La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 7 maggio 2017

Il trotzkista che rivuole la memoria

di Angelo Mastrandrea 
La mattina del 6 dicembre 2016 Nando Simeone esce di casa come tutti i giorni per andare al lavoro. Da quando ha smesso il mandato di consigliere provinciale, nel 2008, ha ripreso il suo posto alla Farmacap, la società municipalizzata romana che gestisce 44 farmacie comunali e una ventina di asili nido. Ha trascorso la notte a casa della compagna, in fondo alla via Tiburtina, dove un tempo c’erano le industrie e oggi è una lunga teoria di capannoni abbandonati, sale bingo e negozi «cerco oro». Dalla periferia est gli viene più facile spostarsi verso un’altra periferia, quella sud di Spinaceto, dove è stato trasferito, a suo parere per «punizione» a causa del suo impegno sindacale, come delegato Cgil, per fermare i tentativi del Comune di privatizzare l’azienda in cui lavora, cominciati con la giunta guidata da Ignazio Marino e tuttora non abortiti.
QUANDO LAVORAVA nella sede centrale di via Ostiense, invece, impiegava cinque minuti in motorino dall’abitazione in cui sono andato a incontrarlo, 38 metri quadri magnificamente restaurati in un antico edificio occupato nel cuore di Trastevere. Il palazzo era abbandonato da anni e cadeva a pezzi, quando, il 14 luglio 1989, dodici famiglie lo occuparono e ne fecero una delle prime esperienze di «autorecupero» di un edificio pubblico abbandonato. A dispetto di quello che sto per raccontare, Simeone la ricorda benissimo: «All’inizio è stata dura, perché l’edificio cadeva letteralmente a pezzi, ma noi volevamo lanciare il messaggio che il centro della città non può essere solo dei ricchi e per questo abbiamo portato qui persone che non avrebbero potuto mai permettersi di pagare un affitto a Trastevere», dice.
A QUEL TEMPO, poteva accadere che un’auto blu di rappresentanza istituzionale si fermasse ad aspettarlo davanti allo squat. Quando invece è tornato al vecchio impiego, ha trovato una scrivania vuota («mi hanno tenuto per un po’ di tempo a far niente») e poi il trasferimento «sette chilometri più giù». È per questo che la mattina del 6 dicembre imbocca con il suo scooter il Grande Raccordo Anulare all’altezza della Tiburtina. Ma a questo punto il blackout della sua memoria è già partito. I ricordi si fermano ai giorni precedenti, quando Simeone era impegnato a denunciare i tentativi di aprire la Farmacap ai privati: «se l’azienda non è stata gestita bene, perché c’è la fila di aziende private per comprarla? I conti non tornano», aveva detto qualche tempo prima durante una manifestazione davanti al Campidoglio.
POCO DOPO LE 10, Simeone esce di casa, sale sullo scooter e si dirige verso il Raccordo Anulare. Alle 11 deve essere al lavoro, dove non arriverà mai. È appena entrato nel Gra quando un furgone lo investe in pieno. Sono le 10,35. «Mi hanno detto che ho fatto un volo di undici metri, il casco è volato via e ho battuto violentemente la testa», racconta. Un automobilista si ferma e chiama tempestivamente un’ambulanza, che lo porta d’urgenza all’ospedale Sant’Andrea. La sequenza fa tornare alla mente le prime scene di Sacro Gra, il documentario di Francesco Rosi che ha vinto un Leone d’oro al Festival di Venezia, ambientate su un’ambulanza del 118 che soccorre la vittima di un incidente stradale sull’autostrada che circumnaviga la capitale.
Il furgone che l’ha investito si dilegua e non verrà mai trovato, nonostante le cronache raccontino che alcuni testimoni avrebbero consegnato ai carabinieri di Settebagni un numero di targa.
NANDO SIMEONE combatte con la morte per dieci giorni. Non si sa se sopravviverà e, in caso positivo, quali saranno le conseguenze della lesione cerebrale. Nel frattempo, attorno a lui si crea una mobilitazione inusuale per un incidente stradale: Simeone è molto conosciuto per la sua attività politica e sociale, in ospedale accorrono decine di amici e compagni che gli si stringono attorno, quasi che una sorta di assemblea permanente attorno a quel corpo intubato potesse aiutarlo a risollevarsi.
È quello che di fatto accade. Superata la fase più critica, Nando Simeone esce dallo stato di incoscienza, ha un recupero fisico che ha del prodigioso e alla fine di dicembre viene trasferito al Santa Lucia, un ospedale specializzato nella riabilitazione neuromotoria. Ma i danni neurologici sono ancora rilevanti e di quei giorni tuttora non ha contezza.
LA LUCE NELLA SUA TESTA comincia a riaccendersi alla metà di gennaio. La consapevolezza di sé si rimette in moto da quel momento, ma Nando Simeone ben presto si rende conto che è un uomo senza passato. Ricorda di non ricordare nulla. Non riconosce le persone che vengono a trovarlo e fa fatica a riempire i buchi nella sua memoria. «La prima cosa che ho provato? Imbarazzo. Cercavo di ascoltare i discorsi attorno al mio letto per capire chi avevo di fronte e non fare brutte figure».
Dopo un mese di black out totale, pian piano diventa consapevole della sua smemoratezza: «Quando parlavo con chi mi veniva a trovare, mi accorgevo di non ricordare più niente». «È una cosa molto pesante», ammette. Fisicamente sta meglio e vuole uscire dall’ospedale e tornare al lavoro. Se la prende con medici e infermieri, ma oggi ammette che questi «sono stati bravi a dare alla mia aggressività uno sbocco terapeutico»: «Mi hanno fatto capire che a spingermi alla violenza era la paura della morte, in questo modo ho potuto rovesciarla in una spinta fortissima a vivere», la stessa che gli ha fatto bruciare le tappe e lo sta portando a ricostruire tutto il suo passato dalle fondamenta, come un bravo ingegnere farebbe con un palazzo terremotato.
QUELLA CHE OGGI Nando Simeone racconta è la storia di come uno «smemorato consapevole» stia pian piano riacquistando non solo i ricordi tout court o il significato delle parole, quanto quella «memoria critica» che si era costruito in anni di studi e di battaglie politiche. Aiutato dalla sua formazione di psicologo, ha spiegato agli psicoterapeuti il percorso di formazione della sua memoria, dall’attività politica ai libri letti, che «mi hanno dato la consapevolezza di avere una coscienza molto avanzata».
Ha impostato con loro una terapia basata non soltanto sulle cure farmacologiche, anche se «prendo sedici pillole al giorno», bensì su un lavoro psicologico per riempire i buchi nella storia personale e quella politica. Per questo hanno coinvolto nella terapia la sua compagna e un militante del suo gruppo. «Purtroppo ho avuto una perdita di memoria complessiva, il trauma ha scombussolato tutto», spiega, e non c’è un aspetto, personale, familiare o politico che si sia salvato.
Nella sua casa fanno bella mostra un’edizione completa delle opere di Lenin, la «rivoluzione russa» raccontata da Trotzky e gli Scritti politici di Frantz Fanon, opere fondamentali per la sua formazione insieme a Freud «che conoscevo a memoria». Per riportarla alla luce si è rimesso a studiare, cominciando dalla «storia del movimento operaio». Per far riemergere la sua partecipazione al movimento studentesco della Pantera, quando nel 1990 era studente universitario alla Sapienza di Roma, ha dovuto rileggersi un suo libro del 2010, quasi profeticamente titolato Storia di un movimento rimosso.
NANDO SIMEONE affronta la afida più difficile, tutta interna alla sua psiche, come se fosse una delle tante battaglie politiche combattute nella sua vita: contro la globalizzazione neoliberista al G8 di Genova nel 2001, con il gruppo di Sinistra critica dentro Rifondazione comunista in seguito, e poi nella minoranza Cgil per fermare la privatizzazione della Farmacap. Nel 2007 fece scalpore quando organizzò una conferenza stampa di «incappucciati» alla Provincia per protestare contro le torture americane nel carcere iracheno di Abu Ghraib. È convinto che si può acquisire una «memoria consapevole» solo se hai «un confronto basato sullo scambio e sull’interazione politica». Ne fa una questione di «ruolo e di identità» e per questo considera fondamentale il ruolo dei suoi compagni della Sinistra anticapitalista, il gruppo di estrazione trotzkista nel quale milita e che gli si è stretto attorno. Parafrasando uno slogan degli anni Settanta, si potrebbe affermare con lui che «la memoria è politica».
CI VORRÀ DEL TEMPO ma è molto probabile che i suoi ricordi sparpagliati dal terribile impatto con l’asfalto ritornino per intero al loro posto, come pezzi di un puzzle da ricomporre. Si tratterà di un lavoro certosino, ma alla fine riaffioreranno uno dopo l’altro, grazie anche alla sua tenacia e alla voglia di rimettersi a studiare.
Meno sicuro è che il pirata della strada che gli ha segnato così pesantemente la vita sia mai rintracciato. L’inchiesta è già passata di mano da un pm a un altro e le indagini languono. L’unica volta che i carabinieri si sono presentati in ospedale è stato per chiedergli se aveva assunto droghe prima di mettersi in sella, la mattina del 6 dicembre. Pure il suo scooter è ancora sotto sequestro giudiziario. Al danno di essere la vittima di un tentato omicidio impunito si aggiunge la beffa del sospetto che l’incidente sia andato quasi a cercarselo.

Fonte: Il manifesto 

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