La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 7 maggio 2017

Calamandrei prima della Carta

di Tomaso Montanari 
La rimozione dello straordinario risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre è figlia e parte di una rimozione più grande e più antica: quella del dovere di attuare la Costituzione. L’articolo che Piero Calamandrei dedicò al terzo anniversario della Carta, il 2 giugno 1951, si intitolava “La festa dell’ Incompiuta”, e si riferiva in prima battuta al fatto che il governo provvisorio perpetuava se stesso invece di creare finalmente gli organi di garanzia previsti dalla Carta (prima tra tutti, la Corte costituzionale). Ma in quella geniale etichetta non c’era solo un riferimento all’attualità di allora, c’era anche un lucidissimo sguardo gettato sul futuro.
Nella Costituzione – scriveva Calamandrei – “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo”: ma finché una condanna non viene eseguita, rimane incompiuta. Parlando ai giovani nel 1955, a Milano, egli tornò su questo nodo fondamentale: “La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma solo in parte. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere!”. Così Norberto Bobbio ricordava le parole del grande costituente: “Sa come chiamava la Costituzione, Calamandrei? L’ Incompiuta. Nel senso che non era stata attuata”.
È da qui che bisogna ripartire. Innanzitutto conoscendo ciò che dobbiamo attuare. Conoscendo la storia, le intenzioni, il contesto, lo spirito della Costituzione. Mai come oggi una svolta politica non può che passare attraverso una svolta di conoscenza.
Ed è per questo che ho accettato con entusiasmo la singolare proposta di Nino Criscenti: portare in giro, nei teatri di tutta Italia, una piccola parte della preistoria culturale della Costituzione, in particolare del suo articolo 9. Quello che dice che siamo nazione per via di cultura (e dunque una nazione aperta a tutti coloro che la vogliano condividere, aumentandola e contribuendo a trasformarla), e che la Repubblica deve promuovere la ricerca, tutelare l’ambiente e il patrimonio artistico. Non perché siano belli: ma perché costruiscono la nostra sovranità, fondano la nostra democrazia.
Quell’articolo nacque anche da un particolarissima immersione nel paesaggio e nell’arte: racconta lo stesso Calamandrei che “negli anni pesanti e grigi nei quali si sentiva avvicinarsi la catastrofe, facevo parte di un gruppo di amici che, non potendo sopportare l’afa morale delle città piene di falso tripudio e di funebri adunate coatte, fuggivamo ogni domenica a respirare su per i monti l’aria della libertà, e consolarci tra noi coll’ amicizia, a ricercare in questi profili di orizzonti familiari il vero volto della patria”.
Nel gruppo che, tra il 1935 e lo scoppio della guerra, lasciava ogni domenica la Firenze fascista per cercare nel paesaggio e nei monumenti dell’ Italia centrale un nuovo Risorgimento c’erano Luigi Russo, Pietro Pancrazi, Nello Rosselli, Alessandro Levi, Guido Calogero, Attilio Momigliano, Ugo Enrico Paoli, talvolta Benedetto Croce, Adolfo Omodeo e in qualche occasione Leone Ginzburg.
Era il vertice della cultura italiana: il meglio dell’ Italia antifascista. Fu un’esperienza profondissima, e profondamente politica: “Io pensavo – scriveva Calamandrei a Pancrazi – che qualcosa di eterno ci deve essere, se noi prendiamo tanto gusto e affezione a queste nostre gite: nelle quali circola nel nostro pensiero una parola che non diciamo, per pudore, ma che pure, a ripensarla così di paese in paese, torna nuova, e pura: ‘patria!’”.
Grazie alla regia di Criscenti, e grazie al fatto che l’Accademia Filarmonica di Roma, la Fondazione Cantiere Internazionale d’arte di Montepulciano e gli Amici della Musica di Foligno hanno creduto in questo progetto, possiamo rivedere le fotografie scattate da Calamandrei (e conservate in un commovente album a Montepulciano), ascoltando le parole delle sue lettere, del suo diario o con quelle dei suoi compagni di gita.
Parole così alte, e spesso così drammatiche, che solo la musica avrebbe potuto renderle sostenibili, in qualche misura prolungandone il filo e il senso. E così il clarinetto di Luca Cipriano, il violino di Marco Serino, il violoncello di Valeriano Taddeo e il piano di Marco Scolastra punteggiano il racconto con le note di Casella, Castelnuovo-Tedesco, Hindemith, Messiaen, Shostakovic e Stravinskij. L’8 maggio l’Aria della libertà sarà al Teatro Olimpico di Roma (il 7 a Foligno, e il 15 a Reggio Emilia): e sarà un atto politico. Di una politica diversa, beninteso.
Come ha scritto Bobbio, “solo chi crede che la politica non sia tutto, giunge a convincersi che la cultura svolge un’azione a lunga scadenza, anch’essa politica, ma di una politica diversa. Solo chi crede in un’altra storia – vi crede perché la vede correre parallelamente alla storia della volontà di potenza -, può concepire un compito della cultura diverso da quello di servire i potenti per renderli più potenti, o da quello, ugualmente sterile, di appartarsi e di parlare con se stesso”.
Calamandrei diceva che le sue gite non erano “estetismi da amici dei monumenti”, ma concreti atti di resistenza culturale e politica: e noi oggi la pensiamo come lui, perché un futuro diverso dalla continuazione del presente non potrà che essere costruito da una “politica diversa”.

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 04 Maggio 2017

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