la Le Pen per non votare un candidato che, quando era ministro di François Hollande, aveva dichiarato loro guerra con provvedimenti liberisti, anti-sindacali e di riduzione dei diritti dei lavoratori, alla fine si sono rifiutati di scegliere, facendo esplodere l’astensionismo e le schede bianche e nulle, arrivate a 4,2 milioni di elettori su 47,6 milioni di iscritti nelle liste elettorali. La decisione di una parte cospicua della sinistra radicale di non scegliere né il Front national né En marche! alla fine si è rivelata un vantaggio per Macron che così, a 39 anni, diventa il più giovane presidente della storia francese e il primo senza un grande partito alle spalle, ma la sinistra ha anche respinto l’appello della Le Pen a costruire un fronte rosso-bruno contro le élite europeiste liberiste.
Per la seconda volta in 15 anni, gli elettori francesi non hanno votato “per” un candidato, ma “contro” l’estrema destra e, come scrive Le Monde, «questo lascia delle tracce in una democrazia. Gli elettori potrebbero stancarsi di scegliere il meno peggio», che invece è proprio quello che è stato esaltato ieri da diversi partiti italiani – e da quasi tutti i commentatori televisivi – felici che gli elettori francesi siano stati costretti a scegliere tra due candidati che la metà degli elettori non aveva votato al primo turno.
Così, ora, il vincitore rischia di diventare un’anatra zoppa, senza una sua maggioranza, dopo le elezioni legislative di giugno. Emmanuel Macron lo sa bene e nel suo primo discorso da presidente ha detto: «E’ un grande onore e una grande responsabilità. Metterò tutto me stesso per essere degno della vostra fiducia. Mi batterò contro le divisioni che ci minano. Conosco le difficoltà che ci indeboliscono da troppo tempo: difficoltà economiche, l’indebolimento morale del Paese. Conosco le divisioni della nostra nazione che hanno portato alcuni a un voto estremo, conosco a collera, i dubbi, l’ansia che alcuni hanno espresso. E’ mia responsabilità quella di ascoltarvi lottando contro tutte le forme di ineguaglianza, assicurando la vostra sicurezza, garantendo l’unità della nazione. Questa sera è a tutti voi che mi rivolgo, popolo della Francia. Difenderò la Francia, i suoi interessi vitali, la sua immagine. Mi prendo l’impegno davanti a voi. Difenderò l’Europa e i cittadini, è la nostra civiltà che è in gioco, la nostra maniera di essere liberi. Lavorerà per rafforzare i legami tra l’Europa e i cittadini. Rivolgo alle nazioni del mondo il saluto della Francia fraterna».
Macron ha annunciato che – come aveva promesso tra i due turni – avvierà da subito il cantiere di moralizzazione della vita pubblica: «La vitalità democratica sarà fin dal primo giorno la fondamenta della nostra nazione. Non mi lascerò fermare da nessun ostacolo. Agirò con determinazione, per il lavoro, la scuola, la cultura, costruiremo un futuro migliore». Agli elettori di sinistra sarà certamente corso un brivido freddo lungo la schiena, visto le controriforme avviate da Macron, quando era ministro, proprio sui temi citati. Macron si è anche smarcato da Donald Trump e ha annunciato, per la gioia dei Verdi che lo hanno sostenuto, che «la Francia parteciperà al rispetto degli impegni in materia di sviluppo e cambiamento climatico». Ma la politica estera e interna non cambiano: Macron, questa volta per la gioia dell’elettorato gollista, ha aggiunto che con lui «la Francia sarà al primo posto nella lotta contro il terrorismo sul suo suolo e altrettanto nell’azione internazionale. Fino a quando durerà questa lotta, noi la condurremo. Amiamo la Francia. Da stasera e per i cinque anni che verranno, servirò a nome vostro con umiltà, devozione e determinazione. Vive la République, vive la France».
Marine Le Pen ha riconosciuto la disfatta e annuncia «una trasformazione profonda del Front national», anche se aggiunge che «con questo risultato storico e di massa, i francesi hanno fatto dei patrioti la prima forza di opposizione. Il primo turno ha portato ad una grande scomposizione della vita politica francese attraverso l’eliminazione dei vecchi partiti. Questo secondo turno organizza una ricomposizione politica di grande ampiezza intorno alla divisione tra patrioti e mondialisti. Il Front national, che si è impegnato in una strategia di di alleanze, deve anche lui rinnovarsi profondamente per essere all’altezza di questa opportunità storica e delle attese dei francesi. Proporrò quindi di avviare una trasformazione profonda del nostro movimento per costruire una nuova forza politica che molti francesi chiedono».
Probabilmente verrà convocato un congresso e il FN cambierà nome e stile politico, lasciando forse orfani Salvini e altri esponenti della neodestra europea, ma non rinunciando al sovranismo e – a quanto si dice – cercando di creare una sorta di fronte rosso-bruno con la sinistra radicale ai ballottaggi delle legislative. Cosa respinta dal Partito comunista francese alla vigilia del voto del secondo turno: «Mettiamo in guardia contro il nuovo tentativo di impostura e chiediamo di impegnarsi a smascherarlo. Il FN non può pretendere di parlare a nome degli operai , dei lavoratori, del popolo, dato che li divide spingendoli gli uni contro gli altri». E aggiungeva: «Bisogna battere Marine Le Pen nelle urne il 7 maggio. Non c’è da tergiversare, con la sola scheda a disposizione, quella di Macron, dicendo chiaramente che lo combatteremo con determinazione dall’8 maggio. Non un solo voto di sinistra deve mancare per mettere il punteggio di Marine Le Pen il più basso possibile». Operazione riuscita, anche se un bel pezzo di sinistra non se l’è sentita di votare per un presidente neoliberista.
In realtà, come scrive Grégoire Biseau su Libération, queste elezioni hanno segnato il grande ritorno della frattura sociale: «Mentre i più ricchi hanno massicciamente scelto Macron, i poveri si sono rivolti verso la Le Pen. Sta al nuovo presidente non dimenticarlo, o rischia di giocare con il fuoco. La prima virtù di un presidente è quella di delineare il volto della Francia. Di tracciare una linea che divide il Paese in due. Una demarcazione forzatamente un po’ caricaturale, perché binaria come lo è il suffragio universale a due turni. Il 66,06 % a favore di Macron non traccia solo il rapporto di forza tra “progressisti” e “nazionalisti”, per riprendere le parole del futuro presidente capo dello Stato, disegna due France: quella che va bene contro quella che perde. Quella che ha un ampio richiamo e quella del ripiegamento. La prima ha un ­ presidente, la seconda il risentimento.
Biseau è convinto che le sirene rosso-brune possano avere un certo ascolto: «Con queste elezioni, il divario destra-sinistra si è diluito in una nuova opposizione molto più sociologica. Questo scrutinio ha celebrato il gran ritorno della frattura sociale, resa popolare nel 1995 da Jacques Chirac e teorizzata dal demografo Emmanuel Todd, era riapparsa nel referendum sulla Costituzione europea nel 2005, per finalmente scomparir. E’ ritornata maestosamente in occasione di queste presidenziali ed Emmanuel Macron dovrà tenerne conto molto presto, a rischio di perdere la metà del Paese. I risultati del primo turno avevano già fatto apparire una Francia tagliata in due secondo una diagonale che va da Havre a Marsiglia. La Francia dell’ovest ha piazzato in testa Macron, quella del nord, dell’est e del sud-est Marine Le Pen. Abbiamo potuto vedere un’opposizione geografica, culturale e storica. Molti commentator hanno, nello stesso solco, teorizzato la Francia delle grandi città (macronienne) contro la Francia rurale o periurbana (frontiste). Nella sua analisi approfondita del voto del primo turno, Jérôme Fourquet de l’Ifop ha dato una chiave di lettura più operativa : la predominanza della questione sociale. Emmanuel Macron è arrivato in testa lungo l’arco atlantico, dove i francesi hanno molto maggioritariamente l’impressione di vivere in una relativa prosperità economica, in tutti i casi, in una dinamica positiva. Contrariamente, al nord e al nord-est della Francia, i sentimenti di declino e declassamento vincono largamente».
Insomma, le elezioni francesi riportano sulla scena proprio quelle che le forze politiche liberal-liberiste e le socialdemocrazie sempre più centriste davano per scomparse e/o obsolete: le vecchie classi sociali. «La Francia laureata, che paga l’imposta sul reddito e che pensa che il suo livello di vita sia migliorato ha votato molto maggioritariamente Macron – dice Biseau – Quella che non ha la maturità, che è disoccupata o vive nella precarietà, non ha esitato a mettere la scheda Le Pen nell’urna. Fourquet ha fatto un calcolo rivelatore: più un comune è ricco (in funzione degli abitanti che pagano l’imposta sul reddito) più vota Macron. Altrettanto vero di un’equazione matematica».
Quelle che emergono dalle elezioni sono due France che non hanno più molto da dirsi e per Biseau il rapporto di forza è fissato da una risposta a una sola domanda: considerate la globalizzazione come una chance o una minaccia ? Secondo un sondaggio di Libération realizzato la sera del primo turno, i due campi sono perfettamente in equilibrio, ma rappresentano una sociologia completamente opposta: «Le classi popolari escono dal quinquennato Hollande con la convinzione che la loro situazione si sia considerevolmente degradata. Dopo essere calato durante la prima metà del quinquennato, il tasso è ripartito al rialzo alla fine del quinquennato. Le ineguaglianze hanno seguito la stessa curva: si sono fortemente ridotte nei due primi anni , fino ad annullare gli effetti della crisi del 2008, poi si sono anche loro rimesse a salire. Esausta per 10 anni di disoccupazione di massa e di stagnazione del potere di acquisto, questa Francia di serie B brucia di una vera collera sociale e non è la prima grande iniziativa promessa dal presidente della Repubblica Macron (una nuova loi travail per decreto) che la rassicurerà. Emmanuel Macron sbaglierebbe a felicitarsi troppo presto dell’indebolimento della frattura sinistra-destra, perché l’opposizione frontale tra queste due France porta con sé i germi di una radicalità ancora più eruttiva».

Fonte: greenreport.it 

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