La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 16 maggio 2017

Come prima, anche peggio

di Rino Genovese
La Francia ha scelto (con uno scarto di voti nettamente maggiore del previsto) di essere governata dalla perdita di autonomia della politica tramite il denaro, ben simboleggiata dal giovane ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, anziché dalla sua pseudo-riqualificazione nazionalistico-etnicizzante espressa da Marine Le Pen. Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna sapere che il male minore è comunque un male, come diceva Hannah Arendt, e che il “meno peggio” è pur sempre un “peggio”. Nulla, nella postura di Macron, nel suo sguardo allucinato dell’uomo proteso verso la conquista del potere, che abbia mai fatto pensare a un cambio di passo dell’Europa attuale.
Il vecchio continente resterà quindi sotto l’ondata neoliberista, quella che lo sommerge da decenni, e non c’è neppure nulla che lasci intravedere la ricerca di una maggiore integrazione europea. “En marche!”, il comitato elettorale macronista che si sta tramutando nella “République en marche” per le prossime elezioni generali, nella spasmodica attesa di una maggioranza presidenziale, è un movimento della cosiddetta società civile (e di riciclo di una classe politica di destra e di sinistra spaventata dall’implosione elettorale cui sta assistendo) che non ha niente di europeistico. È un fenomeno tutt’interno alla crisi politica della Francia – che la farà assomigliare un po’ di più all’Italia, in virtù della dissoluzione in corso dei suoi partiti storici –, ma che non proietta quel paese verso un ruolo di rilievo a livello europeo. L’Europa, dopo questa elezione presidenziale francese, resterà tedesca.
Tutto nasce dalla insipienza di Hollande, dalla sua mancata rinegoziazione del patto di stabilità europeo, dalla sua “politica dell’offerta” anziché di ripresa della domanda interna, dal suo avere messo le mani sul mercato del lavoro nella solita maniera (contro)riformistica. Questo presidente socialista passerà probabilmente alla storia per avere distrutto il Partito socialista, minando la base del suo consenso sociale e anche l’equilibrio delle correnti interne. Il suo ex premier (e suo rivale, oltre che rivale dello stesso Macron), Manuel Valls, dà il Partito socialista per morto, e, dopo avere additato il presidente oggi eletto come un “microbo” quando un anno fa cominciava la sua corsa, cerca ora d’iscriversi al suo movimento per conservare il seggio in parlamento. Macron né lo accetta né lo rifiuta: gli concede la desistenza: il che significa che nel collegio di Valls il candidato macronista non ci sarà, e l’ex premier, ormai fuori dal Partito socialista, concorrerà con una lista “fai da te”.
Ecco forse la parola magica dell’attuale politica francese: lo stesso Macron ha vinto con il “fai da te”, cioè con una proposta che sa di anti-politica anche se, nei fatti, è una proposta centrista liberale (non a caso il centrista “classico” Bayrou gli si è accodato già alcuni mesi fa, e oggi può permettersi di fare la voce grossa per avere la giusta ricompensa in numero di candidature per i suoi). In via di demolizione sono appunto i partiti. Non soltanto il Partito socialista – quello certo più alle strette, provenendo Macron in sostanza dalle sue file – ma anche la destra tradizionale di ascendenza gollista, tentata dal non contrastare il neo-presidente per cercare di condizionarlo, ammesso che riesca a reggerne l’urto elettorale.
Nella confusione generale si segnala, a sinistra, l’egotista Mélenchon che, forte di un risultato di tutto rispetto al primo turno delle presidenziali, è deciso non a “indebolire il Partito socialista” ma tout court a “rimpiazzarlo”. Per dare un segnale inequivoco in tal senso, alle elezioni di giugno si presenterà personalmente a Marsiglia in competizione con il locale deputato uscente che è della sinistra socialista. D’altronde il suo movimento non ha raggiunto un’intesa elettorale neppure con quello che sarebbe il principale alleato, il Partito comunista – neanche nei termini di un accordo per una reciproca desistenza. Ci sono quindi alcune circoscrizioni elettorali in cui, al ballottaggio, potrebbero trovarsi faccia a faccia il melenchonista e il comunista. Non una premessa incoraggiante per formare, come vorrebbe Mélenchon, il gruppo di maggioranza nella nuova Assemblea nazionale.

Fonte: ilponterivista.com

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