La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 16 maggio 2017

Il Corsera arruolato tra i negazionisti dei cambiamenti climatici

di Stefano Caserini 
Dovremmo cercare di capire i motivi del grande ritardo del mondo della cultura italiana nel comprendere la gravità del problema del surriscaldamento globale. È una questione che sta già avendo e avrà conseguenze enormi sulla vita delle persone e degli ecosistemi: gli esperti discutono ormai nei convegni i dettagli -quanti metri potrà alzarsi nei prossimi secoli il livello del mare, quale contributo stanno già dando le variazioni climatiche alla migrazione di milioni di persone-. Questa conoscenza fatica ad emergere e ad arrivare alle persone comuni; sui giornali e le televisioni italiane l’argomento è quasi assente; anzi, spesso si leggono articoli che sembrano scritti trent’anni fa.
Ci sono eccezioni, ma nel complesso il mondo culturale italiano sta rimuovendo più o meno consapevolmente questo problema. Non ha ancora capito quanto e perché le decisioni prese nei prossimi decenni avranno conseguenze su centinaia di generazioni che verranno dopo di noi.
Negli Stati Uniti, nonostante Donald Trump, il New York Times o il Washington Post pubblicano spesso editoriali e commenti che parlano delle politiche sul clima. In Inghilterra il Guardian ha una pagina web dedicata, e promuove una campagna sul disinvestimento dalle fonti fossili. Sul New Yorker scrivono di clima Elisabeth Kolbert, autrice di Cronache da una catastrofe e La sesta estinzione, e Jonathan Franzen, l’autore di Libertà, forse il primo grande romanzo che ha al centro la questione dei combustibili fossili e della preservazione della natura.
Invece, il cambiamento climatico non è un tema che interessa agli editorialisti dei quotidiani italiani. Forse, però, è meglio così: meglio che non ne parlino. Il Corriere della Sera non smette di fornire esempi al riguardo. Non ci sono più gli articoli a raffica che mettono in discussione la scienza del clima, e le notizie degli impatti del climate change non possono essere ignorate; oggi sono gli editorialisti a fornire il peggio: da Pierluigi Battista ad Aldo Grasso, fino a Paolo Mieli, fanno di tutto per mettere in dubbio i risultati della scienza del clima o tranquillizzare il lettore: non facciamo i catastrofisti, suvvia. L’infortunio occorso all’inserto La Lettura però dovrebbe spingere a una riflessione il mondo del giornalismo italiano. Nel numero di fine febbraio 2017 è stato pubblicato in apertura un articolo di tre pagine intitolato “Credetemi, il clima non è surriscaldato”, in cui si metteva addirittura in discussione l’esistenza del problema, cosa su cui anche la maggior parte dei negazionisti ha ceduto.
In nome della libertà di opinione, la testata ha organizzato l’ennesimo “dibattito” alla pari fra un negazionista con poche o nulle competenze in climatologia e un esperto di clima. Non si è posta il problema che dare spazio a una tesi largamente minoritaria, peraltro sostenuta da un dilettante in materia, è una cosa poco sensata, come lo sarebbe dare spazio a un odontotecnico che proponesse il legame fra i vaccini e l’autismo. Sul numero 5/2015 di Micromega Silvia Bencivelli e Telmo Pievani avevano avviato un interessante dibattito sui pericoli di un atteggiamento di pregiudiziale rifiuto che molte persone, anche a sinistra, hanno nei confronti di molti prodotti della ricerca scientifica e tecnologica (dagli OGM ai farmaci) e sulla difficoltà di intraprendere un dibattito sui dati e i fatti. Che dovrebbe iniziare anche sul perché in Italia l’establishment culturale faccia così fatica ad accettare i risultati della scienza del clima.

Fonte: altreconomia.it 

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