La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 30 maggio 2017

G7, il corteo invisibile. Il vertice delle mogli oscura le cariche

di Checchino Antonini 
Quando il gruppetto delle magliette rosse s’è staccato dalla testa del corteo, che era entrata in Piazza Municipio, per fronteggiarsi con il robusto spiegamento di forze di polizia, in molti si sono domandati a cosa servisse una mossa del genere. Si leggerà poche ore dopo sul portale de I Siciliani: «Quando tutto sta per finire, una trentina di sciamannati prova a varcare il muro di poliziotti che segna la fine del corteo. I poliziotti lanciano lacrimogeni e fanno la prima carica. Momento di panico, che dura solo pochi attimi.
Alcuni si fanno male, altri si strappano i vestiti, altri ancora vomitano o lacrimano. Tutti scappano verso la fine del corteo o si riversano sulla spiaggia, per cercare riparo. Un pacifista prova a mettersi in mezzo per evitare ulteriori violenze. Un “compagno” gli dà un calcio in faccia».
Il Messaggero di Roma scriverà di “trenta secondi di scontro, un parapiglia che si poteva evitare”. Ma lo scriverà solo a pagina 7 e in taglio basso sotto a un grande pezzo su “due modelli femminili opposti capaci di incarnare trumpismo e macronismo”. Il “vertice delle mogli” ha battuto mediaticamente il controvertice dei popoli e il corteo, bello e finalmente comunicativo (al punto da convincere quasi tutti i residenti spettatori), è sparito dalle prime pagine, perfino da quella de il manifesto, con l’eccezione di due menzioni per gli “scontri” sul Piccolo di Trieste e sul Giornale di Brescia. Oltre, com’era ovvio, alle prime pagine dei tre quotidiani diffusi in Sicilia, uno dei quali annuncia racconti di “scontri e guerriglia” per una cosa che il capo della polizia riassume così: “Sono stati sparati solo sei lacrimogeni, quasi uno per ciascuno dei soggetti che protestavano. Voglio qui sottolineare che ieri tutto è stato gestito con grande sapiente misura, è il segno plastico della professionalità di chi ha gestito questo evento”. Camilleri direbbe che forse “canta la mezza messa e non solo perché tace sull’auto della guardia di finanza che, inspiegabilmente, è entrata nel corteo.
Che cosa resterà di questo corteo, di queste settimane di lavoro politico svolto in solitudine dai comitati locali?
Dal punto di vista della repressione, questo G7 ha seguito la linea tracciata già il 25 marzo, sulla scia delle “grandi sapienti misure” – perquisizioni di massa a setaccio e snervanti – consuetudinarie nei casi di zona rossa, e della nuova “grande sapiente misura£, tanto per utilizzare l’eloquio del capo della polizia: i decreti Minniti-Orlando con la loro pioggia di daspo urbani e fogli di via seminati nei giorni precedenti per costruire un clima di tensione tale da scoraggiare la partecipazione e separare l’opinione pubblica dalle ragioni dei manifestanti dipinti come orde di devastatori. Missione riuscita a giudicare dai numeri (2-3mila persone) e facilitata dalla divisione dei movimenti.
E’ possibile un ragionamento disteso e condiviso sulle forme di lotta nell’epoca Minniti?
E qui veniamo alla questione politica. Perché le forme di lotta non sono sconnesse dalla piattaforma.
Chi c’era a Giardini Naxos, a sfilare tra negozi tappati da pannelli di legno e cartone? I movimenti territoriali della Sicilia, i centri sociali con delegazioni anche dal Nordest, da Piemonte, Toscana, Roma, Napoli, Cosenza, Puglia, le mamme No Muos, i comitati popolari che lottano contro le devastazioni ambientali e la militarizzazione dell’Isola (la guerra globale ha un cuore che batte a Sigonella), i sindacati di base, Rifondazione, la pletora di partitini comunisti, le minoranze della Cgil, gli autonomisti siciliani, la Carovana migrante ecc…
La divisione era trasversale e di difficile decifrazione, agli occhi di un forestiero, Catania da un lato, le reti di Palermo e Messina dall’altro, più visibile nelle iniziative dei giorni precedenti quando si sono tenuti eventi diversi a Catania e a Giardini Naxos. Il corteo rifletteva la polifonia inconciliabile: molti spezzoni riuscivano a parlare ai residenti, spiegando «l’idiozia» di un sindaco che ha voluto chiudere la città con un’ordinanza, e altri si lasciavano bastare i propri slogan, la propria orgogliosa purezza ideologica oppure i propri codici incomprensibili alla stragrande parte di donne e uomini sfruttati.
Al netto del gran lavoro delle reti locali, va detto che anche questo controvertice è stata, a livello delle reti nazionali, un’occasione mancata. Come il 25 marzo scorso quando ciascuno ha marciato a Roma per conto suo nel vuoto pneumatico dei percorsi concessi dalla questura. Come un paio di settimane fa a Bari quando il G7 sulla finanza s’è tenuto senza grandi mobilitazioni e senza eco al di fuori del capoluogo pugliese.
Come superare l’impotenza dei movimenti? Come uscire da questa fastidiosa senzazione di coazione a ripetere di pratiche che attirano sempre meno persone? Come collegare le lotte superando la tendenza alla frammentazione? Come evitare che esperienze interessanti di mutualismo, autogestione, elaborazione, conflitto, ripieghino su sè stesse e finiscano asfissiate?
Nessuno sembra avere le ricette e nessuna ricetta sarà valida se non verrà preparata colletivamente. Da troppo tempo, ciascuno tesse le proprie alleanze, organizza le sue feste e la rispettiva autorappresentazione. Mancano luoghi comuni dove mettere in comune memoria, pratiche, bisogni, resistenze. Perché il G7 smonta il suo circo, più inconcludente che mai, ma restano le zone rosse, le politiche del neoliberismo, la guerra globale, il cambio climatico, il razzismo montante, la barbarie delle stragi nel Mediterraneo e altrove, l’impasto di finanza, mafia e grandi opere. E non ci salverà la simulazione di un assalto frontale alla zona rossa.
Dal punto di vista delle ong, il commento finale dei co-portavoce di GCAP Italia, Stefania Burbo e Massimo Pallottino, recita: “Un Summit dai risultati insoddisfacenti. È la società civile internazionale che deve continuare a mantenere alta l’attenzione su questi summit internazionali, perché favoriscano processi che poi trovino un punto di sintesi democratica negli ambiti multilaterali di competenza. La speranza è ora nel prossimo vertice del G20, di luglio prossimo, ad Amburgo“. La Gcap (Global Call to Action Against Poverty) è il pezzo italiano della coalizione contro la povertà.
Un summit del G7 che si conclude senza assumere impegni concreti. La ‘convergenza diplomatica’ ha sicuramente fatto i conti con alcune importanti aree di disaccordo, pur senza spezzare l’unità del gruppo. È forse questo, da un punto di vista politico, il risultato più importante del Summit. Sarà solo il futuro, a partire da quanto avverrà ad Amburgo nel prossimo vertice del G20, a decretare le prospettive di questa formula.
L’ambizione di affermare una strategia di medio periodo sul tema della mobilità umana attraverso un approccio olistico e integrato è fallita. Una visione che si rivela necessaria di fronte a un fenomeno complesso come quello delle migrazioni causate da povertà, guerre, instabilità, cambiamento climatico. “Non c’è traccia di un’attenzione reale sull’emergenza umanitaria che si sta consumando davanti alle coste dell’isola che ha ospitato questo vertice, la Sicilia. Un’ecatombe che ha visto quasi 5 mila morti nel 2016” dicono i portavoce. Il G7 ha riaffermato come ‘l’interesse e la sicurezza nazionale‘ siano sempre il vero elemento di discrimine nella definizione delle misure necessarie. E questo, come dimostra la più recente attualità, rischia di renderci ciechi di fronte alla costante violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.
Sul cambiamento climatico, nonostante l’incertezza degli Stati Uniti d’America, sei dei paesi con le economie più industrializzate del mondo hanno riaffermato il loro coinvolgimento per un’azione globale sul clima, confermando la loro volontà di rispettare gli impegni assunti nel quadro degli Accordi di Parigi.
Su sicurezza alimentare e lotta alla fame non sono stati stanziati i fondi addizionali nonostante il riconoscimento da parte dei 7 leader della necessità di un’azione urgente in Africa Sub-Sahariana. Anche di fronte all’emergenza carestie il G7 ha fallito: nessuna risorsa aggiuntiva è stata allocata per rispondere all’appello umanitario delle Nazioni Unite. Si incoraggiano piuttosto alcune tra le ricette più di moda nel panorama internazionale, come ‘soluzioni di blending e di partnership pubblico-privata‘. E sulle questioni di genere La G7 Roadmap for a Gender-Responsive Economic Environment si rivolge solo ai Paesi del G7, dimenticandosi delle donne del Sud, delle donne migranti e delle donne rifugiate. “Servono azioni precise e concrete per promuovere l’empowerment di tutte le donne: auspichiamo che la ministeriale delle donne ne tenga conto“. GCAP Italia constata inoltre con preoccupazione che la salute globale non è stata riconosciuta come diritto umano fondamentale. L’accesso alla copertura sanitaria universale, tema che il nuovo direttore dell’OMS Tedros considera al centro del suo incarico, è del tutto scomparsa.

Fonte: popoffquotidiano.it 

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