La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 aprile 2017

Jean-Luc Mélenchon e l’aringa di Bismarck

di Pablo Iglesias 
Ricordo l’ammirazione che mi suscitava Jean-Luc Mélenchon quando si parlava di politica francese anni addietro a La Tuerka. Allora non ero un dirigente politico e tentavo di esplorare, dalla modestia della nostra televisione e dalla facoltà, insieme a molti di coloro che in seguito diventeranno punti di riferimento di Podemos, le possibilità di una politica diversa rispetto a quelle che offriva la sinistra realmente esistente. Jean-Luc era un vero socialista, uno che abbandonò un partito [il Partito socialista francese, Ndr] che al pari della SPD di Schröder, del partito laburista di Blair o del PSOE Gonzalez, cessò di rappresentare le classi lavoratrici e che era stato, pur parzialmente, garante dei diritti sociali, per diventare un partito dei poteri finanziari, promotore di modelli economici inefficienti (ne è prova la crisi europea), e che a malapena si distingue dai partiti conservatori quando si tratta di capire l’economia e la governance europea.
Come leader del Parti de Gauche, Mélenchon poteva sembrare un dirigente più radicale della sinistra europea, che aspirava come tanti a governare con i socialisti da una posizione subalterna. Dopo la svolta-harakiri del PCI si affermò l’idea che questo fosse l’unico ruolo delle forze politiche situate “a sinistra di”. Invece no. Mélenchon era diverso, aveva uno stile che contrastava sia con il conservatorismo che con l’estremismo tradizionale delle sinistre francesi “a sinistra di”. Mélenchon ruppe con i tabù della sinistra e parlava di patria, mostrava pubblicamente la sua ammirazione per i processi di recupero di sovranità in America Latina ed assunse una postura politicamente scorretta. Nella campagna presidenziale francese del 2012 disse che, se fosse stato eletto presidente, avrebbe svolto la parata militare lungo gli Champs Elysees affinché i poteri finanziari non dimenticassero che in una democrazia nulla è al di sopra del potere civile.
Dopo essere stato eletto deputato al Parlamento europeo ho personalmente incontrato Jean-Luc a Bruxelles. Insieme ai deputati di Syriza ed al portoghese Bloco de Esquerda è stato uno dei parlamentari che ci ha accolti con più entusiasmo nel nostro gruppo parlamentare. Abbiamo parlato un linguaggio simile. Mi ricordo quando mi invitò a Parigi; camminando insieme ho visto decine di persone che cercavano di avvicinarlo in strada per salutarlo e chiacchierare con lui. La sua vicinanza con la gente mi ha colpito. Jean-Lua gestisce, maneggia con destrezza il corpo a corpo con la gente, ma sa anche usare il fioretto quando va a discutere in televisione. Si tratta di uno dei pochi leader che hanno capito l’importanza di comunicare con un linguaggio chiaro e diretto. Quel giorno a Parigi parlammo a lungo e da allora abbiamo lavorato a stretto contatto a Bruxelles come a Strasburgo.
In questo libro Jean-Luc si mostra come egli è, provocatorio e irriverente, politicamente scorretto, afferma verità come pugni e rileva che l’Unione europea è stata costruita per soddisfare gli interessi del capitale finanziario tedesco con il concorso collaborazionista delle élite da altri paesi. Quelle élite che conosciamo bene nel nostro paese, che non hanno esitato a rinunciare alla sovranità accettando una divisione europea del lavoro e la condivisione del potere chiaramente favorevoli alla potenza tedesca, che condanna i popoli europei a sottomettersi ad istituzioni che non hanno eletto.
Era necessario che fosse un socialista a dire forte e chiaro che la Spd si era convertita in un’appendice della Cdu della Merkel. Era necessario che fosse un socialista a dire che François Hollande si è lasciato infilare la spina dell’aringa bismarkiana, umiliando così la dignità della Francia che resta il paese messo meglio per bilanciare i rapporti di forza in un’ Europa dominata dalla Germania. Era necessario che fosse un socialista a denunciare il governo tedesco che ha cercato di rovesciare il governo greco di Syriza ed il suo presidente e che continuerà a provarci.
In questi mesi del 2015 abbiamo imparato un sacco sulla realpolitik che piace tanto alla Merkel; la Germania, davanti alla paura dei governanti di altri paesi europei, ha apertamente dimostrato, con il suo atteggiamento verso la Grecia, che il potere ha poco a che fare con il vincere le elezioni. Alcuni riconoscono chiaramente questa assenza di democrazia quando ci chiedono: “Anche se Podemos vincesse le elezioni: potremmo dire no alla Germania?” La domanda in sé indica uno dei principali problemi della democrazia in Europa: il governo tedesco.
Lungi dal vergognarsi di questa realtà in cui la Germania impone i suoi interessi al resto, le élite germanofile europee celebrano questa assenza democratica come dei bravi cortigiani. In Spagna, questi mesi, abbiamo assistito allo spettacolo imbarazzante dei leader del PP, CiU e PSOE, così come dei loro opinionisti nei media, godere di ogni volta che la Germania imponeva qualcosa al governo greco. “Non si può, non si può” gridavano giubilanti, soddisfatti per il fatto che in politica non si può dire di no alla Germania, contenti di vedere se stessi come i migliori servitori del nuovo potere coloniale. Il partito del “non si può”, quello in cui militano le nostre élite (sia che portino in tasca una tessera blu o rossa) è niente di più e niente di meno che il partito che si oppone alla democrazia e alla necessità di un cambiamento di fronte a un modello di governance economica e politica in Europa che si è dimostrata inefficace.
Tuttavia la realtà dell’Europa tedesca dimostra che il lato B delle élite che mentre si assicurano stipendi e pensioni che negano alle loro popolazioni, operano la distruzione dei diritti sociali e del proprio progetto europeo. La disoccupazione, i bassi salari, l’emigrazione, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione delle condizioni di lavoro sono il pane quotidiano delle popolazioni europee, in particolare nelle periferie sud ed est.
Per questo abbiamo bisogno di socialisti come Mélenchon, patrioti, europeisti e con una memoria storica sufficiente per sapere che difendere l’Europa e la democrazia oggi è affrontare uniti il potere tedesco.
La Germania è molto più che il suo governo e le sue élite finanziarie; la Germania è la storia più importante del movimento operaio in Europa, di un sentimento popolare antifascista responsabile e con memoria, con una consapevolezza ecologica esemplare, con il pacifismo, tutto ciò che la Merkel ed i suoi capi stanno discreditando. La critica al suo governo e alle sue élite economiche non è incompatibile con il rispetto e l’ammirazione che i democratici europei sentono per il popolo tedesco, la cui collaborazione è essenziale per costruire un’Europa sociale e democratica. Ma oggi difendere la democrazia in Europa significa difendere la sovranità e i diritti sociali contro le imposizioni della Germania e contro il partito dei cortigiani del “non si può”.
Leggete questo libro; riconoscerete in lui un vero socialista francese che va nella direzione giusta per costruire insieme un’Europa decente.

Questo testo è la recensione al pamphlet di Mélenchon “L’aringa di Bismark. Il veleno tedesco“, traduzione pubblicata originalmente dal blog Sollevazione il 17/4/2017.

Fonte: senso-comune.it 

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