La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 16 maggio 2017

Estremismo di centro e lotte sociali in Francia: dalla Loi Travail alle elezioni presidenziali

di Davide Gallo Lassere 
Contro la Loi Travail e il suo mondo
Per render conto della primavera francese del 2016, si può trarre ispirazione dallo slogan che ha caratterizzato la mobilitazione: “Contre la Loi travail et son monde”[1]. Le lotte francesi del 2016 sono infatti iniziate con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata e una radicalità molto più ampie e generali, che sono sembrate andare ben aldilà della Loi Travail: la Loi Travail e il suo mondo, giustamente. E ciò non tanto perché la Loi Travail, in fin dei conti, sia una riforma trascurabile o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni.
Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese e, più estesamente, del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale “regime europeo del salariato”). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo. Vi è stata, a partire dalla svolta degli anni ’70, una sussunzione via via più spinta del sociale e delle facoltà umane sotto il capitale; un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti. Il movimento si è perciò reso conto – e a ragione – che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato e cambiato. “Contre la Loi travail et son monde” è uno slogan e una parola d’ordine politica che sintetizza perfettamente le poste in palio non soltanto di questa mobilitazione, ma più largamente di questa congiuntura storica.
Il mondo di cui la Loi travail fa parte, tuttavia, non si limita alla precarizzazione delle condizioni materiali di vita, ma ha anche a che vedere con l’accentuazione in senso autoritario degli apparati di Stato. La riconfigurazione della produzione e lo sgretolamento del welfare ai quali abbiamo assistito dagli anni ’70 sono infatti proceduti in parallelo con una riorganizzazione della sfera statale. Per dirlo in modo conciso: il passaggio dalla “crisi dello Stato-piano” all’istituzione di uno stato di crisi permanente ha determinato una modificazione sostanziale della forma-Stato. È così che, da qualche decennio, abbiamo avuto diritto al rafforzamento degli esecutivi, al corto-circuito degli organismi rappresentativi e delle categorie sociali, all’indisponibilità alla mediazione, all’indurimento delle ideologie e delle politiche d’austerità, all’approfondimento delle tendenze repressive e delle logiche poliziesche, all’omogeneizzazione del discorso veicolato dai media. In breve: a degli autentici processi di “de-democratizzazione”, per riprendere l’espressione di Wendy Brown, ossia alla diffusione di una razionalità di governo che procede situandosi aldilà della legittimazione democratica. E la crisi non ha fatto che accelerare, che radicalizzare e rinforzare tali processi che hanno svuotato senza pietà la forma e la sostanza stesse delle democrazie liberali. Bisogna inoltre dire che è in seno all’UE che la crisi si è rivelata nel modo più cristallino come un metodo di governo – anche se ciò che accade in Brasile, in Messico, negli Usa, in Turchia, in Russia, ecc. annuncia scenari cupi.
Le recenti riforme del mondo del lavoro costituiscono dunque il rovescio della medaglia del divenire post-democratico dei sistemi politici. Mirano a eliminare i corpi intermedi, a rompere le solidarietà sociali e a sottomettere i soggetti alle logiche del mercato e della concorrenza: a piazzare l’individuo e il lavoratore singolo faccia a faccia alle esigenze di profitto delle frange transnazionali del grande capitale. Sfruttamento e dominio, o precarietà e asservimento, costituiscono così i due risvolti della medesima questione: Loi Travail e il suo mondo, il quale trova nell’Etat d’urgence un prolungamento particolarmente calzante. È contro tale stato di cose che una pluralità di soggettività ha espresso il suo malcontento l’anno scorso secondo differenti pratiche e secondo differenti orientamenti e sensibilità politiche: studenti, giovani, precari, disoccupati, salariati, ecc. sono scesi nelle strade e hanno manifestato a più riprese durante quattro mesi, bloccando le facoltà, le scuole e i luoghi di lavoro, occupando le piazze, facendo sciopero, affrontando le forze dell’ordine. Ed è così che il cortège de tête e le basi del sindacato – malgrado le differenze di composizione sociale e di prospettiva politica – assieme a Nuit debout, sono riuscite a tirare sulle loro posizioni, almeno per un lungo periodo, le centrali sindacali. Le hanno spinte ad assumere delle posizioni che non avrebbero necessariamente assunto all’inizio, ma che, infine, hanno finito per assumere, col rischio altrimenti di vedersi scavalcate dalla dinamica sociale. Hanno dunque pesato, e pesato positivamente, sui dirigenti sindacali. Ciò non costituisce, chiaramente, il solo criterio a partire dal quale misurare ciò che cortège de tête, Nuit debout e basi del sindacato hanno fatto. Ciononostante, uno dei più grandi meriti che abbiamo avuto è stato il seguente: aver saputo determinare il carattere della contestazione! Questo il punto fondamentale da sottolineare per ogni riflessione retrospettiva.
Un anno dopo
Ora, che resta, all’indomani delle presidenziali, del vasto processo di soggettivazione politica che ha infiammato la Francia durante la primavera 2016? Quali torsioni ha conosciuto e, soprattutto, quali esperienze sono emerse tra l’autunno 2016 e la primavera 2017? Innanzitutto, dopo le contestazioni che si sono opposte alla Loi Travail, dopo i blocchi, gli scioperi e le occupazioni, dopo le quindici e più manifestazioni della primavera 2016, l’estate scorsa ha dato luogo a delle iniziative studentesche come “occupa la tua aula” e “perturba la tua città”. Successivamente, le basi dei sindacati hanno lanciato la manifestazione del 15 settembre – una manifestazione che, a differenza delle ultime tre manifestazioni estive, ha saputo esprimere dei tassi di antagonismo decisamente elevati, dimostrando che la volontà e la determinazione a battersi erano ancora molto presenti al rientro. E poi, subito dopo il 15 settembre: vi sono state a ottobre le giornate della “giungla” di Calais, la marcia alla Zad di Notre-Dame-des-Landes e il sostegno in favore dei Goodyear; a novembre vi è stato Stalingrad con i migranti e la mobilitazione attorno alla famiglia Traoré; a dicembre i ritrovi antifa; a gennaio la nascita di Génération Ingouvernable; a febbraio le sommosse per Théo e le occupazioni delle aule; a marzo la manifestazione femminista e la Marché pour la dignité et la justice; ad aprile le proteste contro i meeting del FN e contro l’uccisione di Shaoyo Liu da parte della polizia; e dopodiché le manifestazioni del “fronte sociale” appena prima e appena dopo i due turni elettorali, gli scontri del primo maggio ecc.[2] Se si deve schizzare un bilancio della contestazione contro la Loi Travail, il primo elemento da valorizzare concerne dunque la soggettivazione politica da essa determinata, in particolare in certe frange della gioventù. O meglio: certe frange della gioventù precarizzata – in quanto la gioventù in quanto tale non è un soggetto politico. Qualsiasi appello a scendere nelle strade o qualsiasi incontro teorico e politico che abbia a che fare coi movimenti autonomi, con la storia degli anni ’70, col rinnovo del marxismo critico o con la congiuntura presente lo dimostrano bene: vi è un desiderio intenso nel proseguire le lotte (con migliaia di persone pronte a manifestare) e vi è una tenacità nel proseguire dei processi di auto-formazione impegnativi (con centinaia di giovani motivati).
Per riassumere, la Loi Travail è certo stata approvata a colpi di 49.3:
- ma le forze tradizionali dell’estremismo di centro si sono sgretolate (i Repubblicani e il PS essendo obbligati a ricomporsi attorno a Macron, ossia attorno a una figura in via di costituzione che tenta di combinare gli interessi del grande capitale con quelli delle alte sfere dello Stato);
- e vi è una disponibilità soggettiva che resiste, che non si lascia giostrare dalle forze che hanno governato da quarant’anni la ristrutturazione neoliberale del mondo del lavoro e della sfera statale; vi sono dei soggetti che continuano a essere risolutamente contro la Loi Travail e il suo mondo, come si diceva l’anno scorso!
Dal nostro punto di vista, questa fase politica si lascia allora leggere attraverso un’annotazione di Weber citata da Tronti nel post-scriptum alla seconda edizione di Operai e capitale (redatta qualche mese dopo le mobilitazioni dell’“autunno caldo” del ’69), prima di abbordare un bilancio della lotta di classe negli Stati uniti negli anni ’30. I nostri discendenti, scrive Weber, “ci renderanno responsabili davanti alla storia non per il tipo di organizzazione economica che lasceremo loro in eredità, bensì per la misura dello spazio di movimento che avremo conquistato e tramandato”[3]. Ci si può allora accordare su ciò: la mobilitazione della primavera 2016 ha creato dei margini di manovra più importanti rispetto a quelli che avevamo nel 2015; ha prodotto delle condizioni oggettive e soggettive per fare politica più significative rispetto a quelle di prima; ha aperto delle brecce nel muro del presente! Delle brecce che vanno da Mélenchon (colui che meglio ha saputo capitalizzare l’esperienza di Nuit Debout) fino alle componenti più radicali – tutti i soggetti che si trovano tra questi due poli essendo molto più forti nel 2017 che nel 2015.
La perseveranza determinata ad attivarsi costituisce dunque il dato di partenza essenziale per ogni riflessione politica che voglia comprendere ciò che succede in Francia da otto mesi, ossia per cercare di discernere lo stato di semi-mobilitazione permanente nel quale siamo sempre immersi dall’approvazione della Loi Travail. Tuttavia, è anche vero che, nei mesi che hanno seguito la manifestazione del 15 settembre 2016, le componenti dal basso – per dirlo alla svelta – si sono sempre più separate, non riuscendo più a proseguire l’agitazione sociale in modo massiccio e comune; ossia a strutturare e a diffondere questa determinazione, questa volontà e disponibilità soggettive a riprodurre la mobilitazione sotto delle forme politiche più mordenti. Quando le centrali sindacali hanno mollato – e lo si sapeva che prima o poi avrebbero finito col mollare – l’auto-organizzazione pure ha conosciuto una battuta d’arresto. Aldilà dei soprassalti continui e delle insorgenze evenemenziali che hanno costellato gli ultimi mesi, ciò che è successo dal rientro a settembre ci dimostra che vi era ancora molta benzina da gettare sul fuoco, ma che, in fin dei conti, non siamo stati veramente capaci di riaccendere la scintilla.
Questa la fase che va dal 15 settembre fino al 1° maggio: i gruppi auto-organizzati sono stati gli elementi più marcanti della primavera scorsa, ma, una volta che si sono ritrovati tutti soli, o con le basi dei sindacati e i sindacati di base (Sud-solidaires, Cnt, ecc.), non sono riusciti a strutturare in modo autonomo il proseguo della mobilitazione. Non siamo riusciti a organizzare questa volontà, questa disponibilità e determinazione, che erano ancora là, a riprodurre ed espandere la mobilitazione. Il cortège de tête, i sindacalisti dissidenti e Nuit Debout (con tutti i limiti ma anche il potenziale di quell’esperienza) hanno connotato la mobilitazione, l’hanno connotata in modo molto forte e molto positivo, le hanno fornito lo slancio, la radicalità e l’ampiezza stessa che difficilmente avrebbe potuto ottenere se avessimo lasciato le centrali sindacali condurre le danze, ma poi, senza le centrali, siamo in difficoltà! Siamo veramente in difficoltà, e ciò bisogna ammetterselo: non per lamentarci dei nostri limiti, ma per superarli.
Percorsi rivendicativi
Ora, a un anno dall’approvazione grazie al 49.3 della Loi Travail e in seguito a una tale effervescenza sociale, politica e culturale, la questione fondamentale che ci dobbiamo porre è la seguente: come prolungare nel tempo e come demoltiplicare nello spazio delle dinamiche sociali di mobilitazione? Come dare corpo, come canalizzare o strutturare la disponibilità soggettiva, la determinazione e la volontà a proseguire le lotte che sono così presenti in Francia dal rientro nel settembre 2016 – con l’esplosione di iniziative, collettivi e gruppuscoli che vediamo ancora all’opera?
Da questo punto di vista, abbandonare completamente il terreno rivendicativo, come abbiamo fatto dall’anno scorso (“non rivendichiamo” essendo stato uno dei marchi di fabbrica della mobilitazione del 2016), può rivelarsi un’arma a doppio taglio[4]. Se, in effetti, questo abbandono è stato garanzia di radicalità – ciò che conta, in fondo, è il rovesciamento del quadro esistente – rischia anche, al contempo, di sottrarre le lotte dalla materialità dei campi di battaglia specifici, impedendo così ogni tentativo di ricomposizione politica capace di costruire delle coalizioni larghe, tra la pluralità di soggetti che, in questo momento, affrontano separatamente, ciascun per sé, una pluralità di nemici differenti. A tal proposito, le recenti lotte antirazziste possono risultare istruttive. I quartieri popolari stanno infatti producendo delle forme d’espressione politica molto potenti che, al contempo, sono anche molto prosaiche e molto pragmatiche nelle loro mire rivendicative. Domandare “Verità e giustizia per Adama”, sia chiaro, non significa necessariamente rimettere in causa la parzialità del diritto liberale; ugualmente, marciare per la “dignità e la giustizia” non implica il rovesciamento dell’ordine dominante delle cose; affermare “non siamo delle bestie”, come fatto fai migranti di Stalingrad nel novembre scorso, non esige la richiesta della messa in atto delle condizioni di possibilità per realizzare le capacità generiche dell’essere umano. Eppure, pare difficile relativizzare l’importanza di tali esperienze. La costruzione di percorsi rivendicativi autonomi – che ha a che vedere con uno stile di militanza capace di riprodurre nel tempo delle mobilitazioni – può giocare un ruolo decisivo.
A tal riguardo, tuttavia, si pone immediatamente il problema di quale tipo di rivendicazione, o di quale spettro di rivendicazioni, mettere in avanti. In questo momento, se si prende in considerazione ciò che accade nel mondo e ciò che accade in Francia, si stanno disegnando dei percorsi rivendicativi estremamente interessanti, che ripongono al centro dei discorsi e delle pratiche politiche le questioni di genere e di razza, ossia il movimento globale delle donne NonUnaDiMeno e, quanto alla Francia, le lotte contro le violenze poliziesche.
Il movimento globale delle donne ha come epicentro l’America latina e, più specificamente, l’Argentina, ma ultimamente si è irradiato anche negli Stati uniti, in Polonia, in Turchia, in Italia, ecc. In tutti questi contesti, si tratta di mobilitazioni molto composite politicamente ed eterogenee socialmente, con delle militanti più legate alla tradizione sindacale, altre vicine ai movimenti sociali, delle donne appartenenti alle classi medie, altre agli strati sociali inferiori; delle studentesse, delle lavoratrici, ecc. Tra le varie cose, ciò che è veramente interessante in questo movimento è il passaggio che è stato compiuto tra la denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e l’incorporazione di istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare, con i diritti sociali, da un lato, e con il ruolo e il posto delle donne nelle nostre società, dall’altro. È il rinnovo della pratica dello sciopero – lo sciopero dei generi – che ha permesso tale salto qualitativo. E ciò non è fortuito, in quanto non si tratta di una semplice giustapposizione tra rivendicazioni irriducibili le une alle altre. Lo sciopero dei generi è lo strumento che permette di legare la violenza contro le donne a una politicizzazione delle forme attuali di sfruttamento e di dominio nelle sfere della produzione economica e della riproduzione sociale. Lo sciopero dei generi è ciò che ha consentito di connettere violenze di genere e contesto economico, sociale e politico. È attraverso il rinnovo della pratica dello sciopero che tale duplice aspetto ha potuto essere letto e criticato praticamente: violenze specifiche da un lato, e contesto sociale dall’altro, con lo sciopero dei generi come connettore e catalizzatore di tale movimento di protesta.
Per ritornare al presente francese. I due processi anti-sociali e reazionari di ristrutturazione del mondo del lavoro e della sfera statale ai quali abbiamo fatto riferimento all’inizio e che potremmo designare, con Etienne Balibar, come “estremisti di centro” hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare. Tale passaggio si dispiega attraverso una doppia tendenza: 1. alla piena sotto-occupazione precaria (secondo il modello tedesco delle riforme Hartz IV ripreso dalla Loi Travail) e 2. alla centralità crescente delle tecnologie securitarie, della polizia e del regime carcerario e punitivo (il modello statunitense favorito dall’Etat d’urgence). In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi della primavera scorsa, che non si sono mobilitati in massa e che non scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi delle scuole e le iniziative universitarie; né ad aprile, con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo a luglio. Motivo della diserzione, se ci si pone all’ascolto dei collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo nelle strade, ma perché viviamo nei nostri quartieri!
Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono costruiti in Francia dei percorsi rivendicativi molto interessanti: delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese. Queste mobilitazioni non denunciano, per dirlo con Omar Slaouti, le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista, o, più generalmente, non si limitano a rimettere in causa le politiche razziste dello Stato, ma le politiche di uno Stato razzista[5]. Queste mobilitazioni, tuttavia, come la recente “Marche pour la dignité et la justice”, hanno delle difficoltà a compiere il salto qualitativo di cui è stato capace il movimento delle donne. Fino ad oggi, accordano una netta prevalenza alla critica della mano destra dello Stato (polizia, repressione, prigione, islamofobia, ecc.), a discapito di una critica della mano sinistra dello Stato: welfare, diritti sociali, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra “questione sociale” e “questione razziale”, ma di integrare le due prospettive. È una posta in palio decisiva se si vogliono sostenere le lotte autonome dei quartieri popolari e dei movimenti antirazzisti. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalla Bac). La famiglia di Adama, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, è riuscita a costruire una mobilitazione molto potente e molto efficace, in larga misura impermeabile al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, che dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, che crea del reddito dunque, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi sotto l’egida del PS[6].
Le elezioni presidenziali
Pare allora chiaro che “sostenere la sommossa” non può costituire una prospettiva sufficiente. Essa deve essere integrata – come minimo – al tentativo di costruire una “solidarietà durevole e applicata” con i quartieri popolari[7]. A tal riguardo, il primo turno delle elezioni presidenziali ci offre dei segnali importanti. Come fatto notare dall’editoriale di Quartiers libres, “da Trappes a Grigny, passando per i quartieri nord di Marsiglia, il 93°, il 94°, i DOM, ecc. il voto a Mélenchon è risultato maggioritario in numerosi seggi popolari. I dati in questi quartieri e nei territori d’outre-mermostrano una cosa che molti hanno dimenticato e negato: il voto di classe esiste in Francia. Il risultato ottenuto da Jean-Luc Mélenchon, che ha raccolto oltre il 40% dei voti in alcuni quartieri popolari, come la sua vittoria nel 93° dipartimento, il più povero e razzializzato di Francia, non sono una casualità. Non si tratta di un segnale di sostegno o identificazione alla France Insoumise, ma corrisponde a un ‘voto sociale’ di sinistra, insomma a un voto di classe”[8].
Il secondo turno delle elezioni presidenziali ci consegna a sua volta una doppia indicazione politica. Innanzitutto, il risultato temibile del Front National: quasi 11 milioni di francesi, il 16% della popolazione, non hanno esitato a sostenere un partito e un programma apertamente fascista, la cui messa in pratica avrebbe avuto delle ricadute estremamente gravi per le soggettività razzializzate dei quartieri popolari[9]. Dopo aver ottenuto 7,65 milioni di voti al primo turno, ossia molti di più che al secondo turno delle presidenziali del 2002 (5,52 milioni di voti) e della vittoria alle elezioni europee del 2014 (4,71 milioni di voti, col 24,86%), il FN ha effettuato uno sfondamento formidabile in seno alla destra cattolica e repubblicana, la quale, se non ha osato sostenerlo al primo turno, ha finalmente infranto il tabù due settimane più tardi, facendo del 7 maggio 2017 una data storica. E in effetti, malgrado una certa insoddisfazione malcelata tra i militanti e i dirigenti, qualche minuto dopo l’esito delle elezioni Marine Le Pen ha annunciato un profondo rinnovo del partito al fine di persistere nella sua lunga marcia in seno all’opinione pubblica francese.
In secondo luogo, il voto per Macron non costituisce in alcun caso una scelta d’adesione. Estremamente impopolare ancor prima di essersi installato all’Eliseo[10], il suo mandato rappresenta una forte continuità rispetto al quinquennio di Hollande – la presidenza più odiata della quinta Repubblica. Il nuovo Presidente conta infatti di prolungare la riforma del mondo del lavoro fin dai primi mesi della sua elezione, e conta di farlo tramite dei decreti governativi. Siccome a priori non è scontato che potrà usufruire di una maggioranza parlamentare stabile[11], Macron sarà obbligato a procedere appoggiandosi sull’esecutivo. Ciò non farà che aggravare ulteriormente la perdita di fiducia nel quadro istituzionale vigente, nel suo sistema di partiti e, più generalmente, nella prospettiva elettoralista della rappresentanza. Questa tornata elettorale ci restituisce infatti altri due dati che non possono non essere menzionati: il 25% di astensioni (la cifra più elevata dalla rivolta elettorale del 1969) e il 12% di schede bianche e nulle (record assoluto).
Conclusioni
I mesi a venire si profilano fin da ora estremamente densi, tanto dal punto di vista dell’attività padronale che da quella dei movimenti sociali. Aldilà del rincaro repressivo nei confronti dei movimenti già annunciata dal nuovo Presidente, il progetto governativo è infatti chiaro: approfittare dei mesi estivi per approvare delle leggi antisociali concernenti il mondo del lavoro e i diritti sociali, bypassando, nel caso, il parlamento. Quanto alle soggettività che resistono e contrattaccano, le sfide presenti e future sono innumerevoli. Dopo un breve periodo di riflusso pre-elettorale, le ultime settimane hanno riproposto il tentativo di costruzione di una forza trasversale che si pone come fine di coalizzare le basi dissidenti del sindacato con i gruppi più risoluti della gioventù precarizzata. Se la ripetizione delle manifs sauvages nel Nord-est parigino (sempre più controllato dalla polizia e dalla gendarmeria) ha perso la forza di soggettivazione politica che ha avuto durante la primavera scorsa, la rinascita auspicabile dell’unione tra “k-way nere e casacche rosse”[12] annunciata dal recente “fronte sociale” potrebbe ridare dello slancio alle contestazioni. In questo momento, infatti, nessuna soggettività è sufficientemente forte per scagliarsi da sola all’arrembaggio: né i salariati, né le donne, né i razzializzati, né i giovani – nemmeno se diventano ingovernabili per davvero! Se si vuole contrastare il piano del capitale e della macchina di Stato, bisogna allora (ri)partire dalle differenti componenti che, in un modo o nell’altro, dalla mobilitazione contro la Loi Travail fino alle elezioni presidenziali, hanno condotto le lotte sociali in Francia. In effetti, com’è stato recentemente detto durante un intervento su femminismo e Mario Tronti, “le differenze non contano meno del conflitto e il conflitto senza le differenze indica una strada non più percorribile”[13]. A tal riguardo, aldilà di tutte le critiche necessarie a Mélenchon sulle quali non vale la pena di attardarsi in questa sede, le misure sociali concrete avanzata dal programma della Francia indoma (sic!) e il razzismo galoppante dopo gli attentati del 2015 (ulteriormente accentuatosi in questa campagna) hanno avuto grande risonanza nelle cités e nelle banlieue francesi. Se le basi del sindacato e i movimenti giovanili vogliono costruire concretamente un percorso d’alleanza con i soggetti segregati e razzializzati, bisogna allora che si cominci seriamente a inchiestare in quale modo articolare queste differenti tematiche, fornendo una dimensione eminentemente politica a delle rivendicazioni specifiche. I bisogni e le esigenze materiali propri alle singole condizioni di vita possono e devono diventare il sostrato principale di ogni autentico rilancio antagonista. Toccherà in seguito a quest’ultimo di prendere in carica politicamente i contenuti rivendicativi, senza identificarsi per forza con essi – come le esperienze più riuscite della sequenza rossa italiana hanno saputo fare. In quanto – seguendo, per esempio, il caso recente di NiUnaMenos – solamente dalla convergenza tra lotte economiche e lotte politiche saremo realmente capaci di mettere in crisi il sistemi di rapporti sociali esistenti, non soltanto facendo paura alle classi dominanti, ma anche facendo loro del male.

[1] Il testo presente non ha alcuna aspirazione, a parte fare il punto attorno al dibattito sulle pratiche e le forme di organizzazione dei movimenti. Si tratta di una serie di annotazioni scaturite da discussioni collettive che si sono svolte da gennaio in diversi ambiti: Michèlre Firk, Lieu-dit, Conséquences, Manifesten, La Planète, Brèche e in svariate università.

[2] Chiaramente, non sono state sempre le stesse soggettività ad agire tali mobilitazioni…

[3] M. Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma, 2006, p. 285.

[4] In fin dei conti, si potrebbe anche sostenere che ciò è sintomatico di una certa composizione sociale che non ha bisogno di rivendicare troppe cose…


[6] Per una visione d’insieme del modo attraverso il quale lo Stato francese gestisce questi territori “periferici” via dei dispostivi associativi e finanziari legati al PS, cfr. https://quartierslibres.wordpress.com/2017/02/27/made-in-ps/.



[9] Che ciò sia detto en passant, l’incapacità di una larga parte dei movimenti sociali ad articolare un discorso differenziato che ha finito per mettere sullo stesso piano i due candidati – di cui lo slogan “Ni patrie ni patron, ni Le Pen ni Macron” non è che un risvolto – manifesta una volta di più la difficoltà ad affrontare politicamente il razzismo. È infatti a partire dal punto di vista dei razzializzati, e dal loro punto di vista soltanto, che si stabilisce se privilegiare il terreno della lotta sociale o quello della guerra civile latente, senza per questo dover recarsi alle urne al secondo turno al fine di “contenere” il FN. Cfr. la serie di interviste a dei militanti impegnati nei quartieri popolari che hanno optato per l’astensione https://www.mediapart.fr/journal/france/040517/voter-ou-s-abstenir-le-cas-de-conscience-des-quartiers-populaires?onglet=full.

[10] Secondo diversi sondaggi (le cifre variano, ma forniscono globalmente gli stessi risultati) circa un terzo dei voti per Macron sono dovuti alla sua personalità e al suo programma, un altro terzo alla “novità” che rappresenta (come Berlusconi e Trump, Macron è un puro prodotto delle classi dominanti che riesce a farsi passare per “anti-establishment”) e un ultimo terzo al contenimento del FN. Inoltre, una parte degli elettori di Macron avrebbe votato per LR se la campagna di Fillon non fosse stata travolta dagli scandali, mentre un’altra parte avrebbe tranquillamente optato per il PS se i risultati delle primarie fossero stati differenti. In breve, la possibilità di un secondo turno Le Pen VS Mélenchon non era un’ipotesi puramente fantasiosa.

[11] Come è già il caso in Germania, Spagna, Grecia, Italia e altrove, anche la Francia si appresta a essere retta attraverso delle coalizioni “miste”, ratificando definitivamente l’esistenza di un governo estremista di centro - sostenuto, ovviamente, da una maggioranza LR+PS all’Assemblea Nazionale. A medio termine, tale prospettiva potrebbe accentuare lo sgretolamento in corso dei due partiti, che sono passati dal 57,05% del primo turno del 2007 (Sarkozy+Royal) al 55,81% del 2012 (Hollande+Sarkozy) fino al 26,37% del 2017 (Fillon+Hamon).

[12] L’esperienza politica più produttiva dell’anno scorso, che abbiamo visto all’opera nel cortège de tête e durante i blocchi autonomi.


Fonte: commonware.org 

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