La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 25 aprile 2017

Radicalizzare la democrazia, oltre il regime oligarchico

di Chantal Mouffe
L’irruzione di Jean-Luc Mélenchon al terzo posto in molti sondaggi ha innescato una campagna dei difensori dello status quo, che tentano di farlo passare per un “rivoluzionario comunista”. Dopo averlo a lungo disprezzato, parte della stampa sta ora cercando di screditare il suo programma, presentato come il “delirante progetto del Chavez francese”. Difendere la democrazia richiederebbe quindi di scongiurare la minaccia populista in tutte le sue forme. Ma se la democrazia è oggi in pericolo, è precisamente a causa della post-politica. È questa che ha condotto alla situazione “post-democratica” nella maggior parte dei paesi occidentali. Gli ideali di sovranità popolare e di maggiore uguaglianza sono scomparsi e le elezioni non offrono ai cittadini la possibilità di scegliere tra progetti politici differenti.
Come proclamava uno degli slogan del movimento degli “indignados” in Spagna: “Abbiamo un voto, ma non abbiamo voce”. Ciò che si esprime attraverso il “momento populista” che caratterizza la congiuntura attuale è il rifiuto della post-democrazia. Bisogna leggervi una domanda di vera partecipazione alle decisioni politiche.
Volontà collettiva
Certo, questa affermazione può assumere molte forme a seconda di come è costruito il “popolo”, il “noi” che reclama una voce. È qui che si colloca la differenza tra il “populismo di destra”, che è di tipo autoritario e vuole restringere la democrazia ai membri della Nazione (nationaux), e il “populismo di sinistra”, che desidera estenderla e radicalizzarla. Se il populismo di destra ha sin qui ottenuto risultati migliori, è perché la sinistra è stata a lungo prigioniera di una visione consensuale della politica e della disconoscenza del ruolo cruciale degli affetti nella costituzione delle identità politiche.
La forza di un movimento come La France insoumise è proprio quella di aver rotto con questa visione e di proporre una prospettiva in grado di creare una volontà collettiva, un “noi” che cristallizza passioni comuni e le mobilita in direzione di un approfondimento della democrazia. Ed è esattamente questo l’obiettivo di Jean-Luc Mélenchon: federare il popolo, creare una volontà collettiva attorno al progetto di una rivoluzione dei cittadini, al fine di redigere una nuova Costituzione che apra ulteriormente il dibattito e faciliti l’espressione della sovranità popolare.
Contrariamente a quel che pretendono i suoi avversari, non si tratta affatto di distruggere le fondamenta dell’ordine democratico e di stabilire un regime autoritario, ma di porre fine al regime oligarchico che è il prodotto dell’egemonia neoliberista. Abbiamo infatti assistito ad una vera e propria oligarchizzazione delle nostre società nel corso degli ultimi trent’anni, sotto la pressione del capitalismo finanziario.
“Popolo” contro “élites”
Questa oligarchizzazione si è manifestata da un lato con l’emergere di un piccolo gruppo di super-ricchi, dall’altro con un profondo deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari e l’impoverimento e precarizzazione crescenti di gran parte delle classi medie. È questa nuova forma di polarizzazione che spiega il successo in Europa di movimenti che costruiscono il confine politico noi/loro alla maniera populista: quelli in basso contro quelli in alto, il “popolo” contro le “élite” .
Questo tipo di politica populista si era sin qui manifestata soprattutto in paesi che, come quelli del Sud America, erano profondamente oligarchici. Movimenti nazional-popolari si erano formati allo scopo di includere le classi popolari nelle istituzioni rappresentative.
La situazione è diversa in Europa, dove, grazie alla socialdemocrazia, questa inclusione era stata in parte fatta. Ma l’egemonia neoliberista ha provocato una regressione e si è potuto dire che le nostre società sono in procinto di “latino-americanizzarsi”. Questa è la ragione per la quale il populismo è oggi anche qui all’ordine del giorno. L’interesse di Jean-Luc Mélenchon per le esperienze latino-americane deriva dalla convinzione che essi possono aiutarci a capire la sfida che abbiamo di fronte.
Riformismo radicale
Evidentemente non si tratta di applicare questi modelli a casa nostra, come gli si è spesso rimproverato, ma di trovarvi una fonte d’ispirazione per mettere in discussione alcune delle nostre certezze, tra cui quelle sul modo in cui bisogna concepire il confronto destra/sinistra. Se il suo abbandono non è in questione nelle condizioni specifiche della storia europea, è importante riconoscere che non è più possibile continuare a costruirlo nei termini abituali, come confronto tra gruppi sociologici definiti dai loro interessi economici. Con l’oligarchizzazione delle nostre società, la frontiera noi/loro, costitutivo della politica, deve essere considerata in un modo che tenga conto della varietà ed eterogeneità delle rivendicazioni democratiche.
La posta in gioco del populismo di sinistra è quella di riuscire ad articolarle nella costruzione di una volontà collettiva. Costruire un popolo che federa le domande della classe operaia e delle classi medie precarizzate, con tutta una serie di rivendicazioni relative ad altre forme di dominio, come quelle denunciate da femministe, attivisti contro il razzismo e una varietà di minoranze: ecco il suo compito. L’obiettivo è quello di porre fine al dominio del sistema oligarchico, non attraverso una “rivoluzione” che distruggerebbe le istituzioni repubblicane, ma grazie a quello che il filosofo italiano Antonio Gramsci (1891-1937) chiama “una guerra posizione”, che conduce ad una profonda trasformazione dei rapporti di forza esistenti e alla creazione di una nuova egemonia al fine di recuperare l’ideale democratico e radicalizzarlo.
In realtà, ciò che è in gioco nella proposta di “rivoluzione dei cittadini” di Jean-Luc Mélenchon e della Francia ribelle è una rifondazione della politica di sinistra da una prospettiva che si distingue allo stesso tempo sia dalla social-democrazia sia dalla sinistra della sinistra. Lungi dall’essere un avatar dell’estrema sinistra, è una prospettiva che potremmo definire di “riformismo radicale”, che si inscrive nell’orizzonte della grande tradizione democratica. È ironico che un progetto del genere sia spesso accusato dai detrattori di essere anti-pluralista, come se non fossero loro che, negando la possibilità di un’alternativa al neoliberismo, rifiutano di accettare il pluralismo. Sono loro che mettono in pericolo la democrazia.

Articolo pubblicato su Le Monde il 15/4/2017
Traduzione di Michele Fiorillo 
Fonte: senso-comune.it

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