La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 14 maggio 2017

Il postcapitalismo secondo Paul Mason

di Christian Dalenz Buscemi 
Il libro Postcapitalismo. Una guida per il nostro futuro del giornalista Paul Mason (ex BBC e Channel 4) è molto ambizioso: illustrare perché il sistema capitalista neoliberale è ormai uno “zombie che cammina” e che è ormai pronta la strada per passare ad un sistema che lo rimpiazzi completamente. Già Srnicek e Williams, autori di Inventing the Future, avevano introdotto questa idea. Ma mentre il loro libro si manteneva su orizzonti ideali, seppur con un sostanzioso corredo bibliografico di pensiero politico e filosofico, Mason tenta di elevare il livello dell’analisi economica. Purtroppo però il livello della prassi politica suggerita appare più debole dell’apparato analitico.
Si può accettare che le argomentazioni di Mason sono sviluppate in maniera solida. Molto vasta e variegata è la letteratura a cui attinge, in mezzo alla quale predomina quella marxista; ma comunque va molto oltre questo ambito. Anticipo che non sarà possibile ricordarla tutta: ripasseremo solamente quella principale e necessaria per comprendere questo libro.
Si parte dall’analisi della crisi del neoliberismo, intesa in particolare come crisi del sistema finanziario, e la si intreccia con la teoria dei cicli di Nikolai Kondratiev, economista russo e sovietico ucciso dal regime staliniano perché le sue teorie non si accordavano con la dottrina della nomenklatura. In breve, possiamo qui spiegare che per Kondratiev il capitalismo è un sistema che funziona ad onde, dove abbiamo un susseguirsi di fasi di crescita che incontrano sempre un apice; raggiunto il quale puntualmente arriva un crollo, cui segue una fase di crisi economica più o meno profonda. In questa fase discendente solitamente vengono sviluppate le tecnologie da implementare nel sistema produttivo e che aiuteranno l’economia a tornare in fase di ascesa quando la crescita economica ripartirà. E tutto ciò avverrebbe dunque in maniera ciclica.
Per capire di cosa stiamo parlando, si osservi la seguente figura.


Tratta da The sixth Kondratieff – long wave of prosperity, Allianz Global Investors, 2010[1]

L’andamento dell’economia viene qui misurato in proporzione all’indice di mercato S&P500. Ad ogni picco possiamo leggere l’invenzione che ha portato l’economia a quell’apice: ad esempio, la macchina a vapore tra il 1780 e il 1830, i treni e l’acciaio tra il 1830 e il 1880, le automobili e il petrolio tra il 1930 e il 1970. Ad ogni picco è sempre seguito un crollo. L’ultimo picco è avvenuto grazie all’information technology nel ciclo 1970-2010 è si è chiuso con la crisi finanziaria tra il 2007 e il 2009.[2]
Una simile concezione del capitalismo apparteneva anche ad Hyman Minsky, che però la introdusse nel solo sistema finanziario; la teoria di Minsky è comunque integrabile in questo discorso, nonostante Mason non la introduca, per spiegare l’ultimo crollo. Infatti, la grande quantità di denaro irrorata dalle banche centrali alle banche private è stata utilizzata soprattutto a scopi speculativi; processo che ha poi portato all’aumento sempre più sensibile del debito privato, che a sua volta ha trainato la crescita economica finché i debiti sono diventati troppo grandi per essere ripagati. E lì è avvenuto lo scoppio della bolla finanziaria.[3]
Di per sé questo passaggio si potrebbe interpretare, seguendo Kondratiev, nient’altro che come una fase di uno dei cicli del capitalismo. Ma la vera novità del ragionamento di Mason, che costituisce forse il nucleo di tutto quanto esposto nel suo libro, è la seguente: a differenza del passato non è possibile, da qui in avanti, una nuova fase ascendente.
È la particolare forma dell’attuale sviluppo tecnologico, diverso dalle precedenti rivoluzioni industriali, che a suo dire lo impedirebbe. Oggi è molto più facile e veloce produrre qualcosa, con il risultato che il valore di mercato di quanto prodotto è sempre più basso, viste le grandi quantità disponibili. È in particolare l’informatica l’oggetto di attenzione di Mason: è questo il fattore principale che fa sì che l’onda non possa riprendere la sua fase ascendente. Questo perché è proprio l’informatica che fa sì che sia possibile produrre sempre di più a prezzo sempre inferiore, e con sempre meno necessità di lavoro umano, mettendo in crisi la possibilità di fare profitti in maniera significativa e tali che il sistema capitalista possa riprendere a camminare a pieno regime.
Un argomento, questo, affrontato anche da Jeremy Rifkin nel suo The Zero Cost Marginal Society (2014), che è un punto di riferimento importante per il giornalista inglese. Ma non quello principale. Sono le teorie economiche di Karl Marx, che veniva chiamato il “Moro” dagli amici, in cui Mason trova conforto per la sua argomentazione. Il Marx che viene scelto nella sua bibliografia è sia quello ortodosso del Capitale che quello talvolta tralasciato dei Grundrisse.
Va ricordato in primo luogo, per comprendere quanto segue, che per il filosofo ed economista tedesco fonte del valore delle merci è il lavoro umano. Quanto più questo viene utilizzato per produrre un oggetto, maggiore sarà il suo valore; viceversa, se occorre meno tempo di lavoro umano per la produzione, minore sarà il valore del prodotto. A Mason interessa in particolare modo la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, che discende logicamente da questa teoria del valore-lavoro, a cui Marx dava un’importanza fondamentale: è infatti una formula che dimostra, a suo dire, che il capitalismo è fatalmente destinato a cadere in crisi. Questo perché la sostituzione del lavoro umano con le macchine è attraente per i capitalisti per aumentare sempre di più la produttività delle loro imprese: ma così facendo, seguendo la teoria del valore-lavoro, le merci prodotte varranno sempre meno perché minore sarà la quantità di lavoro incorporata, e minori saranno i profitti. Supponendo che questo avvenga non per una sola impresa, ma per tutte quelle presenti in un’economia, Marx arrivava ad ipotizzare, per l’appunto, una caduta tendenziale del saggio di profitto nell’intero sistema capitalista: una crisi che lo colpisce al cuore della sua ragione d’essere. Secondo Mason, quanto stiamo vivendo in questa fase di sviluppo tecnologico aderisce abbastanza bene a questa teoria.[4]
Fin qui il Marx del Capitale, che qui abbiamo preteso coprire praticamente per intero in pochissime righe, facendo un riassunto molto grossolano della sua intera teoria economica (che effettivamente va dal valore-lavoro, passa per concetti quale la trasformazione dei valori prodotti in prezzi di mercato e conclude con la caduta tendenziale del profitto nell’intera economia). Naturale dunque per me rimandare alla lettura dei tre tomi o ad un “bignami”[5] per comprenderlo fino in fondo.
Ancora più utile per Mason è però il Marx dei Grundrisse, e in particolare del famigerato e molto discusso Frammento sulle Macchine. I Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie (Lineamenti per una critica dell’economia politica) rappresentano nell’insieme un testo preparatorio con il quale Marx cominciava a buttare giù le idee per la successiva redazione del Capitale. All’interno, vi si trovano molti passaggi poi meglio esposti nel magnum opus del Moro, e altri poi tralasciati nella stesura finale. Uno di quelli abbandonati è appunto il “Frammento sulle macchine”. Qui Marx arrivava ad immaginare cosa potrebbe avvenire quando il lavoro umano non è più fondamentale per la produzione industriale per via dell’innovazione tecnologica, e arrivava ad ipotizzare che in una tale condizione non fosse più la fatica del lavoratore quella che il capitalista avrebbe sfruttato, ma le conoscenze della totalità degli uomini: in poche parole, secondo Mason, le informazioni. Curiosamente il Moro decise di denominare tale complesso delle conoscenze umane già in inglese nel testo originale tedesco: general intellect (forse perché si trovava a Londra al tempo della scrittura). A parere di Mason, una volta di più Marx si rende utile per spiegare quanto sta avvenendo oggi: infatti, è la rete internet la dimostrazione che il vecchio filosofo ci aveva preso! E in effetti il capitale oggi riesce a continuare a valorizzarsi proprio grazie all’assorbimento dei dati degli utenti della rete.[6] Quante multinazionali fanno questo? Molte. Tutte quelle che vediamo pubblicizzate sui social network e/o che gestiscono i dati della clientela attraverso i loro profili online.
Ma allo stesso tempo, internet sta già effettivamente liberando delle forme di organizzazioni non-capitaliste, basate sulla cooperazione. Wikipedia rappresenta una delle forme di collaborazione online più avanzate in questo senso. Il file sharing, anche di materiale protetto da copyright, è all’ordine del giorno. I sistemi open-source come Linux si stanno diffondendo sempre di più (persino Android lo è). Mason arriva addirittura a paragonare l’utilizzo dei network online nelle nuove lotte sul lavoro, per la democrazia e contro le diseguaglianze alla vecchia solidarietà operaia delle cooperative di lavoratori, la cui efficacia era stata distrutta dal neoliberismo dall’inizio degli anni ’80. Per lui, tutte queste novità rappresentano i primi segni del nascente postcapitalismo: il general intellect può essere usato per ribaltare le logiche del capitalismo. Tale apertura di orizzonte di una società nuova e non segnata sullo sfruttamento sembrava farla anche Marx nel Frammento, seppure in poche righe che poi non furono mai riprese nel Capitale. Il filosofo infatti da una parte vedeva questa situazione come una prosecuzione dello sfruttamento capitalista, e dall’altra come possibilità di emancipazione per gli uomini, grazie anche alla sostanziale fine della legge del valore-lavoro e l’inizio di un sistema dove il valore principale diventa la conoscenza.
Torniamo un attimo indietro alla crisi del neoliberismo. Se dunque il modello di capitalismo finanziario ha fallito, occorre stravolgere interamente il sistema e fare una rivoluzione di stampo sovietico? La risposta di Mason è no. Il sistema di programmazione centrale dell’economia è fallito perché non è stato possibile rispondere a tutte le esigenze umane in questo modo. Mason boccia anche i tentativi di far rivivere quel modello portati avanti dagli economisti Paul Cockshott e Alin Cottrell, che ritengono di aver risolto il “calculation problem” di cui si dibatteva negli anni ’40[7] anche grazie alle nuove tecnologie. Ma per il giornalista inglese non è possibile risolvere i problemi delle comunità nemmeno così. Sarebbe una riedizione dell’economia sovietica, una maniera verticale e spesso autoritaria di gestire l’economia che escluderebbe le possibilità migliori della nuova economia: produrre a basso costo e fare rete in maniera non gerarchica.
Come già Srnicek e Williams, anche Mason vede come possibile soluzione postcapitalista il reddito universale, attraverso cui ricreare il proprio tempo. E micro cooperazione per organizzare la produzione. Non si trascura comunque il necessario intervento statale per mettere un freno alla finanza troppo allegra; e come si discute ormai ovunque, cambiare la ragione d’essere delle banche centrali per servirle maggiormente alla causa dell’economia reale e del bene pubblico. Tutte misure di transizione verso la nuova società.
L’analisi di Mason ha il pregio di individuare delle possibilità nuove per i destini del mondo, ma trascura la possibile capacità del capitalismo di sapersi riprendere dall’attuale condizione. Già oggi vediamo che molte imprese si riattivano per la protezione del diritto d’autore, così che scambiarsi documenti online gratuitamente potrebbe diventare più difficile. Pensiamo per esempio a quei quotidiani che cominciano a far pagare per la lettura dei propri articoli online, oppure al blocco di certo materiale protetto da copyright su YouTube. Non è dunque detto che il sistema stia morendo per davvero.
Inoltre, le recenti stime economiche dell’FMI ci dicono che la crescita economica mondiale è ripartita. Questa considerazione non è ancora sufficiente per poter affermare che ci troviamo in una fase ascendente di una nuova onda di Kondratiev, ma potrebbe anche darsi che invece ci siamo e che presto le nuove tecnologie saranno implementate per ripristinare le condizioni di profittabilità. Solo il tempo potrà dire se questo è il caso.
Rimane di alto livello e respiro molto ampio l’approccio scelto da Mason, ed il tentativo da lui fatto di cominciare l’individuazione di un’alternativa al capitalismo neoliberista va tenuto in considerazione. Tra l’altro presenta una serie di dati molto interessanti sulla crisi ambientale, affrontabile secondo lui solo con il postcapitalismo. Sul quale però scrive solo un capitolo finale abbastanza scialbo e insufficiente per l’elaborazione di un vero programma politico; è comunque giusto tenere a mente i suggerimenti dati.
Oltretutto Mason commette una omissione spesso criticata al filone operaista a cui si riallaccia: non analizza a sufficienza le filiere di produzione che ancora funzionano pienamente con manodopera nelle loro fasi iniziali. Il vecchio sistema industriale esiste ancora, Mason lo sa e in parte lo racconta, ma sembra correre troppo in avanti quando non ci dice come il terzo e quarto mondo possa arrivare ad uno stato di postcapitalismo. È probabilmente vero che l’automazione finirà per coinvolgere anche la parte più povera del mondo, ma per ora il postcapitalismo basato su automazione e informazione laggiù sembra una chimera.
In conclusione, un bel libro da leggere (lo stile di scrittura del giornalista è piacevole), ma che lascia a successivi passaggi il compito più importante che suggerisce: cambiare le cose.

Note

[1] Esistono probabilmente metodi migliori di misurare l’andamento delle onde di Kondratiev rispetto a quello proposto, basato su un indice che nasce in realtà nel 1957 per come lo conosciamo. L’immagine proposta è comunque utile per comprendere il concetto di cui stiamo parlando. Inoltre non esiste consenso unanime su quando ciascuna delle 5 onde sarebbe cominciata e finita; mentre che siano finora state cinque è pacifico.

[2] I cicli scelti da Mason sono in realtà diversi e più brevi, anche se le innovazioni tecnologiche rimangono queste.

[3] Pochi erano riusciti a intuire che sarebbe accaduto. Fra questi, l’economista Steve Keen. Si rimanda al 13esimo capitolo del suo Debunking Economics (2011) per una spiegazione completa su come aveva fatto e sul modello economico da lui elaborato, basato proprio sulle teorie di Minsky.

[4] Ricorderò qui un paio di economisti marxisti che ritengono verificata empiricamente la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Si tratta di Andrew Kliman, ricordato indirettamente in un passaggio del libro di Mason in merito ad un altro tema importante nel dibattito economico marxista che questo economista ritiene di aver risolto, la trasformazione dei valori in prezzi. Il libro dedicato da Kliman alla dimostrazione della validità della teoria è The Failure of Capitalist Production (2010). L’altro studioso da citare è Michael Roberts, che ha invece scritto The Next Recession (2011), dove con diversi metodi di misurazione e risultati finali un po’ diversi da quelli ottenuti da Kliman si arriva comunque a confermare la giustezza della teoria marxiana.

[5] Mi segnalano che Understanding Capital (1986) di Duncan Foley ne sia un buon esempio.

[6] Avevo già affrontato questo tema con Andrea Fumagalli. L’economista della Bocconi ha idee che si avvicinano molto a Mason, se pensiamo alla sua proposta di reddito di base, tema che affronteremo qui più avanti.

[7] Il dibattito vedeva contrapposti chi come il socialista Oskar Lange credeva che fosse possibile rendere un’economia centralizzata efficiente e chi come il neoliberale Friedrich Hayek riteneva invece il sistema dei prezzi di mercato come l’unico che potesse allocare beni e servizi in maniera soddisfacente.

Fonte: eunews.it 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.