La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 9 maggio 2017

Il popolo brasiliano rialza la testa. Tutti insieme contro il governo Temer

di Claudia Fanti 
Con l'imponente sciopero generale del 28 aprile scorso, il primo negli ultimi vent'anni, l'opposizione popolare al governo golpista di Michel Temer, il cui indice di consenso non va oltre un imbarazzante 5%, ha dato inequivocabilmente una grande dimostrazione di forza. Sono stati almeno 35 milioni, se non 40, i lavoratori che hanno aderito alla protesta contro le selvagge misure di austerità proposte dal governo – protesta convocata da tutte le centrali sindacali e dai Fronti Brasil Popular e Povo Sem Medo dopo mesi di preparazione, di dibattiti e di assemblee –, lanciando così un segnale chiarissimo: se il Congresso è saldamente nelle mani delle destre (un Congresso in cui almeno il 40% dei parlamentari è coinvolto in qualche caso di corruzione), per le strade si ascolta tutt'altra musica.
Difficile, tuttavia, che ciò possa scongiurare l'approvazione definitiva da parte del Senato della contestatissima riforma del lavoro, già passata alla Camera con 226 voti a favore e 117 contrari, in un momento in cui la disoccupazione è cresciuta in 12 mesi del 27,8%, superando la soglia dei 14 milioni di persone senza impiego. Una riforma che smonta lo Statuto dei lavoratori varato nel 1943, riconoscendo valore di legge a un qualsiasi accordo stipulato dal datore di lavoro con i suoi dipendenti, vale a dire riconoscendo al datore di lavoro il diritto di imporre le proprie condizioni senza che alcuna legge possa impedirglielo. Una riforma che arriva a stabilire, per fare solo un esempio, che «le gestanti e le donne che stanno allattando potranno lavorare in ambienti insalubri se ciò verrà autorizzato da un certificato medico», con la precisazione che, «nel caso delle donne incinte, ciò non sarà possibile se l'insalubrità è massima». 
E altrettanto difficile sarà impedire la devastante riforma del sistema previdenziale – non a caso bocciata dal 93% della popolazione, secondo un sondaggio dell'istituto Vox Populi - che propone l'innalzamento dell'età pensionabile (a 65 anni) e l'aumento degli anni di contribuzione continuativa (49 anni), in un Paese in cui più della metà della popolazione, lavorando nel settore informale, non potrà mai accumulare i contributi necessari. 
A fianco della protesta si è schierata anche la Conferenza dei vescovi brasiliani (Cnbb), che, in un messaggio “ai lavoratori e alle lavoratrici del Brasile”, diffuso il 27 aprile durante la sua 55ª Assemblea Generale, ha denunciato, in occasione della festa del primo maggio, «un attacco sistematico ed evidente ai diritti conquistati», incoraggiando a promuovere «mobilitazioni pacifiche in difesa della dignità e dei diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici, con una speciale attenzione ai più poveri», e puntando il dito contro le riforme del lavoro e della previdenza sociale proposte dal governo: «È inaccettabile – ha affermato la Cnbb, tornando a una linea di denuncia dopo un lungo periodo di irrilevanza politica – che decisioni che incidono così profondamente nella vita delle persone e calpestano diritti già conquistati siano adottate dal Congresso senza un ampio dialogo con la società». E, prima ancora, in una nota sulla riforma della previdenza, il Consiglio permanente della Cnbb, riunito dal 21 al 23 marzo a Brasilia, aveva incoraggiato «le persone di buona volontà a mobilitarsi per ottenere il meglio per il popolo brasiliano, in particolare per i più poveri», sottolineando come il progetto di riforma, mirando a tagliare le spese, avesse «risolto il problema» escludendo i più poveri dalla protezione sociale. E come, proponendo «un'età unica di 65 anni per uomini e donne, in ambito sia rurale che urbano», compromettendo «l'assistenza a fasce svantaggiate (indigeni, quilombolas, pescatori...)» e tagliando la pensione di reversibilità, la riforma avesse intrapreso chiaramente «il cammino dell'esclusione sociale».
Un sostegno massiccio, quello dei vescovi alla protesta contro Temer, il quale aveva già dovuto incassare la lettera di papa Francesco, che, declinando l'invito a recarsi in visita in Brasile, aveva messo l'accento sulla necessità di provvedere alle «tante persone, specialmente le più povere, che spesso vengono completamente abbandonate e che pagano il prezzo amaro e doloroso di alcune soluzioni facili e superficiali» alla crisi in atto, invitando a non «confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato». Secondo il sito Outras Palavras, sono stati addirittura 93 (quasi un terzo dell'episcopato) i vescovi che, attraverso video o comunicati, hanno espressamente invitato a partecipare allo sciopero generale del 28 aprile. E se i cardinali di São Paulo (dom Odilo Pedro Scherer) e di Rio (dom Orani Tempesta) – massimi rappresentanti della linea conservatrice – non hanno speso una parola di denuncia in relazione alle contestate riforme, un appoggio pieno allo sciopero è venuto dalla Caritas brasiliana, dalla Pastorale carceraria, dalla Pastorale della Salute, dal Consiglio Indigenista Missionario e dalla Commissione Pastorale della Terra, il cui ultimo rapporto, peraltro, lancia l'allarme rispetto all'aumento dei conflitti nei campi, cresciuti in un anno addirittura del 26% (passando dai 1.217 casi del 2015 ai 1.536 del 2016, con un aumento del numero di omicidi del 22%, da 50 a 61, e quello del numero delle persone incarcerate del 185%, da 80 a 228), e all'intensificarsi dell'offensiva dei latifondisti a partire dal golpe di agosto contro Dilma Rousseff. 
Del resto, è anche sul versante della riforma agraria - eternamente attesa e mai realizzata, neppure dai governi del Pt - che il governo Temer fa sentire i suoi devastanti effetti: dall'abolizione del Ministero dello Sviluppo Agrario alla trasformazione dell’Incra (Istituto per la riforma agraria) in una mera agenzia di affari, dall'eliminazione delle restrizioni alla vendita di terra agli stranieri alla promulgazione della Misura Provvisoria 759, mirata alla privatizzazione delle terre destinate alla riforma agraria, alla legalizzazione dell’appropriazione illegale di terre pubbliche e all'esclusione dei lavoratori e delle lavoratrici accampati dal processo di insediamento. Cosicché ha ragione l'economista Gustavo Noronha (Carta Capital, 20/4) ad affermare che «il governo Temer sembra disposto a mettere fine a questa storia di una perennemente attesa riforma agraria seppellendo una volta per tutte qualunque idea che un giorno possa essere realizzata». 
Né va meglio rispetto ai diritti dei popoli indigeni, minacciati ora anche dal decreto 80 del 19 gennaio, che modifica il processo di demarcazione delle terre indigene riducendo il potere della Funai, l'organo indigenista del governo, a favore di un gruppo di tecnici, dipendente dal Ministero di Giustizia, incaricato di rivedere e ridurre le aree già delimitate. Ma l'attacco ai popoli indigeni – come ha denunciato l'arcivescovo dom Roque Paloschi, presidente del Consiglio Indigenista Missionario, durante l'Assemblea generale della Cnbb – viene sferrato congiuntamente da tutti e tre i poteri dello Stato, sotto la regia della bancada ruralista, la lobby dei latifondisti al congresso già uscita rafforzata dalle urne nel 2014, grazie ai «contributi milionari delle grandi imprese»: un «settore che opera in maniera articolata, sistematica e violenta contro i popoli e i diritti indigeni» e che oggi, ha affermato Paloschi (www.cimi.org.br, 4/5), «ha assunto completamente la direzione politica del governo Temer», piazzando a capo dei differenti organismi «esponenti schierati nettamente contro le comunità originarie, quilombolas e contadine», a cominciare dall'attuale ministro della Giustizia Osmar Serraglio. Evidenziando come l'offensiva del governo non risparmi neppure il Cimi, oggetto di innumerevoli «tentativi di linciaggio morale», Paloschi ha avvisato che, di fronte a tale offensiva, «i popoli indigeni non resteranno a braccia conserte: l'attacco sistematico e violento ai loro diritti e alle loro vite li spinge a mobilitarsi in tutte le regioni del Paese», denunciando, attraverso le occupazioni e le autodemarcazioni, come pure nelle diverse istanze multilaterali, «i progetti di morte dell'agribusiness» ed «esprimendo, con voce alta e forte, la loro volontà di dare la vita per il diritto alla Vita e per il futuro dei propri discendenti in territori demarcati e protetti».
In questo quadro, come sottolinea lo scrittore Roberto Amaral, ex ministro della Scienza e della Tecnologia (Carta Capital, 29/4), il successo dello sciopero generale, ancora più netto considerando le condizioni assai poco favorevoli in cui si è svolto (in un contesto, cioè, in cui le destre controllano tutti i poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico), ha una grande portata per il processo di politicizzazione e di organizzazione della classe lavoratrice a «difesa di una Costituzione aggredita quotidianamente dal presidente e dalla sua banda, dal Congresso e da settori del potere giudiziario». E sta a indicare come «l'unica garanzia per la restaurazione costituzionale/democratica» sia quella di «mobilitare, unire e organizzare le forze popolari» al fine di «isolare e sconfiggere l'attuale governo antipopolare e antinazionale, offrendo al Paese un nuovo patto che assicuri la democrazia, lo sviluppo e la sovranità, in direzione di una società più giusta». 

Fonte: adista.it 

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