La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 7 maggio 2017

1917, l’anno in cui tutto è cambiato

di Emanuela Miniati
Si tratta di un’opera storica di notevole valore interpretativo, poiché fissa temi e problemi centrali per la storia occidentale del XX secolo arricchendo e approfondendo la storiografia contemporanea sul rapporto fra Grande guerra e avvento della modernità, avviata dagli studi degli anni Novanta di Paul Fussell ed Eric J. Leed. Il libro è dedicato al 1917 come anno della “rivoluzione”, intesa come cambiamento radicale, strutturale, e non soltanto nella sua accezione politica. In tal senso il 1917 viene posto dall’autore come anno cruciale nell’ambito di quell’evento-cesura che fu la Grande guerra, come svolta per la transizione dell’Occidente dall’Ancien Régime al “Secolo breve” e alla “Seconda guerra dei Trent’anni”. Secondo d’Orsi, infatti, con la Seconda guerra non si avvertì più lo stesso senso di discontinuità che caratterizzò invece il 1914-18.
La tesi dell’ingresso violento e irreversibile dell’Occidente nella società di massa domina la narrazione, seppure non argomentata esplicitamente: il senso lato di “rivoluzione” è il fil rouge che tiene insieme le tante vicende, gli immaginari e i pensieri che compongono il quadro rivoluzionario dipinto nel volume.
Il testo è caratterizzato da un’apprezzabile fluidità espositiva, che lo rende particolarmente godibile, nonostante sia denso di contenuti. Ne emerge infatti l’impegno deontologico dell’autore, che attraversa l’intero elaborato. La struttura narrativa è lineare, segue un ordine cronologico mensile per cui a ogni capitolo corrisponde un mese dell’anno 1917: si selezionano gli avvenimenti più significativi per il concetto di rivoluzione in Occidente. D’Orsi segue un metodo preciso, coniugando la storia politico-istituzionale, in cui si muove con maestria, e la storia del vissuto dei protagonisti, dell’esperienza della guerra, quello che egli definisce il rapporto fra “Stato legale” e “Stato reale”, attingendo soprattutto da una storiografia italiana assai qualificata che ha studiato la Grande guerra attraverso le cosiddette “scritture popolari”, la corrispondenza e i diari dei soldati (da Omodeo a Gibelli, Isnenghi e Franzina, fino a Bertonha), e dagli studi d’oltralpe sulla disciplina di guerra e le “mutineries” (Bataille, Paul).
Da questo doppio registro emergono alcune risultanze principali. In particolare d’Orsi individua una “rivoluzionarietà” nelle strette relazioni fra dinamiche politiche, economiche e militari delle democrazie liberali del XX secolo, soffermandosi su tre temi fondamentali. Da un lato egli sottolinea la sempre più netta prevalenza del potere esecutivo sul legislativo, attraverso l’emanazione di leggi emergenziali, che costituiranno precedenti significativi alle politiche contemporanee. Evidenzia parallelamente un fenomeno di prevaricazione dei poteri militari sulla politica e la giustizia, con le gerarchie militari europee che s’impongono sui rispettivi governi: Sonnino, Balfour e Clemencau sono solo alcuni fra i nomi più noti dei ministri degli Esteri che s’incaricarono, su pressione dei comandanti dell’esercito, di reprimere duramente il cosiddetto fenomeno del “disfattismo”. Si affermava intanto una politica della “guerra giusta”, che legittimava il messianismo politico di Wilson, mentre gli Usa facevano il loro ingresso nella storia europea in seguito all’affondamento della Lusitania; una teoria che secondo l’autore contiene, in nuce, le radici dell’“esportazione della democrazia” dei tempi a noi più recenti: un’ideologizzazione della guerra non scalfita neppure dall’anatema dell’“inutile strage” di Benedetto XV, primo papa pacifista che introduce una novità nel dogma cattolico. Infine, fa rilevare l’autore, nel 1917 s’accentuò la pressione, caratterizzante il periodo bellico, dei ceti finanziari e imprenditoriali nel complesso dello Stato industriale e militare e della produzione taylorista di guerra.
Emerge poi un tema ricorrente, che non è argomentato esplicitamente come unicum, ma articolato nelle sue varie declinazioni; esso è riconducibile a un’unica grande problematica che ricorre con costanza ed è analizzata dettagliatamente con fonti e argomenti assai diversi. Si tratta delle molteplici e nuove forme di rifiuto, di “fuga” di massa che si delineano nell’anno cruciale, il 1917, dal pervasivo potere politico-militare, in cui lo Stato va sempre più a coincidere con la guerra. Nel libro ci si sofferma infatti a descrivere e spiegare le diverse motivazioni che sottendono gli episodi di diserzione, ammutinamento, le “mutineries” che si susseguono nei reparti militari dei vari eserciti europei, gli scioperi militari, così definiti e studiati da Rolland, come vera e propria forma di rifiuto del lavoro di soldato, cui i grandi generali rispondono più o meno ottusamente con forme d’inibizione e repressione, arresti preventivi, processi sommari e fucilazioni di gruppo. Le figure del “generalissimo” Cadorna, autoritario e inconcludente, e di Pétain sono delineate e raffrontate con cura in relazione alle politiche militari, all’organizzazione del consenso interno ed esterno ai reparti e alle strategie belliche. 
Si accenna anche, pur senza esplicitarne le conseguenze, all’inizio di una propaganda nazionale che punta alla “biologizzazione” del dissenso, di cui si fa portavoce proprio il “guaritore” Pétain, a salvare un esercito “malato”; si attribuiscono caratteristiche sociali e politiche in base all’ereditarietà biologica, alla “natura”, un’operazione che avrebbe contribuito al consolidamento delle teorie della razza e alle degenerazioni eugenetiche dei decenni seguenti. Similmente Giorgio V avrebbe parlato di una superiore “razza anglosassone” destinata a salvare la civiltà. Largo spazio è lasciato poi alle ribellioni, di cui d’Orsi è grande conoscitore: dalle forme più spontanee a quelle tatticamente e ideologicamente più organizzate, si ripercorrono i moti del pane di Torino e le vicende rivoluzionarie russe, l’affermazione del bolscevismo in Europa ma anche le nuove istanze di rinnovamento oltreatlantico. 
Si delineano intanto pensieri e figure fondamentali per la costruzione e la diffusione dei socialismi europei, attraverso l’analisi delle riflessioni degli intellettuali militanti. Nel primo caso si tratta, spiega l’autore, di atti di disperazione, più che di rivolta, diversamente da quanto accadde in Russia: nella Francia di Pétain, gli ammutinamenti a catena non inficiarono mai un senso dell’appartenenza alla patria e alle istituzioni, non assunsero mai un carattere rivoluzionario. Fu invece lo zarismo a essere sconvolto, quando i soldati fraternizzarono con le masse rivoltose. Poteva accadere anche a Torino, spiega l’autore, ma quel che mancava, in una città industriale e intellettualmente attiva dove il bolscevismo aveva pienamente attecchito, era “un Lenin”, una guida rivoluzionaria. Si delinea con precisione quell’oscillare del socialismo italiano fra legalitarismo e rivoluzionarismo, l’ambiguità di Treves e della posizione del Partito socialista italiano mentre, al contempo, il Ministero dell’Interno mette in moto la sua macchina propagandistica accusando di disfattismo proprio quel partito in preda alla più grande indecisione, addossandogli le colpe delle gravi sconfitte militari in cui l’esercito italiano incorre proprio in quel tumultuoso 1917, da Pradamano a Caporetto.
Nell’anno di guerra più esasperante, in cui il dissenso si fa più esplicito, vi sono poi manifestazioni di rifiuto del conflitto più intime e soggettive, ancorché divenute presto fenomeno di massa: le psicosi collettive. D’Orsi si richiama a quegli episodi traumatici che Gibelli ha raccontato scoprendo la Grande guerra come “fabbrica di follia”, andando a scandagliare quegli episodi d’isteria, patologie post-traumatiche che proprio all’indomani di disfatte come Caporetto e in conseguenza delle ottuse misure repressive dei comandi si diffusero sempre più fra le masse di fanti reclutate a forza dagli eserciti nazionali. 
Interessante è poi il capitolo V, in cui l’autore si sofferma, con profusione di fonti, a raccontare la costruzione storica del mito religioso dell’apparizione di Fàtima. Le mariofanie che si verificano in tempo di guerra, e in particolare quella portoghese che farà storia, sono testimonianza di un misticismo che ricerca nel sacro, nell’indicibile un rifugio dalla realtà, dolorosa e incomprensibile. D’Orsi mostra come siano i ceti subalterni a trovare più spesso conforto nel divino, non trovando spiegazioni razionali in cotanta violenza, e le classi dirigenti hanno interesse a che questi non cerchino di accedere a spiegazioni più realistiche. C’è poi un’altra figura femminile, oltre a quella mariana, che campeggia in un universo maschile di eserciti e politici: è Mata Hari, la suadente ballerina olandese che fa fortuna nei salotti parigini e diventa, quasi per gioco, una spia doppiogiochista per francesi e tedeschi, amante di politici facoltosi e influenti di cui sfrutta l’ingenuità attraverso il suo fascino. Mata Hari finisce tragicamente vittima del suo gioco pericoloso, nelle mani delle autorità francesi che non le perdoneranno un tradimento nella pratica non comprovato, e la fucileranno al Bois de Vincennes. D’Orsi ricostruisce e al contempo denuncia una repressione militare cieca, di fronte alla più o meno consapevole affermazione di un’identità indipendente da parte di una donna, allora giudicata inaccettabile da un mondo politico al maschile; ma si tratta anche, probabilmente, di un’insubordinazione alle identità nazionaliste sempre più imposte con l’inasprimento del conflitto manifestatosi nel ’17.
La complessità raccontata in modo semplice è resa ancor più fruibile da una bibliografia finale, corredata anche di sitografia, che aiuta il lettore a reperire i riferimenti storiografici e a comprendere, sinteticamente, l’approccio metodologico e storiografico che sottende l’intera opera.

Fonte: Micromega-online 

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