La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 9 maggio 2017

Canetti, le masse, la democrazia

di Leonard Mazzone
All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, la struttura doppia delle masse belliche è sopravvissuta nei parlamenti democratici. Pur riproducendo la medesima struttura psicologica degli eserciti in battaglia, il parlamentarismo moderno apporta una novità epocale nei meccanismi decisionali delle comunità politiche: lo scontro di due (o più) partiti avviene rinunciando a uccidere l’avversario. Se l’essenza della politica consiste in procedure atte a prendere decisioni collettive – e l’etimologia del verbo “decidere” rimanda alla sua natura sacrificale – il parlamentarismo rinuncia a utilizzare la morte come uno strumento utile a produrre delle decisioni vincolanti[1]. In questo modo, il sistema parlamentare assicura che si possa collettivamente “decidere senza uccidere”[2].
Il fatto che il sistema parlamentare sia bipartitico o meno non muta affatto la sua struttura “bipolare”. In ogni votazione parlamentare sono sempre due i numeri che contano: come in guerra, vince il numero maggiore. A differenza di una massa doppia di natura bellica, però, in questo caso la vittoria viene conseguita senza spargimento di sangue. Per Canetti la politica democratica inizia là dove finisce il potere (di uccidere): «Il conteggio dei voti segna la fine della battaglia. […] All’interno del parlamento non ci devono essere morti. L’inviolabilità dei deputati esprime nel modo più chiaro questo intento. Il quale è rivolto in due direzioni: esternamente, verso il governo e i suoi organi; internamente, verso i propri pari»[3].
Ogni singola votazione parlamentare richiede un nuovo conteggio di coloro che sono favorevoli o contrari a un certo provvedimento, esigendo di volta in volta una verifica della forza effettiva dei due gruppi. Non è sufficiente conoscere preventivamente il numero dei parlamentari appartenenti al partito (o alla coalizione) di maggioranza e a quello di minoranza per prevedere gli esiti della votazione. A ben vedere, quella avanzata da Canetti è una teoria agonistica della democrazia. Votando, si sopravvive a uno scontro cruento che fa ricorso a molteplici strumenti di intimidazione, dalla minaccia all’oltraggio, fino ad arrivare al lancio di oggetti, passando attraverso vere e proprie risse. Lungi dall’essere espressione della violenza politica, questi gesti altro non sono che una conferma indiretta della sua estromissione dall’ambito del politico. L’impotenza degli sconfitti può anche tradursi in un linguaggio violento, ma tale reazione non è che un sintomo della frustrazione dovuta al divieto di uccidere gli avversari politici. Espressione della passione che anima i vinti, il linguaggio violento che scandisce il verbale pubblico delle democrazie è una testimonianza indiretta della loro vitalità anziché della loro corruzione, che rischia di palesarsi, invece, là dove minoranze silenziose e composte lasciano l’ultima parola alle maggioranze di governo.
A differenza di ogni altra forma di governo, la democrazia sancisce il principio non violento secondo cui decide chi, con la forza dei numeri dalla propria parte, sopravvive allo scontro senza uccidere l’avversario. Il realismo politico che Canetti dimostra in questo passaggio, tuttavia, non presta il fianco ad alcuna apologia nei confronti delle maggioranze momentaneamente esistenti: contrariamente all’equazione spesso richiamata da chi ha i numeri dalla propria parte, chi vince non ha necessariamente ragione. Come in guerra, ogni volontà si contrappone a un’altra e ciascuna è convinta o finge di avere la ragione dalla propria parte. Neppure in Parlamento, dunque, la volontà della maggioranza prevale sull’altra nel senso di valere più di quest’ultima; semplicemente, pesa maggiormente della volontà della minoranza.
A rigor di termini, la grandezza della politica democratica consiste nel dare la possibilità a chi ha numericamente torto di far valere le proprie ragioni. Da questo punto di vista, la funzione di un partito risponde alla necessità di conservare e rinvigorire volontà e convinzione dei suoi componenti. Chi viene battuto in una votazione non è costretto a rassegnarsi alla sconfitta. Dal momento che una sconfitta parlamentare non coincide con una disfatta militare, i perdenti di oggi potranno diventare i vincitori delle elezioni di domani.
Durante gli anni del suo esilio inglese, l’autore di Massa e potere ebbe modo di constatare e apprezzare le istituzioni parlamentari della sua nuova patria adottiva. Riferendosi alla tradizione parlamentare inglese, in uno dei suoi appunti Canetti scrive:
"Oltre alla libertà di cui parlano sempre, gli uomini si sono procurati una libertà sconosciuta: quella di confessare pubblicamente gli sbagli politici e di ottenere per essi un’assoluzione che dipenda da un organismo terreno. C’è qui una possibilità di attaccare i potenti che inutilmente si cercherebbe altrove. Non per questo sono meno potenti; in realtà tutto dipende dalle loro decisioni; hanno la forte consapevolezza che ci vuole, ma non la boria, che il parlamento fa loro passare in modo radicale. Seicento ambiziosi si sorvegliano a vicenda rigorosissimamente; le debolezze non possono restare nascoste; le forze contano finché sono realmente tali. Tutto si svolge in modo assolutamente pubblico; si viene continuamente valutati. […] Per quanto sia intrigato il vero gioco del potere, – nella sua faccia esterna si tratta di ben precise richieste e schieramenti. Non c’è nulla di più strano di questo popolo: esige che anche gli affari più importanti siano sbrigati in modo rituale, sportivo, e non deroga da ciò neppure quando ha l’acqua alla gola[4]."
I dubbi e il disprezzo espressi nei confronti delle forme più libere di governo, secondo Canetti, sono in relazione diretta con la loro mancanza di segretezza. In un sistema istituzionale come la democrazia rappresentativa, in cui il potere stesso è oggetto di contesa pubblica, è molto più facile che la stampa scovi segreti che potevano essere custoditi in un contesto decisionale avulso dalla pubblicità; con scherno si accusano le democrazie di essere parolaie, a tal punto da dare l’impressione che ci si lamenti proprio per la loro mancanza di segretezza. L’opinione pubblica delle democrazie pecca di una certa ingenuità di comodo, quando si fa largo la convinzione di una corruzione inedita del ceto politico, a seguito di inchieste giornalistiche e giudiziarie che smascherano i protagonisti della scena pubblica. Anche in questo caso, il doppio gioco degli attori e l’azione di smascheramento delle opposizioni, dell’opinione pubblica e del potere giudiziario risalgono alla pubblicità connessa alle scelte collettive, che costringe i decisori a interpretare – almeno ufficialmente – il loro ruolo istituzionale nel modo più coerente possibile con il copione democratico o, nel peggiore dei casi, a professare cinicamente la loro passione di sopravvivere.
L’uguaglianza dei deputati – ciò che li rende massa – è collegata strettamente alla loro inviolabilità. Fintanto che il divieto di uccidere viene rispettato, un parlamento resterà tale. Nulla è più pericoloso che vedere dei morti fra questa massa di vivi. Nel parlamento britannico questa categorica messa al bando della morte si traduce nella cosiddetta elezione suppletiva: chi muore pacificamente fuori dal parlamento non viene sostituito da qualcuno di predeterminato, nessuno gli subentra in automatico. Nuovi candidati si presentano nell’arena elettorale e si danno battaglia. In democrazia contano quindi solo ed esclusivamente i numeri delle teste contate anziché mutilate. Chi vince è il più forte perché ha ricevuto più voti dai suoi concittadini.
Come per i parlamentari, anche gli eserciti degli elettori devono affrontarsi senza uccidersi. L’inviolabilità degli elettori non è meno importante di quella della scheda elettorale. Fin tanto che quest’ultima non viene consegnata con il nome del candidato votato, si potrà influenzare il voto deridendo il proprio avversario; l’elettore potrà cambiare uniforme da una battaglia elettorale a un’altra, «ma il momento in cui egli effettivamente vota ha poi qualcosa di sacro; sacre sono le urne sigillate che contengono le schede; sacra l’operazione di conteggio»[5].
L’aggettivo “sacro” va qui inteso certamente nel senso di “indiscutibile”, sottratto cioè all’altalenante prevalenza numerica di certe opinioni rispetto ad altre, data l’assoluta laicità che la democrazia è tenuta a dimostrare nei confronti di queste ultime. D’altra parte, l’elemento sacrale della rappresentanza e della rappresentatività parlamentari – non dei suoi attuali sostituti, la fantomatica governance e la “governabilità” – è riferito anche e soprattutto al rituale – fondante e rifondante – delle votazioni, che assicurano quella ripetizione cerimoniale che è propria di ogni istituzione[6]. Le procedure di voto acquistano pertanto una solennità sconosciuta nelle epoche precedenti della storia umana. Questa solennità deriva dalla rinuncia alla morte come strumento di decisione. Con ogni singola scheda [elettorale] la morte è per così dire spazzata via. Ma ciò che l’avrebbe provocata, la forza dell’avversario, è registrato scrupolosamente in un numero. Ma chi si prende gioco di quei numeri, chi li confonde, chi li falsifica, lascia nuovamente spazio alla morte e non se ne accorge. Entusiastici amanti della guerra, che si beffano volentieri della scheda elettorale, manifestano così solo le loro intenzioni sanguinose. Schede elettorali e trattati sono per loro unicamente miseri pezzi di carta. Che essi non siano bagnati di sangue appare loro spregevole; valgono per loro solo decisioni che esigono sangue[7].
Dato il carattere costitutivo di questi rituali per la stabilità di tale forma di governo, la democrazia è esposta a una maggiore vulnerabilità ogniqualvolta le sue regole procedurali diventano materia di contrattazione spicciola. Quando scalò i vertici del potere, del resto, il nazionalsocialismo approfittò di questa instabilità. Né si può negare che la cristallizzazione di nuove forme di dispotismo mite nelle democrazie contemporanee rappresenti un rischio per la loro tenuta istituzionale: populisti e demagoghi che neghino o ridicolizzino la ritualità delle procedure democratiche possono infatti riscuotere maggiore consenso di altri candidati che invece le rispettano. […]
Pur testimoniando con la concretezza delle loro istituzioni come sia possibile eliminare la minaccia della morte dalle procedure decisionali, i parlamenti non sono affatto immuni dal rischio di contrarre e di diffondere nuove epidemie di morte. A quest’ultimo proposito, nota amaramente Canetti, all’origine del consenso prestato nei confronti di schieramenti politici orientati a una politica di potenza o, sul versante interno, propensi a indire nuove cacce all’uomo si staglia il senso di impotenza degli elettori: «Sembra che una vera e propria volontà di essere schiavi spinga, giacché di per se stessi non si è nulla, a finire entro un ventre possente. Non si sa ciò che veramente accada, né quando accada; altri possono avere la precedenza nel mostro. Si attende devoti, si trema, e si spera d’essere la vittima prescelta. In questo comportamento è lecito riconoscere un’apoteosi del segreto. Tutto è subordinato alla glorificazione. Non importa ciò che accade, se accade con la rovente fulmineità di un’eruzione, inattesa e inarrestabile»[8].
A fronte di questa vera e propria dialettica dell’(im)potenza, una democrazia all’altezza delle sue promesse di eguale libertà non può non fare i conti con il sopravvissuto, «il male ereditario dell’umanità, la sua maledizione e forse la sua rovina»[9].
Le masse aizzate dei “moderati”
La messa al bando del diritto sovrano di uccidere dalle procedure democratiche non ha posto fine alle dinamiche di sopravvivenza sociale. Malgrado la democrazia escluda la morte dei possibili avversari politici dal novero degli strumenti decisionali, tale vincolo può essere sospeso nel caso in cui il nemico appartenga a un’altra comunità. Se la minaccia nucleare ha reso anacronistica ogni guerra condotta al massimo delle potenzialità tecniche di distruzione, la scacchiera internazionale continua a essere attraversata da conflitti fortemente asimmetrici, se non addirittura unilaterali.
Le guerre attualmente combattute per mezzo di nuove forme di intelligenza artificiale come i droni riproducono l’unilateralità – anziché la semplice asimmetricità – dello scontro esistente fra due animali appartenenti a specie diverse[10]. Alla gittata, che separa l’arma dal suo bersaglio, si aggiunge la distanza del telecomando che separa l’operatore dalla sua arma, rendendolo invulnerabile. La sola massa ancora direttamente coinvolta in queste cacce all’uomo è quella della popolazione civile eletta a bersaglio potenziale dei droni, dal momento che tra di loro potrebbero nascondersi i nodi delle reti terroristiche; in altri termini, le attuali guerre telecomandate pongono fine alla struttura doppia delle masse coinvolte in un conflitto militare. La doppia massa della guerra è ora sostituita da una massa aizzata a distanza dalle sue vittime, grazie all’introduzione di intermediari tecnologici oltre che umani, frapposti tra i suoi membri e le prede umane cacciate a livello globale.
Oltre a mutare radicalmente il concetto stesso di guerra e la struttura doppia delle masse coinvolte, gli usi militari dei droni si avvalgono di una retorica umanitaria, che funge da premessa discorsiva per una sorta di “necroetica”. Le giustificazioni avanzate a favore della tecnologia omicida dei droni dotano l’odierna volontà di sopravvivenza di una nuova maschera rassicurante da indossare dinanzi al pubblico dei cittadini delle democrazie occidentali, la cui sicurezza è per converso minacciata dall’imprevedibilità di attacchi terroristici che usano la morte – del terrorista suicida e delle sue vittime – per cambiare le abitudini di vita dei sopravvissuti[11].
Anziché sradicare il perverso piacere della sopravvivenza fisica, le democrazie occidentali sembrano averlo redistribuito fra le masse dei loro cittadini in occasione di guerre ufficialmente dichiarate per esportare la pace e la stessa democrazia o, nei periodi più o meno lunghi di tregua fra un conflitto e un altro, in occasione dell’esclusione sistematica della maggioranza della popolazione mondiale da condizioni di vita che, stando alle risorse prodotte, al livello di sviluppo scientifico e alle corrispondenti applicazioni tecnologiche, concorrono a renderla degna di questo nome. […]
Questo duplice processo di “esternalizzazione della preda”, tuttavia, non significa che la sopravvivenza sia stata bandita all’interno dei confini delle democrazie occidentali. La combinazione di enormi masse di migranti in fuga da diversi tipi di minacce mortali e, negli ultimi due decenni, gli attacchi terroristici di matrice islamista hanno istigato la formazione di nuove masse aizzate contro singoli o interi gruppi di stranieri entro i confini stessi delle democrazie[12]. A differenza delle precedenti cacce all’uomo, che consistevano nell’estromissione delle prede umane dalla comunità di appartenenza, nella loro inclusione obbligata nella comunità dei fedeli (come in occasione della “conquista dell’America”[13]) o, più semplicemente, nella loro cattura e sorveglianza finalizzate allo sfruttamento (come nello schiavismo e nel colonialismo), le attuali cacce all’uomo su scala globale si sono ipostatizzate: non consistono più solamente in un moto dinamico di inseguimento finalizzato all’espulsione, alla reclusione o allo sfruttamento delle prede catturate, ma in un divieto formale di ingresso all’interno dei confini delle cosiddette fortezze occidentali della ricchezza globale. Il movimento istantaneo, continuo e sovranazionale di flussi di capitale è controbilanciato da questo atto generalizzato di estromissione delle masse di migranti dai benefici residuali della ricchezza dei paesi più sviluppati.
Queste nuove forme di caccia all’uomo non sono appannaggio esclusivo di funzionari e amministrazioni deputate a rintracciare ed espellere immigrati irregolari. Tenere le prede a distanza, infatti, sembra essere diventata una delle crescenti preoccupazioni delle masse di cittadini occidentali timorosi di perdere i benefici acquisiti, quale che sia la posizione di potere occupata nella società di residenza[14]. All’indebolimento relativo dei potenti, prodotto dalla minaccia nucleare e dalle procedure democratiche, corrisponde un processo di democratizzazione della paranoia: da tipica malattia del potere, essa si trasforma in una patologia di massa.
Canetti aveva intuito le derive pericolose di queste nuove forme di “massa aizzata a distanza” analizzando le reazioni emotive del più pericoloso dei pubblici democratici – oggi il più innocuo, se paragonato a quello televisivo o virtuale:
Anche oggi ognuno partecipa alle esecuzioni pubbliche attraverso il giornale. Solo che oggi anche ciò – come tutto – è più agevole. Non è necessario scomodarsi, e fra cento particolari ci si può soffermare su quelli che eccitano in maggior misura. Si applaude soltanto quando tutto è fatto, e neppure la più piccola traccia di complicità guasta il godimento. Non si è responsabili di nulla, né della condanna, né dei testimoni oculari, né della loro deposizione, e neppure del giornale che ha stampato la deposizione. E però se ne sa di più che nei tempi passati, quando bisognava camminare e stare in piedi per ore, e alla fine si vedeva abbastanza poco. Nel pubblico dei lettori di giornali è sopravvissuta una massa aizzata più moderata ma più irresponsabile per la lontananza degli avvenimenti – si sarebbe tentati di dire: la forma più spregevole e al tempo stesso più stabile. Poiché non deve neppure radunarsi, tale forma di massa può anche evitare la propria disgregazione; il giornale, nella sua ripetizione quotidiana, si prende cura delle sue distrazioni[15].
Il “pubblico dei moderati” descritto da Canetti presentava già alcuni dei tratti virtuali ascrivibili alle odierne masse di telespettatori. Come i loro “antenati cartacei”, costoro formano una sorta di “massa aizzata degli occhi”[16]; diversamente dalle più antiche masse aizzate caratterizzate dalla concentrazione fisica dei corpi, questa massa affamata di immagini non ha bisogno di approssimarsi fisicamente alla preda, né di condividere alcunché con la sua morte per esperire il sollievo connesso alla consapevolezza di sopravvivere.
[…]
Oltre alla distanza crescente con le prede cacciate, che aumenta il grado di irresponsabilità e asseconda la presunzione d’innocenza del pubblico, le attuali reincarnazioni della massa aizzata rendono osceno – nel senso di “esterno e ulteriore rispetto alla scena” mostrata – ciò che un tempo figurava quale parte costitutiva della scena, la massa stessa. Se le masse aizzate del passato si lanciavano direttamente sulla vittima prescelta per alleviare il peso della loro mortalità, ora assistono in forma dispersa allo spettacolo del dolore altrui. Come aveva intravisto Canetti con largo anticipo sulle evoluzioni tecnologiche che avrebbero investito i mezzi di comunicazione, alla fisicità dei corpi che in passato popolavano le masse aizzate è oggi subentrata la loro unione virtuale contro prede reali.
La comodità garantita ai componenti anonimi delle attuali masse aizzate, in ogni caso, non sembra mutare il nucleo di questa formazione arcaica. Anche là dove l’esecuzione pubblica viene delegata a “specialisti del mestiere”, essa trae sempre la propria fonte di legittimazione dalla moltitudine, «per essa essenzialmente si legifera, e con il diritto pubblico ci si riferisce appunto alla massa»[17]. La domanda pronunciata da Ponzio Pilato offre un’istantanea emblematica di tale processo. Il “Crucifige!” proviene da una massa attiva, che in altri tempi avrebbe potuto avventarsi sulla vittima e lapidarla senza delegare a intermediari l’esecuzione della propria condanna: «Il processo che di solito si celebra dinanzi a un gruppo limitato di uomini, vale per la moltitudine che poi assisterà all’esecuzione. La condanna capitale che, inflitta in nome del diritto, suona astratta e irreale, diventa vera quando è eseguita dinanzi alla moltitudine»[18]. Come questo esempio prototipico di massa aizzata, anche l’odierna massa degli spettatori televisivi o virtuali «si raduna intorno al patibolo. Essa approva il dramma; con moto veemente affluisce di lontano per assistervi insieme dal principio alla fine. Vuole che ciò accada, e non si lascia sfuggire facilmente la vittima»[19].
Pur espungendo la morte dai meccanismi ordinari del suo funzionamento, dunque, la democrazia non è in grado di proteggere gli esseri umani che ricadono nel suo ambito giurisdizionale da nuove battute di caccia in qualità di prede e/o di predatori. Per la riuscita di queste battute di caccia è decisiva la produzione immaginaria di prede che attenterebbero alla stabilità e al benessere dei cittadini autoctoni: essendo immaginarie, le prede possono essere inventate all’infinito. L’impossibilità di catturarle tutte rifornirà i “cacciatori del consenso” di nuove prede immaginarie da dare in pasto a masse di elettori affamate di promesse che non potranno mai essere mantenute. A questo proposito, è sufficiente citare la diffusa assicurazione di arrestare l’immigrazione internazionale in un’epoca che ha definitivamente palesato l’impotenza delle politiche restrittive degli stati di destinazione nel ridurre o anche solo nel contenere questo fenomeno globale. Una volta riscosso il consenso di altri cittadini, tuttavia, queste prede cesseranno di essere immaginarie: nuove battute di caccia potranno essere indette ai danni di uomini e di donne isolati dal resto della popolazione.
[…]
Dialettica della sopravvivenza
[…]
Falliti i tentativi novecenteschi di istituzionalizzare a livello statale la muta di ripartizione, è sopravvissuta solo la variante predatoria della muta di caccia. All’indomani del fallimento epocale del tentativo socialista di istituzionalizzare in un apparato di governo la massa del rovesciamento, il trionfo della religione dell’accrescimento ha dissociato la crescita da ogni finalità redistributiva, oltre ad avere ridimensionato il rischio della distruzione nucleare.
La sola alternativa sopravvissuta nel mercato globale delle idee sembra oggi essere di matrice religiosa: mentre l’islam viene strumentalmente mobilitato dal terrorismo internazionale per ampliare indiscriminatamente la gamma dei bersagli potenziali da uccidere fra le popolazioni civili, gli attacchi terroristici importano all’interno degli stati uno scenario bellico di fronte a cui i cittadini democratici rischiano di reagire dando vita a masse aizzate contro i migranti in fuga da condizioni di vita indecenti. Alle mura – fisiche e giuridiche – innalzate per prevenire l’ingresso di potenziali nemici fa infine da contraltare la massima libertà di circolazione di cui godono merci e – soprattutto – capitali, sottratti a ogni potere di controllo (e tassazione) da parte degli stati.
Il conflitto permanente fra la vita e la morte, fra una minoranza di privilegiati e una maggioranza di sopravvissuti che vive in condizioni indecenti su scala globale, fra chi sente minacciata la qualità della propria vita e chi vorrebbe migliorarla cambiando paese di residenza, tra i salvati e i sommersi della competizione globale di merci (forza lavoro compresa) e capitali restituisce l’attualità dell’equazione canettiana fra potere e sopravvivenza. Oltre alle guerre non dichiarate e combattute dai droni, alle odierne battute di caccia contro i migranti, allo sfruttamento della forza lavoro su scala globale e alle condizioni di dominio inscritte nelle relazioni di debito (fra istituzioni finanziarie e gli stati o i cittadini), le sfide poste dai rischi globali e globalizzati aggiornano ulteriormente una simile equazione: mentre la religione della crescita consente di contenere – ma non di scongiurare del tutto – il rischio della distruzione nucleare, il riscaldamento climatico globale e lo sfruttamento intensivo delle risorse annualmente rinnovabili dal pianeta pongono una sfida di sopravvivenza all’intera umanità. A differenza della distruzione nucleare, tali rischi possono essere momentaneamente ignorati solo per la graduale manifestazione dei loro effetti dirompenti. A meno che una minoranza di pochi eletti non riesca a dotarsi di una nuova arca di Noè e a trovare salvezza su un altro pianeta, il rischio della scomparsa del mondo pone di fronte alla minaccia inedita di un naufragio senza spettatore. Anche in questo caso l’intera umanità viene esposta a un dilemma che ripropone la drastica alternativa intravista da Canetti all’indomani della Seconda guerra mondiale, nel bel mezzo della Guerra fredda: tutti sopravviveranno o nessuno.
Dopo i tentativi speculativi e politici di coniugare libertà universale e necessità storica, gli scenari apocalittici catturati dalla diagnosi canettiana ci consegnano la possibilità di un’alternativa radicale quanto ineludibile: la sola possibilità di autoconservazione delle generazioni future consiste nella capacità dei contemporanei di declinare il rapporto tra vita propria e quella altrui diversamente da una relazione parassitaria di sopravvivenza[20]. Di fronte alla possibile scomparsa del mondo, l’umanità può sopravvivere solo rinunciando a sopra-vivere; reimparando, cioè, l’arte di convivere con i propri pari, riscoprendo il piacere più caratteristico che le sia dato esperire fin dalle sue origini: la metamorfosi.
Se comuni sono le sfide epocali poste dall’odierna età globale, lo stesso vale per la possibile metamorfosi del divieto veicolata dalle masse critiche. La fuga della preda è poliglotta quanto il potere da cui prende le distanze, la cui lingua è antica quanto quella del leone. Anziché limitarsi a fuggire, l’uomo ha però imparato ad affrontare il pericolo: il “no” pronunciato dalle attuali masse del divieto rappresenta il solo lascito ancora universalmente comprensibile a ogni preda umana inseguita, braccata o anche solo isolata dal resto del branco per la sua condizione subalterna, sia essa dovuta alla sua appartenenza di classe, etnica, razziale, di genere o al suo orientamento sessuale. Lungi dal voler conservare l’esistente in quanto tale, questa sillaba diventa rivoluzionaria quando è collettivamente pronunciata e schierata contro le forme più o meno palesi di sopravvivenza, presenti e future. Com’è lo stesso Canetti a suggerire in uno dei suoi innumerevoli appunti, questa sillaba veicola la possibilità di riscoprire e praticare la capacità umana di metamorfosi e, quindi, di trasgredire i suoi divieti istituzionalizzati squarciando il velo di ogni presunta necessità storica[21]:
Il mondo è entrato in frenetico movimento. Simili accelerazioni le conosciamo in quanto derivanti da guerre e rivoluzioni. Ma quello di adesso è un movimento in sé, prima o in assenza di guerre, e anche le rivoluzioni hanno assunto molteplici aspetti e significati. Si tratta di movimenti di massa la cui nuova dinamica nessuno ha ancora penetrato a fondo; per questo sono difficili da capire e i loro segni premonitori cambiano di continuo. Ci si pronuncia in favore di questi movimenti in quanto essi sciolgono situazioni da tempo irrigidite, uno che non li approvasse sarebbe considerato un fossile. Nessuno tuttavia è in grado di dire quale sarà il loro esito. Una cosa è sotto gli occhi di tutti ed è incontrovertibile: non esiste una storia della quale si possa prevedere l’andamento. La storia è sempre aperta. Nessuno agisce nel senso della storia perché nessuno conosce questo senso. È probabile che esso non esista. Ciò significherebbe che la storia, nella sua apertura, è sempre influenzabile, e dunque per così dire nelle nostre mani. Forse queste mani sono troppo fiacche per orientarla in qualche modo. Ma poiché non sappiamo neanche questo, è nostro dovere provarci[22].

Note

[1] Cfr. R. Girard, Le bouc émissaire, Paris, Grasset 1982; trad. it. di C. Leverd, F. Bovoli, Il capro espiatorio, Milano, Adelphi, 1999, p. 182: «ogni decisione vera ha, nella cultura, un carattere sacrificale (decidere […] significa tagliare la gola alla vittima)».

[2] Cfr. R. Escobar, Decidere senza uccidere, in A. De Simone, L. Alfieri (a cura di), Leggere Canetti. “Massa e potere” cinquant’anni dopo, Perugia, Morlacchi, 2011, pp. 97-114.

[3] E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 225.

[4] E. Canetti, La provincia dell’uomo, cit., p. 31.

[5] E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 226.

[6] R. Escobar, Decidere senza uccidere, cit., pp. 108-114.

[7] E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 227.

[8] E. Canetti, Massa e potere cit., p. 357.

[9] Ivi, p. 569.

[10] Cfr. G. Chamayou, Les Chasses à l’homme, Paris, La Fabrique 2010; trad. it. di M. Bascetta, Le cacce all’uomo, Roma, manifestolibri, 2010 e W. Langewiesche, Esecuzioni a distanza, Milano, Adelphi, 2011.

[11] Cfr. L. Brill, Terrorism, Crowds and Power, and the Dogs of War, “Anthropological Quarterly”, vol. 76, n. 1, 2003, pp. 87-94, che applica le intuizioni di Canetti sulla doppia massa della guerra al contesto della “guerra al terrorismo” intrapresa dagli Stati Uniti all’indomani dell’Undici Settembre 2001.

[12] Sull’attualità della muta di caccia e della massa aizzata, si veda E. Canetti, Party im Blitz. Die englischen Jahre, München, Hanser, 2003; trad. it. di A. Vigliani, Party sotto le bombe. Gli anni inglesi, Adelphi, Milano 2005, pp. 115-119, dove l’autore rivela alcuni aneddoti circa i suoi incontri con il parlamentare conservatore inglese Enoch Powell in casa Spearman. Powell aveva letto l’edizione inglese di Masse und Macht e aveva espresso il suo vivo interesse specialmente per le sezioni dedicate alla muta di caccia: «Non passò molto tempo, e il suo discorso contro l’immigrazione della gente di colore suscitò notevoli polemiche in Inghilterra, trasformandolo nell’uomo politico più popolare del momento. Powell tratteggiò scenari spaventosi, qualora non si fosse posto un energico freno a tale immigrazione. Con l’immagine dei fiumi di sangue che avrebbero potuto scorrere… si conquistò molti cuori; le categorie operaie più nerborute – scaricatori di porto e macellai –, si radunarono a migliaia davanti al Parlamento e manifestarono a favore di Enoch Powell. Migliaia e migliaia di lettere di adesione gli vennero recapitate a casa, le si contavano ormai soltanto a sacchi. Quando andavo a farmi tagliare i capelli in Baker Street, il barbiere che conoscevo da anni mi accoglieva, contrariamente alle sue abitudini, con un sonoro plauso: Enoch Powell, ecco l’unico politico degno di fiducia e capace di parlargli con il cuore in mano. Ero fuori di me per la svolta prodottasi nella vita pubblica inglese. In questo specifico caso ho assistito alla nascita di un demagogo che per lungo tempo si era alimentato di citazioni dantesche e nietzscheane», ivi, p. 118-119.

[13] Cfr. T. Todorov, La conquête de l’Amérique. La question de l’autre, Paris, Seuil 1982; trad. it. di A. Serafini, La conquista dell’America, Torino, Einaudi, 1992.

[14] Cfr. L. Mazzone, Naufragio senza spettatore. Rischi e potenzialità di una metafora superata, “Iride”, XXIX, n. 77, pp. 33-56.

[15] E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 62.

[16] R. Escobar, Decidere senza uccidere, cit., p. 102. Cfr. anche E. Subirats, Die elektronische Masse, in M. Krüger (a cura di), Einladung zur Verwandlung, cit., pp. 496-511 che affronta la preponderanza attuale delle cosiddette masse elettroniche sulle masse corporee descritte da Canetti in Masse und Macht, fino a sviluppare la tesi – già sostenuta da Kroker, Cook 1991 – secondo cui nell’odierno mondo globalizzato è la società a essere divenuta “specchio della televisione”.

[17] E. Canetti, Massa e potere, cit., p. 60.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Cfr. L. Mazzone, Il mondo alle nostre spalle, in E. Donaggio (a cura di), C’è ben altro. Criticare il capitalismo oggi, Milano, Mimesis, pp. 59-73.

[21] Cfr. R. Escobar, La paura del laico, Bologna, il Mulino, p. 89, dove viene riportata la seguente riflessione di Zigmunt Bauman: «cose e azioni possono essere diverse da quelle che sono. Si potrebbe dire che ciò dipenda dalla particella “no” presente in tutte le lingue che gli esseri umani impiegano per trasformare il mondo».

[22] E. Canetti, Die Fliegenpein. Aufzeichnungen, München, Hanser 1992; trad. it. di R. Colorni, La tortura delle mosche, Milano, Adelphi, 2008, p. 161.

Nota editoriale: In questi giorni è uscito il saggio Il principio possibilità. Masse, potere e metamorfosi nell’opera di Elias Canetti (Rosenberg & Sellier) di Leonard Mazzone – una riflessione su uno dei testi più importanti della teoria politica del Novecento, Massa e potere di Elias Canetti. L’opera di Canetti permette anche di ripensare alcuni dei problemi fondamentali della politica contemporanea, a cominciare dalla democrazia. Questo testo è tratto dall’ottavo capitolo del saggio di Mazzone, intitolato Dai divieti di metamorfosi alla metamorfosi del divieto

Fonte: leparoleelecose.it

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