La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 17 maggio 2017

Cosa c’è di nuovo nella Quarta Via macronista?

di Gloria Origgi 
Tra gli aspetti più caratteristici che la stampa francese mette in luce in questi giorni per spiegare la macromania che ha invaso la Francia dopo l’elezione del giovane presidente trentanovenne, c'è la sua capacità di piacere a vecchi e giovani: benché la sua giovinezza-novità-freschezza sia stata un’arma utilizzata ad nauseam durante la campagna, Macron rassicura la generazione più anziana per i suoi riferimenti culturali senza tempo, il suo linguaggio a volte un po’ vecchiotto, l’amore per la lettura dei classici e i numerosi “padri spirituali” che hanno spianato la strada alla sua carriera fulminante riconoscendosi nel giovane delfino come se fosse la reincarnazione di loro stessi.
Non fanno eccezione i suoi riferimenti filosofici: da Paul Ricoeur, di cui fu assistente per un breve periodo, a John Rawls, i punti di riferimento chiave del Macron-pensiero sembrano essere per la maggior parte autori defunti. Eppure, il loro pensiero è ancora estremamente vivace nell’elaborazione di quell’acrobatico programma di liberalismo egualitario che da trent’anni ha cercato di fare uscire la sinistra dall’impasse storico del conciliare il bisogno di uguaglianza e giustizia con una società individualista ed economicamente liberale, con risultati a dir poco deludenti.
Oggi si parla di Quarta Via, un nuovo slancio del liberalismo egualitario (o della social-democrazia) a cui l’elezione di Macron dà impulso in Francia e che per alcuni fa sognare un nuovo ordine mondiale, con il Canada di Justin Trudeau e forse, in autunno, con il social-democratico pro-europeista Martin Schulz in Germania, dato favorito alle prossime elezioni tedesche contro Angela Merkel. Un ideale progressista che scongiurerebbe “la grande regressione” (democratica, economica, intellettuale) (titolo eloquente del libro recentemente pubblicato da Feltrinelli, curato da Heinrich Geiselberger) che ha visto l’avanzata dei populismi di estrema destra e sinistra in tutto il mondo.
Ma cos’è questo nuovo sogno di Quarta Via? C’è qualcosa di nuovo rispetto alla Terza Via degli Anni Novanta? E chi è il John Rawls dei nuovi quartisti? Se il Partito Socialista in Francia aveva trovato in Thomas Piketty il suo nuovo punto di riferimento intellettuale, con i risultati disastrosi però che abbiamo visto sulla campagna di Benoît Hamon, ci chiediamo tutti se con Macron avremo a che fare con i fantasmi degli Anni Novanta o se prima o poi ci sarà suggerita qualche nuova lettura.
John Rawls è chiaramente al centro del programma macronista. La Teoria della Giustizia di Rawls infatti sostiene che una società giusta debba aumentare le libertà di base uguali per tutti (libertà religiosa, libertà di stampa, protezione legale e libertà di movimento) e limitare le ineguaglianze economiche in modo da migliorare l’uguaglianza delle opportunità (il famoso argomento del “velo di ignoranza” di Rawls: scegliere le regole di distribuzione delle risorse senza sapere in quale posizione saremo nella società) e la situazione dei più svantaggiati (l’altro famoso, o notorio, argomento del libro: quel “principio di differenza” secondo il quale le ineguaglianze economiche sono giustificate solo se sono “causalmente connesse” a migliori benefici per i membri più svantaggiati della società). Principio, dico io, notorio, perché diede in realtà una sorta di giustificazione morale al crescere delle disuguaglianze sotto l’ipocrisia che un capitalismo selvaggio che avvantaggiava una piccola casta restava comunque l’unico modo per far star meglio i più svantaggiati. Non tutti. Ma i più svantaggiati, che poi mi devono ancora spiegare chi siano in una società globale in cui la gente si sposta a ritmo di immigrazioni di svantaggiati e emigrazioni di ricchi gruppi industriali alla ricerca di nuovi vantaggi economici.
Macron cerca di articolare questi due principi nel suo programma nel modo seguente: per aumentare le libertà di base, propone una libertà di coscienza in rottura con la l’appello all’incondizionata laïcità alla francese, una sorta di multiculturalismo laico nella convinzione però che i differenti gruppi possano riconfigurarsi in modo elastico intorno a una causa comune (di qui la sua convinzione che destra, sinistra e centro possano unirsi intorno a una causa pur mantenendo le loro differenze). Per diminuire le diseguaglianze, Macron propone di rafforzare l’educazione nelle zone più svantaggiate (le cosiddette ZEP francesi: Zones d’éducation prioritaire) convinto comunque dell’ideale repubblicano che la guerra alle ingiustizie comincia a scuola garantendo le stesse opportunità di partenza a tutti. La creazione di un sistema pensionistico universale e l’aumento delle indennità per i portatori di handicap vanno in questa direzione. L’accento è messo dunque sulle uguali opportunità invece che sull’uguaglianza tout court, obbiettivo invece che è stato il cavallo di battaglia del socialista Hamon con la proposta di un reddito universale. La società liberale e egualitaria di Macron deve essere organica, nel senso che non si può lasciare un pezzo volare via in alto garantendo al basso che comunque avrà un reddito minimo.
Secondo Macron/Rawls/Ricoeur/Sen, l’uguaglianza va vista in termini di opportunità. La società è fatta di individui con diverse capacità (in senso economico: le famose capabilities di Amartya Sen). Le capacità sono un cocktail di opportunità, preferenze e risorse, ossia, a differenza di Marx, le ineguaglianze non dipendono solo da un’iniqua distribuzione delle risorse, ma anche da preferenze differenti e opportunità diseguali. Un modo di rimettere al centro l’individuo, come sarebbe piaciuto a Paul Ricoeur, nella macchina sociale, un individuo morale, motivato da considerazioni di reciprocità, non semplicemente egoista e interessato, che riconosce sé stesso soltanto se si specchia nell’altro.
E qual è la novità? Non c’è per ora nessun nuovo nome di intellettuale o titolo di libro di spicco nel macronismo che possa stare accanto alla triade Rawls, Ricoeur e Sen. Si può comunque pensare che alcune tendenze della filosofia politica contemporanea possano essere reclutate nel progressismo liberale di Macron. In primo luogo, ripensare l’opposizione nazionale/globale nelle questioni di giustizia. Se il liberalismo ha aumentato la disuguaglianza sociale all’interno dei paesi sviluppati negli ultimi trent’anni, non si può dire lo stesso dei paesi in via di sviluppo, che in stragrande maggioranza hanno ridotto il loro indice GINI (un indice economico che misura le diseguaglianze) negli ultimi trent’anni. Dunque la questione centrale social-democratica attuale o liberal-egualitaria dovrebbe essere: come cercare di ridurre le ineguaglianze sociali nei paesi ricchi senza far pesare questo sui paesi più poveri (bloccando importazioni, immigrazione, etc.)?
Un’altra questione è l’opposizione pubblico/privato che ancora impedisce a molta sinistra di guardare in modo oggettivo e disincantato la società attuale: il capitalismo non è un mostro privato che invade la sfera pubblica e ingoia le risorse comuni. Il capitalismo è la sfera pubblica: è il modello di funzionamento del pubblico quanto del privato, con una nuova burocrazia di Stato che adotta gli stessi criteri efficientisti del privato e un sistema di media completamente capitalistico. In più, la maggior parte della popolazione in Europa lavora in strutture capitalistiche, il settore privato e pubblico sono economicamente sempre più interrelati e le contrattazioni tra Stato e Capitale sono fatte direttamente con i gruppi industriali, la cui voce pesa spesso più di quella dei cittadini singoli. Se la gente vive dunque nel capitale in modo capillare - nel suo lavoro, nei suoi acquisti, nei bisogni di salute, sicurezza ed istruzione - non sarà ora di vedere com’è possibile democratizzare le strutture capitalistiche invece che rendere capitalistiche le strutture democratiche? Non sarà ora di comprendere come la gente vive lavorando nei grandi gruppi industriali, quali sono i meccanismi di decisione, come partecipa alle scelte cruciali dell’azienda? L’idea dell’impresa democratica comincia a circolare in filosofia politica (penso a autori come Helène Landermore) così come quella del ruolo delle corporates nelle decisioni democratiche (penso ad autori come Philip Pettit) ossia se dei grossi attori come le corporates internazionali debbano avere diversi diritti e doveri rispetto ai cittadini ordinari, come le preferenze e le scelte dei loro impiegati si debbano riflettere nelle loro scelte pubbliche e quali siano le loro responsabilità collettive.
Un altro concetto che può piacere anche al macronismo è quello di intelligenza collettiva, ossia l'idea che più democrazia e più partecipazione alle decisioni producono soluzioni più intelligenti ai problemi. Un’idea che va di moda sia nel pensiero politico che nei libri di self-help su come far funzionare meglio i processi di decisione in azienda o sul Web (penso ad autori come David Estlund: Democratic Authority, ancora Helène Landermore Democratic Reason: Politics, Collective Intelligence and the Rules of the Many (2012) o al best seller di qualche anno fa di James Surowiecki La saggezza della folla.
Per aggiungere ancora un ossimoro ai numerosi che denotarono la Terza e denotano ora la Quarta Via (liberalismo egualitario, socialismo liberale, mitterandismo gaullista, etc etc) direi che una buona dose di “individualismo collettivista” così tipico della nuova economia digitale, potrebbe presto entrare nel vocabolario della Quarta Via.
Insomma, se vogliamo che la Quarta Via non sia la stessa delusione della Terza, bisogna che cominciamo a pensarla.

Fonte: micromega-online - blog dell'Autrice 

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