La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 21 maggio 2017

Come l'Occidente è andato a comandare. Intervista a Alexander Anievas

Intervista a Alexander Anievas di George Souvlis
Vuoi presentarti partendo dalle esperienze formative (universitarie e politiche) che ti hanno maggiormente influenzato?
Penso che i libri che mi hanno introdotto alla politica siano stati Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano e Il libro nero degli Stati Uniti [molto noto in Italia anche con il titolo originale, Killing Hope, NdR] di William Blum, che ho letto qualche tempo dopo il diploma di scuola superiore. Queste letture mi hanno schiuso la porta di una storia di cui in precedenza non sapevo assolutamente nulla. Sai, crescendo negli Stati Uniti non è che si studi la lunga e tormentata storia dell’imperialismo degli USA in giro per il mondo; a scuola si dava per scontato che l’America fosse una forza che agisce per il ‘bene’ e la stabilità nel mondo.
Ovviamente la lettura di questi libri (cui ne sarebbero seguiti molti altri) mi ha come minimo aperto gli occhi. La molla di questo mio interesse per la storia degli interventi statunitensi in terra straniera è scattata in seguito a varie, prolungate discussioni con mio zio (Ralph Anievas) intorno alla politica estera statunitense nel corso del 20° secolo, che mi hanno sintonizzato sulla lunghezza d’onda di vicende storiche delle quali ero del tutto ignaro. All’epoca non ero un bravo studente, né dal punto di vista politico ero particolarmente impegnato. Ma avevo un certo interesse per la storia, e lo zio di storia sapeva parecchio: aveva studiato Relazioni Internazionali, ha insegnato per un po’, ed è proprio una persona di grande spessore intellettuale. Perciò ha avuto una grande influenza sulla prima fase del mio sviluppo intellettuale e politico.
L’altro momento formativo centrale nella mia traiettoria politica e intellettuale è stato quello delle guerre condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, e delle mie esperienze nel movimento contro la guerra. Ero arrivato a Londra per i miei studi universitari appena dopo gli attacchi dell’11 Settembre. All’epoca mi sarei probabilmente definito come un ‘democratico socialista’ (un socialdemocratico, in effetti), con un certo interesse per la teoria critica della Scuola di Francoforte, che avevo scoperto poco dopo l’inizio dell’università. Ero contro l’invasione dell’Afghanistan, ma non tanto coinvolto a livello politico. Ad ogni modo, non appena il movimento pacifista ha cominciato a svilupparsi durante la fase preparatoria della guerra in Iraq, ho iniziato a frequentare manifestazioni di protesta, riunioni politiche e cose del genere. È stata davvero un’esperienza di radicalizzazione: le persone che sentivo parlare chiaramente contro la guerra e con le quali mi ritrovavo più d’accordo tendenzialmente erano tutte marxiste, il che accese in me la scintilla che mi ha portato a risalire ai classici, leggendo Marx, Engels, Lenin, Bucharin, Luxemburg, Trotsky, Lukács, Gramsci, eccetera; e poi anche la letteratura sul Nuovo Imperialismo (ad esempio Harvey, Gowan, Callinicos, etc.) nata intorno alla guerra in Iraq, mi ha influenzato parecchio, all’epoca.
Contemporaneamente stavo studiando la storia russa e sovietica, affascinato dalla rivoluzione bolscevica e dalle cause della sua degenerazione. Per fortuna il mio insegnante nel seminario di uno dei corsi frequentati era un marxista, Gonzo Pozo-Martin, che ha incoraggiato alla grande il mio interesse per l’argomento e, più in generale, nei confronti del marxismo. Il mio interesse per le conseguenze sociologiche delle relazioni internazionali, che sarebbe diventato un punto centrale della mia successiva ricerca, fu probabilmente anch’esso originato dallo studio della rivoluzione bolscevica e delle sue immediate conseguenze. Perché, quali che siano state le altre ragioni che hanno contribuito alla degenerazione - e alla successiva contro-rivoluzione stalinista - della Rivoluzione d’Ottobre, chiaramente gli effetti dell’imperialismo ‘internazionale’ e, in particolare, ‘occidentale’, furono di primaria importanza.
Il tuo ambito di specializzazione sono le Relazioni Internazionali. Qualche anno fa hai scritto un articolo intitolato The reinassance of historical materialism in international relations theory [‘La rinascita del materialismo storico nella teoria delle relazioni internazionali’]. Potresti storicizzare questa rinascita? Perché ha avuto luogo?
Quella era l’introduzione ad un libro che ho curato, Marxism and world politics, del 2010. Credo che le ragioni del rinnovamento del pensiero marxista nel campo delle Relazioni Internazionali [d’ora in poi RI] siano in gran parte collegate ad alcuni degli sviluppi di cui dicevo prima: in particolare, il cosiddetto “ritorno” dell’imperialismo USA rappresentato dalle guerre in Afghanistan e in Iraq e, più in generale, l’evidente svolta della politica estera degli Stati Uniti sotto la presidenza Bush junior verso forme più esplicitamente coercitive di interventismo. Ovviamente, l’imperialismo statunitense (e ‘occidentale’) non era mai venuto meno, a dispetto di tutto il battage sulla ‘pacificazione’ come effetto della globalizzazione, nel corso degli anni ’90: è utile ricordare come l’amministrazione Clinton si fosse impegnata in interventi militari senza dichiarazione di guerra più di qualsiasi altra presidenza degli Stati Uniti nel corso del 20° secolo. Ciononostante, la rinascita di forme più eclatanti di intervento militare da parte degli Stati Uniti, come s’è visto in Afghanistan, in Iraq e più in generale con la ‘Guerra al Terrore’, penso abbia giocato senz’altro un ruolo nel rinnovato interesse per la critica di ispirazione marxista in ambito RI; e la Grande Recessione del 2007-2009 non ha fatto altro che accelerare la tendenza.
Naturalmente, questa tendenza non è stata certo uniforme. Nelle università degli Stati Uniti, per quanto io sappia, il marxismo in ambito RI rimane confinato ai margini critici della disciplina, nonostante i molti eccellenti studiosi marxisti attivi in questo campo. Al contrario, in Canada e nel Regno Unito sembra esserci un bel revival della teoria marxista delle Relazioni Internazionali. Nell’accademia del Regno Unito, con la quale ho maggiore dimestichezza, questa rinascita è stata in parte dovuta anche alla svolta verso forme di analisi più storico-sociologiche rispetto alle Relazioni Internazionali britanniche durante i primi anni del 2000: pensiamo solo al gruppo di studenti di dottorato venuto fuori dalla London School of Economics sotto l’egida di Fred Halliday ed altri. Un certo numero di questi studenti ha continuato a scrivere una serie di lavori importanti in questa disciplina, i quali – insieme ad altre cose - hanno influenzato e ispirato i successivi studiosi marxisti delle RI, come me.
In uno dei tuoi articoli, The Uses and misuses of Uneven and Combined Development [‘Gli usi e gli abusi dello Sviluppo Diseguale e Combinato’] tu recuperi il concetto di Sviluppo Diseguale e Combinato – utilizzato da Trotsky all’inizio del 20° secolo – in quanto utile strumento analitico nell’ambito delle Relazioni Internazionali. Che cosa significa questo concetto e come può essere utile nel tuo campo di ricerca?
ABe’, di certo non sono stato io il primo a recuperare l’idea che Trotsky si fa dello Sviluppo Diseguale e Combinato ai fini dello studio delle Relazioni Internazionali: di ciò siamo debitori a Justin Rosenberg che per primo ha introdotto questa nozione in chiave di teoria delle RI nella sua conferenza per il Premio Isaac Deutscher 1994 intitolata Isaac Deutscher and the Lost History of International Relations (testo poi pubblicato sulla New Left Review, I/215, 1996) e, in modo più sistematico, in un testo del 2006 intitolato Why Is There No International Historical Sociology? (European Journal of International Relations, 12/3). L’articolo cui ti riferisci, che ho scritto insieme a Jamie Allinson, era in larga misura una risposta, un tentativo di dialogo con quanto Rosenberg ha cercato di costruire a partire dell’idea che Trotsky ha dello sviluppo diseguale e combinato, onde riempire di contenuti una teoria autenticamente sociale della “dimensione internazionale”. Che cosa significa questo esattamente? Ebbene, il presupposto fondamentale della tradizione classica della teoria sociale (da Karl Marx e Ferdinand Tönnies a Émile Durkheim e Max Weber) era che il carattere dello sviluppo di una data società fosse determinato dalle strutture e dagli agenti ad essa interni. È stata proprio questa concezione della storia interna delle società che di fatto ha dato origine alla sociologia stessa (vedi, tra gli altri, Friedrich Tenbruck, Internal History of Society or Universal History, in Theory, Culture, and Society, 11: 75–93, 1994). Infatti, mentre le interazioni tra le diverse società non possono essere viste come empiricamente irrilevanti, non sono tuttavia di per sé stesse oggetto di teoria sociale: vale a dire, la “dimensione 'internazionale” in sostanza è rimasta un fattore contingente, esterno alle premesse di base della teoria sociale. E questa mancanza di una concezione teorica sostanziale della “dimensione internazionale” persiste fino ad oggi, anche all’interno del marxismo. Che un particolare approccio marxista concettualizzi i sistemi sociali come operanti principalmente a livello nazionale oppure su scala mondiale – come esemplificato rispettivamente dal ‘Political Marxism’ e dall’analisi del Sistema-Mondo – il dilemma rimane lo stesso. Lavorando a partire da una concezione di struttura sociale specifica (sia essa il feudalesimo, il capitalismo, il socialismo o qualsiasi altra cosa) e sviluppando la propria teorizzazione verso l’esterno, la ‘dimensione internazionale’ assume la forma di una rivisitazione della società nazionale scritta però a grandi caratteri: un’estrapolazione di categorie analitiche derivate da una società concepita pur sempre al singolare.
Viceversa, nell’ambito disciplinare delle RI, l’attenzione teorica verte proprio su questa dimensione internazionale dell’esistenza sociale, che le varie teorie sociologiche non colgono. Tuttavia, anziché concettualizzare questo aspetto internazionale come una dimensione distinta, ma organica al mondo sociale, le teorie delle Relazioni Internazionali basate sul ‘realismo politico’ hanno commesso l’errore esattamente contrario, che è quello di astrarre la dimensione ‘internazionale’ dal suo contesto storico-sociale reificando perciò la geopolitica, collocata nella sfera ‘sovra-sociale’, senza tempo, dei grandi poteri politici.
Così, l’idea che sta dietro la ricostruzione della concezione di Trotsky dello sviluppo diseguale e combinato come teoria generale della storia del mondo è che tale concezione abbia il potenziale per superare questo divario teorico tra le spiegazioni ‘geopolitiche’ e quelle ‘sociali’, in modo tale da riconcettualizzare la ‘dimensione internazionale' quale oggetto della teoria sociale. Inoltre tale ricostruzione avviene in modo da permettere l’incorporazione teorica ed empirica delle fonti, degli agenti storici e delle dinamiche di fondo non-occidentali all’interno della storia del mondo, rompendo con l’Eurocentrismo. Come si dimostra nel libro che ho scritto insieme a Kerem Nisancioglu, How the West Came to Rule, queste condizioni geopolitiche e forme di soggettività ‘extra-europee’ furono in effetti fondamentali rispetto alle origini del capitalismo in Europa e per “l’ascesa dell'Occidente” nella longue durée.
Postulando il carattere differenziato dello sviluppo come la sua “legge più generale”, la concezione di Trotsky di sviluppo diseguale fornisce quindi un correttivo necessario a qualsiasi concezione ‘al singolare’ della società e alle relative storiografie unilineari che stanno alla base della narrazione eurocentrica. Postulando il carattere intrinsecamente interattivo di questa molteplicità, lo sviluppo combinato sfida a sua volta l’‘internalismo metodologico’ degli approcci eurocentrici, dove il concetto stesso di combinazione sta a indicare che non è mai esistito alcun modello puro o normativo di sviluppo. Come tale, la teoria dello sviluppo diseguale e combinato destabilizza fondamentalmente l’internalismo metodologico e l’eurocentrismo della teoria sociale tradizionale, registrando il carattere interattivo e variegato dello sviluppo, e allo stesso tempo respingendo ogni concettualizzazione reificata dell’‘universale’ come una proprietà a priori di un’entità omogenea (si veda anche, di Kamran Matin, Recasting Iranian Modernity).
Il tuo lavoro – in una certa misura – si è sviluppato entro il filone del Political Marxism, in particolare il lavoro di Robert Brenner. Allo stesso tempo, si muove al di là di esso, rimodellandone diversi aspetti. Ci puoi esporre più precisamente le tue critiche nei confronti della tradizione del Political Marxism, concentrandoti sul Dibattito sulla Transizione e sulla questione dell’Ascesa dell’Occidente? Quest’ultima si è verificata in modo diverso da come questi studiosi ci hanno raccontato?
Il modo in cui hai formulato la tua domanda è interessante, in quanto hai ragione nel dire che il mio lavoro è stato influenzato da studiosi del Political Marxism come Brenner, Teschke, Lacher e altri, sebbene io sia stato anche critico nei confronti di tale tradizione. Sono state le opere di Robert Brenner e Ellen Meiksins Wood a farmi interessare al ‘Dibattito sulla Transizione’, perciò forse è naturale che questi due autori oltre ad avermi influenzato siano anche oggetto della mia critica. Credo che gli scritti di Brenner, in particolare, siano eccellenti a vari livelli – in particolare le sue opere maggiormente fondate sulla ricerca archivistica e più storicamente focalizzate, come Merchants and Revolution. E nella ‘mia’ disciplina delle RI, alcuni degli studi più interessanti usciti nel corso degli ultimi due decenni sono stati realizzati da esponenti del Political Marxism. Gli scritti di Charlie Post sulla transizione al capitalismo negli Stati Uniti sono stati oltretutto, a mio parere, molto innovativi.
In How the West Came to Rule, io e Kerem Nisancioglu ci serviamo di una serie di importanti concetti del Political Marxism (in particolare quelli brenneriani di ‘regole di riproduzione’ e di ‘accumulazione geopolitica’). E siamo anche partiti da alcuni aspetti della narrazione che fa Brenner della transizione al capitalismo, ad esempio la sua attenzione per i Paesi Bassi e l’Inghilterra come i primi due stati in cui i rapporti sociali capitalistici si consolidarono integralmente, e sul significato del carattere particolarmente omogeneo della classe dominante inglese nell’epoca della transizione (anche se in proposito avanziamo una spiegazione diversa). Ma, come ho già detto, noi per certi versi critichiamo le spiegazioni della Transizione fornite dal Political Marxism, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione impeccabilmente ‘internalista’ della nascita del capitalismo, concentrato quasi esclusivamente sulla campagna inglese. Noi sosteniamo che questo tipo di approccio metodologicamente internalista non è tanto ‘sbagliato’, quanto incompleto. Infatti, come mostriamo nel libro, le origini del capitalismo in Inghilterra (così come nei Paesi Bassi) sono fondamentalmente radicate in e condizionate da vari fattori strutturali e forme di soggettività ‘extra-europei’.
Giusto per farti qualche esempio: per capire perché il feudalesimo europeo si trovasse nel 14° secolo nella morsa di una crisi generalizzata e per spiegare sulla base di quali fattori alcune società dell’Europa Occidentale siano state in grado di uscire da questa crisi nell’intraprendere i primi passi verso il capitalismo, si deve guardare, come facciamo nel capitolo 3, ai più ampi nessi geopolitici ed economici forgiati nel continente eurasiatico dall’espansione dell’Impero Mongolo. Questo perché la creazione della Pax Mongolica ha avuto l’effetto di collegare gli attori europei a un nascente ‘sistema mondiale’ di crescenti e sempre più fitte relazioni inter-sociali. E la conseguenza immediata della relazione tra Europa e Pax Mongolica è stata un’accresciuta esposizione agli sviluppi tecnici e alle idee provenienti dall’Asia, il continente all’epoca più avanzato dal punto di vista scientifico. La Pax Mongolica finì con l’essere non soltanto un trasmettitore di rapporti sociali e tecnologie, ma anche di malattie. La Peste Nera, e il conseguente crollo demografico che mise in crisi il feudalesimo europeo, derivarono direttamente da questa sfera allargata di interazioni inter-sociali.
Abbiamo poi mostrato nel capitolo 4 come le divergenze successivamente verificatesi all’interno dell’Europa siano state un prodotto della rivalità tra le ‘superpotenze’ dell’Impero Ottomano e dell’Impero Asburgico. Attraverso la continua pressione militare esercitata nel “lungo 16° secolo”, gli Ottomani indebolirono ulteriormente i centri declinanti del potere di classe feudale – come il Papato, l’Impero Asburgico, le Città-Stato italiane – sostenendo al contempo nuove forze contro-egemoniche, come i protestanti francesi e olandesi. Gli Ottomani agirono altresì come centro di gravità geopolitico, attirando le risorse militari degli Asburgo verso il Mediterraneo e l’Europa centro-orientale. Questo a sua volta servì a creare lo spazio geopolitico strutturale che dovette rivelarsi fondamentale nel consentire a Olanda e Inghilterra di impegnarsi in moderne pratiche di costruzione dello Stato e di svilupparsi lungo linee sempre più capitalistiche: per l’aspetto statuale si pensi qui alla Rivolta olandese. Va detto inoltre che gli ottomani involontariamente contribuirono a creare una condizione geopolitica di ‘isolamento’ dell’Inghilterra, con conseguenze dirette riguardo il carattere insolitamente unitario della classe dirigente inglese e dunque al suo successo rispetto ai grandi fenomeni di recinzione e ampliamento delle proprietà terriere. Questo processo di accumulazione primitiva nella campagna inglese, che ha generato quei rapporti di proprietà capitalistici così brillantemente studiati da Brenner e Wood, fu pertanto direttamente legato alla minaccia geopolitica dell’Impero Ottomano. Allo stesso tempo, il dominio da parte degli ottomani del Mediterraneo e delle rotte terrestri verso l’Asia servì a spingere gli Stati europei nord-occidentali verso una sfera di attività globali del tutto nuova: l’Atlantico. Il che ha avuto effetti cruciali sulla particolare traiettoria con cui si è consolidata la forma distintamente capitalistica dello stato inglese e dello stato olandese.
In effetti, come si vede nel capitolo 5, è stato il saccheggio delle risorse americane operato dai colonialisti europei ad aggravare ulteriormente la divergenza già nascente tra il feudalesimo degli imperi iberici e il capitalismo emergente di queste società dell’Europa nord-occidentale. In particolare, noi sosteniamo che lo sviluppo del capitalismo in Inghilterra fosse dipendente dalla sfera allargata di attività economica offerta dall’Atlantico. Perché fu attraverso la combinazione di terra americana, lavoro degli schiavi africani e capitale mercantile inglese che i limiti del capitalismo agrario inglese furono infine superati. Non solo la sfera allargata di circolazione fornita dal traffico transatlantico triangolare offre numerose opportunità per i capitalisti britannici di ampliare il loro campo di attività, ma la combinazione di diversi processi lavorativi attraverso il commercio transatlantico consente la ricomposizione del lavoro avvenuta in Gran Bretagna attraverso la Rivoluzione Industriale.
Possiamo vedere una situazione simile (ma di certo non un identico processo) nella Repubblica Olandese durante il 16° e 17° secolo, con le sue colonie nel Sud-Est Asiatico. Qui la Compagnia Olandese delle Indie Orientali supera la penuria di forza-lavoro che rischiava di soffocare lo sviluppo agrario capitalistico dei Paesi Bassi, attingendo in Asia al vasto serbatoio di forza-lavoro non libera (vedi Capitolo 7 del nostro libro). Questi sono solo alcuni dei processi storici ‘extra-europei’ rimasti fuori dalle narrazioni del Political Marxism e che – noi sosteniamo – giocarono un ruolo decisivo per le origini e lo sviluppo del capitalismo in Europa.

continua...
Traduzione di Giovanni Di Benedetto 
Fonte: palermo-grad.com

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