La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 aprile 2017

La montagna del debito mangia le entrate e asciuga la spesa sociale

di Luigi Pandolfi 
Il governo ha varato il Documento di Economia e Finanza (Def) per il 2018. Per coglierne la sostanza è sufficiente soffermarsi su due indicatori: indebitamento netto e saldo primario. Il primo, confermato all’1,2% per l’anno prossimo, ci dice quanto espansive, generose, saranno le politiche fiscali dell’esecutivo nel futuro prossimo; il secondo, che poi è la controprova del primo, quanto della raccolta fiscale (tasse pagate dai cittadini) sarà assorbito dal servizio del debito e, di conseguenza, sottratto alla spesa sociale, alle politiche occupazionali e redistributive. Quanto più alta sarà fissata l’asticella dell’avanzo primario (rapporto tra entrate ed uscite senza considerare gli interessi sul debito), tanto più magro sarà il dividendo per i cittadini.
Dunque, quest’asticella sale non di moltissimo, ma sale, già a partire dall’anno prossimo (dal 2,4 al 2,5%, rispetto alla Nota di settembre). E per gli anni avvenire il Documento si dà come obiettivo il 3,8%, da raggiungere in tre anni. Per intenderci, tre decimali in più dell’obiettivo di medio termine fissato per la Grecia nel terzo memorandum. E dire che l’Italia si è sempre comportata bene su questo versante: negli ultimi 25 anni per ben 16 volte abbiamo chiuso i conti con un avanzo primario superiore al 2% del Pil. Primi della classe. Ma questo, evidentemente, non basta. C’entrano il fiscal compact, il pareggio di bilancio, il vincolo esterno, le clausole di salvaguardia, il pericolo di nuove procedure di infrazione. Certamente, ma non solo. Una risposta esaustiva a questo interrogativo è contenuta nella stessa introduzione al Def: «Un’elevata credibilità può portare a forti risparmi sulla spesa per interessi, (…) anche alla luce dell’aspettativa di consenso secondo cui la BCE terminerà il suo programma di quantitative easing entro la fine del 2018».
Da marzo 2015, Francoforte sta agendo, sebbene indirettamente, da prestatrice di ultima istanza per gli Stati. Le banche centrali nazionali stampano moneta e acquistano titoli di Stato sul mercato secondario per conto di Eurotower, alleggerendo il pancione delle banche private dopo l’abbuffata di bond degli anni precedenti e allentando la pressione dei mercati (speculazione) sui debiti (cosiddetti) sovrani dei Paesi membri.
Attualmente, il nostro Paese paga all’incirca 20 miliardi di euro all’anno in meno di interessi sul debito grazie all’ “alleggerimento quantitativo”. La fine del programma, però, potrebbe stravolgere la situazione, a maggior ragione se si considera il livello monstre raggiunto dal nostro debito, 2250 miliardi di euro (il 132,5% sul Pil), di cui poco meno del 40% in mano ad investitori stranieri.
Il timore è che il venir meno dello scudo del quantitative easing possa gettare il nostro Paese in acque molto agitate dal punto di vista finanziario, lasciarlo in balia della speculazione. Bisogna saper leggere bene tra le righe del documento appena licenziato da Palazzo Chigi: in previsione di una probabile interruzione del programma di acquisti da parte della Bce, l’Italia dovrà mostrarsi maggiormente «credibile», che, nel linguaggio finanziario, vuol dire semplicemente tranquillizzare gli investitori sulla propria capacita di ripagare i debiti. Avanzi primari crescenti che fungano da tranquillanti per i mercati finanziari. Maggiore pressione fiscale o meno spesa pubblica, queste le leve che il governo ha in mano. La scelta: «È intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale e a rilanciare al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio». Aumento degli investimenti e, contemporaneamente, austerità.
Al di là di alcune misure elettoralistiche, un film già visto: la sostenibilità del debito caricata interamente sul groppone dei cittadini. Il debito quale asse intorno al quale gira tutta la politica del governo, alla cui dinamica è appeso il presente ed il futuro di milioni di cittadini, delle nuove generazioni.
Debito sovrano? In un’epoca in cui gli Stati possono fallire per mano della speculazione finanziaria, sarebbe molto più opportuno parlare di debito dei cittadini (o delle persone), che pure non ne portano la responsabilità, e di sovranità solo a proposito dei mercati finanziari. Un monito del Wall Street Journal da non sottovalutare: «L’Italia preoccupa i mercati più delle elezioni francesi. Le preoccupazioni degli investitori stanno nuovamente aumentando». Osservati speciali.

Fonte: Il manifesto 

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