La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 aprile 2017

La Turchia di Erdogan non è Europa. Ma la Turchia democratica è la speranza per la pace

di Umberto Mazzantini 
Con un referendum che pensava di stravincere e che invece ha vinto per un soffio e solo grazie a frodi diffuse, occupazione totale dei media, oppositori e giornalisti in galera, Recep Tayyip Erdoğan si è incoronato leader assoluto della Turchia, subito sostenuto sia da Donald Trump che da Vladimir Putin che si contendono le sue capricciose alleanze. Gli osservatori dell’’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa hanno condannato la decisione della Commissione elettorale turca di ammettere le schede non timbrate che «ha minato le garanzie contro le frodi» ed hanno certificato che il referendum «non è stato all’altezza degli standard internazionali».
Il puzzo di brogli nel voto dei turchi all’estero è fortissimo, mentre in interi distretti kurdi, dove comunque ha vinto il no, è stato impedito il voto a migliaia di simpatizzanti dell’Hdp (Halkların Demokratik Partisi – Partiya Demokratîk a Gelanb), la sinistra laica e filo-kurda che vede quasi tutti i suoi leader in galera.
Se il fallito colpo di stato contro Erdogan – che appare sempre più “pilotato” – è servito al presidente turco a sbarazzarsi di ex amici e oppositori e a coronare il suo sogno di diventare il califfo islamista con poteri assoluti di quello che – pur con tutti i difetti – era uno Stato laico, è anche vero che questo è avvenuto a costo di un’azione destabilizzatrice, di auto-golpismo istituzionale, che ha allontanato sempre più la Turchia dall’Europa e che ha, nel nome della sicurezza, aumentato come non mai l’insicurezza in Turchia, lanciata in una guerra di sterminio in Kurdistan, che ha invaso la Siria dove appoggia milizie islamiste sunnite che si sono macchiate e continuano a macchiarsi di crimini contro l’umanità, che è arrivata sull’orlo della rottura prima con la Russia e poi con gli Usa, per poi fare ridicole e acrobatiche marce indietro e cambiare alleato così come si cambia camicia.
Dietro questa politica, fatta anche di rivendicazioni di risorse gasiere e petrolifere nel Mediterraneo, di deliri nuclearisti e di rivendicazioni territoriali e che si ciba di un odio profondo per i kurdi e la loro alternativa laica e progressista, c’è il sogno di un nuovo e potente impero turco, un nazionalismo retrogrado e fascistoide che attira le aree rurali e l’estrema destra dei Lupi Grigi, ma che spaventa le grandi città, gli alaviti che votano per l’opposizione tradizionale “socialdemocratica” e la Turchia laica che guarda terrorizzata assottigliarsi gli spazi di democrazia e libertà personale.
La vittoria col trucco di Erdogan acuirà l’insicurezza della Turchia, a cominciare dalla guerra senza tregua dichiarata ai kurdi. Un tiranno che vince con la frode, sconfessato dall’Ocse, è ancora più pericoloso di un dittatore che vince un plebiscito per paura, perché più della metà di quel Paese che governerà con il pugno di ferro non vuole essere trascinato in questa avventura nazionalista e islamista, in questo delirio di potenza che individua come nemico – a partire dalla tremebonda Europa – chiunque critichi il nuovo padre padrone della Patria, chiunque non voglia farsi trascinare indietro, nel sogno/incubo di una società illiberale e misogina, chiunque rifiuti la paranoia post-golpe e la retorica guerresca di Erdogan, che nasconde i troppi traffici inconfessabili del suo clan.
No, la Turchia di Erdogan non è Europa, ma è Europa la Turchia delle donne – con o senza velo – che lo hanno sfidato nelle piazze, la Turchia ambientalista e giovane che ha difeso il Gezi Park dalle ruspe dei palazzinari amici di Erdogan, dei militanti laici e della sinistra che vogliono una società aperta e inclusiva, quella dei volontari che accolgono i profughi siriani, quella di chi combatte ogni giorno nelle piazze e nelle montagne del una dittatura ormai dichiarata, quella che sostiene la lotta di liberazione dei kurdi, degli arabi e dei turcomanni del Rojava siriano. E’ questa Turchia europea che l’Europa e l’Italia devono sostenere perché è l’unica alternativa all’autoritarismo e l’unica speranza di una Turchia – e di un Medio Oriente – libera e pacifica.

Fonte: greenreport.it 

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