La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 aprile 2017

Ernesto Laclau e la "ragione populista"

di Alessandro Visalli
Il libro del 2005, del filosofo Ernesto Laclau, che insegnava Teoria Politica all’Università di Essex, è tra i testi al centro dell’attenzione da quando la crisi ha cominciato ad erodere l’egemonia neoliberale, aprendo lo spazio della ricerca di alternative. Lo studioso argentino ha alcuni riferimenti culturali che ci sono familiari: il marxismo (che però sceglie di superare, mettendo in questione la focalizzazione strategica sulla classe sociale come cosa in sé, attraverso una sorta di ‘svolta linguistica’, rifocalizzando il discorso in quanto generatore di politica sulla creazione di “popolo”), Antonio Gramsci (da cui preleva il concetto chiave di egemonia), Lacan (da cui prende parte della struttura concettuale) e Foucault (da cui il sospetto per le forme di disciplinamento e governo).
Il testo è difficile, un’opera matura, di un filosofo che all’epoca della pubblicazione aveva raggiunto i settanta anni, e collocata all’intersezione tra filosofia, psicologia e politica, gli autori più citati sono Freud, Gramsci, Hegel, Lacan, Marx, Gabriel Tarde, e i/le contemporanei/e Mouffe, Rancière, Zizek (ma per rispondere alle sue obiezioni). La sua posizione risente fortemente della “filosofia del sospetto” francese (anche se Foucault è poco citato e Derrida no), e della “svolta linguistica” (anche se praticamente viene citato solo Wittgenstein), e dunque fatica ad inserirsi completamente nello schema che del populismo viene disegnato, ad esempio, da Merker in “Filosofie del populismo” che leggeremo, o da Jan-Werner Muller in “Cosè il populismo?”.
Anzi, partiamo da qui, Jan-Werner Muller sostiene che il populismo è una posizione sostanzialmente antiliberale, e che in quanto tale è ostile allo “stato di diritto” e alla democrazia nella forma rappresentativa. Il populismo è, cioè, intrinsecamente totalitario, o almeno “maggioritario”; la formula l’abbiamo incontrata, ad esempio in Majone, che nel suo libro del 2000 “Lo Stato regolatore”, difende la versione tecnocratica della democrazia liberale (ovvero la legittimità sui generis di agenzie come il FMI, la BCE, e via dicendo) opponendo ad uno “Stato interventista”, che qualifica come “populista” in quanto “maggioritario”, uno “Stato regolatore” nel quale enti terzi, gestiti in modo tecnocratico, trovano legittimità nella credibilità dei risultati che ottengono anziché nella delega della maggioranza. Majone descrive in modo molto lucido (ma ora ha cambiato idea) la fuoriuscita, avvenuta negli ultimi trenta anni, da un intero modello di democrazia in cui, dice, la principale fonte di legittimità è la responsabilità verso gli elettori e verso i Parlamenti. Ciò che accade in Europa è un rovesciamento, perché a ben vedere i governi controllano i Parlamenti attraverso gli schermati organismi europei (come gli Eurogruppi o il Consiglio Europeo), cfr. p.168. Ma accade, per il liberista Majone del 2000, che, per proteggere le minoranze dalla “tirannia delle maggioranze”, cioè dall’opinione incostante delle masse e quindi da quella delle assemblee da esse convocate, si ricorre a “fiduciari” ad esse non legati da vincoli diretti, ma, appunto, “indipendenti” (da noi). Dunque la mossa vincente è disperdere il potere fra istituzioni differenti (una mossa antica ed in effetti fondativa dell’assetto politico moderno) il più possibile al sicuro dall’opinione dei cittadini. Una democrazia “madisoniana”, dunque, portata alle sue estreme conseguenze. E’, in altre parole, la questione della “democratura”.
Ora qui cade un punto davvero essenziale, perché ha ragione Majone: c’è un nesso forte e sistematico tra la possibilità di politiche redistributive (che necessitano di uno Stato forte, ‘gestore’ come dice, e di politiche attive ed energiche) e la loro legittimazione, che deve necessariamente passare per maggioranze politiche altrettanto attive ed energiche. Indebolirle, frammentando il potere e portandolo oltre le braccia degli elettori (cioè passare allo “Stato [solo] regolatore”) implica una diversa fonte di legittimità, ancorata non al voto della maggioranza ma all’efficacia credibilmente rivendicata, cioè al sapere tecnico. Questi organismi sono quindi in effetti “creati deliberatamente in modo da non renderli direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (p.169).
Il conflitto è servito. E lo è almeno da duecento anni (la classica lettura di Manin aiuta a rendersene conto, ma anche la denuncia dell’ultimo libro di Peter Mair). Questa estremizzazione della soluzione madisoniana, su cui torneremo brevemente, tradisce il principio lockiano su cui sono al fondo costruite le nostre costituzioni scaturite dalle rivoluzioni “borghesi”: ogni autorità legittima deriva dal consenso di coloro sui quali è esercitato. Ovvero: “gli individui sono tenuti solo a ciò a cui hanno acconsentito”.
Qui passa una delle linee di faglia che separano la democrazia liberale rappresentativa sia dalla soluzione neoliberale, tecnicamente estremista, sia dalla soluzione populista, che rischia, facendo leva su una idea di “consenso” più permissiva, di manifestarsi in forme antipluraliste. Ma ci torniamo verso la fine.
La posta è comunque chiara: è la conservazione di privilegi in termini di potere, status e ricchezza, a limitate élite che temono di non poter costantemente garantirsi l’egemonia sulle maggioranze, i cui interessi oggettivamente comprimono, e quindi ricercano strumenti “costituzionali” per restringerne la libertà. Le minoranze tentano di inibire e controllare le maggioranze, sfuggendo alla necessità di ricercarne il consenso (ma comunque fondando su una egemonia). Così lo mette (anche se cerca una “terza via”) anche lo stesso Robert Dahl, nel suo saggio del 1956, citato male e fraintesi da Majone. L’accusa di maggioritarismo, portata dal politologo italo-americano è dunque appropriata, ma non conclusiva. La difesa delle minoranze è sicuramente un valore appropriato, ma occorre anche capire quali e perché. Altrettanto appropriato è, infatti, la difesa delle maggioranze dalla dittatura delle minoranze attraverso i loro strumenti tecnocratici schermati.
In definitiva la descrizione di ‘populismo realmente tale’ che fa Jan-Werner Muller non si cala perfettamente nel discorso di Laclau, non a caso la citazione dello stesso da parte sua è sommaria e quasi imbarazzata (come accade per l’intervento che abbiamo visto della Urbinati). Una rappresentazione possibile e legittima del “Popolo”, e della sua propria “Voce”, per definizione nel “Vero”, ed espressa completamente e definitivamente da un Leader, ecco l’essenza del ‘populismo realmente tale’. Seguendo questa logica bisogna occupare lo Stato, gestire le sue risorse per creare/alimentare il “popolo”, reprimere la società.
Dalla trincea da cui guarda il conflitto in corso, insomma, il “populismo”, almeno quello “realmente tale” non è per Muller “una risposta democratica illiberale al liberalismo antidemocratico”, come propone Cas Mudde e tanto meno, come dice Benjamin Arditi, è un ospite ubriaco ad una cena, che si comporterà male, ma potrebbe anche farsi sfuggire la verità circa una “democrazia liberale che ha dimenticato il suo principio fondante di sovranità popolare” (J-W M, p.14). E’ vero che il liberalismo tecnocratico (alla Majone) è antidemocratico, e la sovranità popolare e stata neutralizzata dalla democrazia in molti casi, ma Muller tiene egualmente fermo che “il populismo non è un correttivo”, è più una sorta di “ombra permanente”. Questa posizione, insomma, teme il maggioritarismo implicato nella rivendicazione di sovranità più sostanziale che procedurale (dove entrambi i poli sono comunque presenti) del ‘populismo’ in ogni sua possibile forma, cioè il populismo che non si limita alla critica morale, o politica, ma si propone come strategia di potere.
E in effetti come strategia di potere, antagonista per sua natura, questo è proposto da Laclau.
Però, si fatica a trovare punti di appoggio specifici alla facile critica di Jan-Werner Muller, ma anche a quella di Nadia Urbinati e Merker, nella versione sofisticata al limite dell’elitista di ‘populismo’ proposta dal filosofo argentino. Per Laclau, infatti, semplicemente la società non esiste, come anche il “popolo”. Si tratta semplicemente di costruzioni a partire da quelle che chiama “faglie di antagonismo”. Cioè in una logica oppositiva, che deve trovare un nemico.
In sostanza qui il campo sociale è descritto come l’effetto di forze aggregate da discorsi, a loro volta intesi come pratiche performative che rappresentano il proprio del politico. Allora il politico, ed i suoi discorsi, le sue pratiche ed il campo discorsivo che articola faglie antagoniste, opera propriamente su l’impossibile: punta a costruire ciò che non è, e non può esistere, ovvero la società. Questa operazione paradossale ed a rigore impossibile è descritta da Laclau con il recupero del termine gramsciano di egemonia. Fare egemonia, nella interpretazione populista, significa passare da una logica liberale della differenza, della creazione e valorizzazione di individuali differenze e dallo scontro di minoranze, alla logica dell’equivalenza. Ovvero alla logica per la quale le differenze trovano e valorizzano nel discorso egemonico imposto dal politico populista la linea di faglia specifica rispetto alla quale sono reinterpretati e quindi creati come equivalenti; rispetto alla quale, cioè, tante soggettività diverse in tutto si fanno “popolo”. Qui troviamo uno dei più profondi punti problematici sul quale dovremo tornare.
Si tratta in sostanza di una operazione espressamente costruttiva. Fondata su un antagonismo, e l’indicazione di un “nemico”, che crea una rappresentazione coerente. Il “popolo” non esiste in sé, non è quindi ipostatizzato come teme Merker, ma è solo il profilo individuale che la società assume nella sua rappresentazione politica. Una rappresentazione a cui non corrisponde una realtà indipendente.
Una rappresentazione che è per definizione e costruzione sempre distorta, solo un effetto egemonico di una pratica discorsiva. Effetto, più precisamente, di una pratica antagonista, cioè di una rappresentazione oppositiva. Nella costruzione di questa unità, e della corrispondente identità collettiva, è dunque centrale la nominazione; la designazione delle cose con nomi.
Certo questo populismo è un “eccesso”, rispetto al discorso liberale, e certo è “pericoloso”, proprio nella misura in cui mette a repentaglio la comunità razionale, ovvero la priorità del discorso razionale e del suo relativo consenso, ma abbandonarlo significherebbe per Laclau dire addio alla politica. Qui c’è un delicato crocevia: da una parte abbandonare la politica “maggioritaria” ha sempre avuto anche questo senso di restringere la politica, in favore di un potere amministrativo che trae altrove la sua legittimità (in una idea di “ragione” posta prima del discorso stesso, in qualche modo nelle cose e nei saperi tecnici che le rappresentano). Precisamente, quindi, che la trae dal sapere specialistico della tecnica, di qualche tecnica specifica (la prima è l’economia). Cioè da una Ragione in grado di dire cosa sia una “buona comunità”. Si, perché (in diretta polemica sia con il materialismo neoliberale sia con quello marxista) in effetti per Laclau “non c’è nulla oltre il gioco delle differenze, non esiste un terreno che possa privilegiare a priori alcuni elementi dell’intero a scapito di altri”, l’economico non è la struttura su cui sono edificati gli edifici sociali, come non lo sono altre dimensioni e saperi. Non lo è neppure la logica sistemica, sulla quale Habermas, ad esempio nel suo ultimo intervento su Micromega, appoggia in parte la sua posizione procedurale e liberale della democrazia.
Correre il rischio di questo ‘eccesso’ è dunque in qualche modo seguire una diversa “logica sociale”, un diverso modo di costruire il politico. Ma anche pensare in modo diverso la retorica stessa, nel quadro dei discorsi politici. Proprio se questi sono essenzialmente performativi, ovvero non rappresentano un mondo ma lo creano, la retorica non è un parassita. Ma è essa stessa “l’anatomia del mondo ideologico” (p.14). Tramite essa il discorso è “il terreno primario per la costituzione dell’obiettività in quanto tale” (p. 65).
E con essa diventa necessario anche ripensare la vaghezza. La vaghezza, lamentata come irrazionalità e carenza, da tutti gli interpreti della forma populista, è invece rivendicata da Laclau come una necessaria conseguenza dell’oggetto del discorso. Anche la vaghezza è un “atto performativo”. Per mostrarlo l’autore ripercorre le strade di Le Bon (p.21) e quelle successive di Freud (p.25). Interroga cosa sia secondo abitudine e cosa secondo razionalità.
Richiama anche i dibattiti seguiti alla rivoluzione francese, Hippolite Taine, la patologia del discorso selvaggio dei populisti parigini (p.33). E il legame della folla, del pubblico anzi, con il capo (p.51).
Con questi materiali in mano si capisce che è “la produzione discorsiva del vuoto” a creare il “popolo” attraverso un uso specifico della vaghezza (che non è un’insufficienza discorsiva, ma una necessità che crea quel vuoto nel quale si può specchiare il popolo, facendosi tale), e nella retorica, che non è esterna ai concetti. I concetti sono creati nel discorso, dunque attraverso la retorica, senza la quale la carica performativa non troverebbe modo di manifestarsi. Laclau la mette in questo modo: “il populismo potrebbe rappresentare la strada maestra per comprendere qualcosa circa la costituzione ontologica del politico in quanto tale” (p.63).
Il politico si costituisce intorno ad un “significante vuoto”, l’identità creata attraverso l’affermazione dell’egemonia di alcuni discorsi. Cioè di alcune vaghezze e di alcune retoriche. Questo “significante” che identifica una identità populista (cioè un “popolo”) è un orizzonte di senso, non è un fondamento. Non è la fonte del valore, ma al contrario questo, il valore, si crea insieme all’identità per effetto dei discorsi. Detto con le sue chiare parole: “se la società fosse unificata da un determinato contenuto ontico – determinata dall’economia, dallo spirito del popolo, dalla coerenza sistemica, o da qualsiasi altra cosa – la totalità potrebbe essere rappresentata direttamente a livello concettuale. Ma siccome non è così, una totalizzazione egemonica richiede un investimento radicale – ossia un investimento che non sia determinabile a priori – e un impegno nei giochi di significazione che è ormai diverso dalla semplice apprensione concettuale – come vedremo, la dimensione affettiva viene a giocare qui un ruolo essenziale” (p. 67).
Certo, sia pure con tutte queste complesse avvertenze, resta il punto che il discorso populista è un discorso per il potere, e che tramite esso la plebs si vede come populus, cioè come “parte per il tutto”. Qui c’è l’espulsione, temuta da Jan-Werner Muller, di una parte, fatta minoranza, dalla “parte legittima della comunità” (p.81). Il populismo necessariamente divide la scena in due fronti intorno ad una frontiera antagonista, e lo fa propriamente creandoli. Qui non si tratta di avere i concetti che corrispondono ad un mondo che è là fuori, nel quale un livello essenziale determina le cose (ad esempio la struttura economica dei rapporti tra le classi) ma di operare un discorso che crea queste catene equivalenziali, cioè che crea esso stesso il campo (p.92).
Dunque il discorso populista è necessariamente mitico, punta a creare una relazione affettiva con una parte che connettendosi con altre sotto il punto sostenuto, grazie alla presenza di un effetto egemonico, si fa tutto.
Senza questa produzione di vuoto, ma di un vuoto investito da impegni affettivi e capace di produrre effetti cognitivi, di costituirsi come oggetto, non ci sarebbe per Laclau né populismo né, in effetti, democrazia.
Il populismo è dunque un’area di variazioni, un certo stile. Non è affatto un concetto.
Ma naturalmente è un concetto impegnativo, in una pagina piuttosto chiara, richiamando la Chantal Mouffe pone una separazione tra la tradizione liberale (che avvia nelle due rivoluzioni parallele del settecento) “basata sul governo della legge, sulla protezione dei diritti umani e sul rispetto delle libertà individuali” e la tradizione democratica “le cui idee principali sono quelle di uguaglianza, di identità tra governanti e governati, di sovranità popolare”. Queste due tradizioni sono solo contingentemente connesse.
Dunque, spostando questa posizione (alquanto problematica, sia nella identificazione del termine “identità tra governanti e governati”, che è sempre stato in questione e identifica piuttosto una concezione della democrazia antica che di quella dei moderni, cioè di democrazia dei pochi e liberi, sia nella perdita del punto sistematico in cui si legano le due, intorno alla concezione moderna dell’autogoverno inaugurata da Locke) Laclau finisce per dare sostanzialmente ragione a Urbinati e Jan-Werner Muller, il populismo è anti-democratico in senso liberale. Ciò che sostiene il nostro è che:

1- Sono possibili più forme di democrazia, anche fuori della cornice simbolica liberale (e fin qui in termini astratti si concorda);
2- L’identificazione del “popolo” è il problema della democrazia, o almeno ne è parte integrante.
Chiaramente ciò può significare “offuscare ogni confine netto tra Stato e società civile” (p.159), anche se non necessariamente “annientarlo in modo totalitario”.

Implica anche opporsi alle forme di “democrazia deliberativa”, e a ogni “progetto chimerico di consenso razionale”, in favore di forme di pratiche ed attaccamenti appassionati più ampi.
La democrazia, in questa concezione che rifiuta le distinzioni giusrazionalistiche tradizionali, anche nelle versioni contemporanee più sofisticate (Rawls ed Habermas, citati), è fondata in sostanza sull’occupazione del “vuoto” politico attraverso una crescita egemonica da parte di una “particolarità” (ad esempio una plebs) che si fa “popolo”, utilizzando catene equivalenziali ben riuscite, e che dissolve parzialmente la distanza con lo Stato. La costituzione del “popolo democratico” è qui la possibilità stessa della democrazia.
Caratteristiche tipicamente liberali, in senso storico, come “la difesa dei diritti umani” possono essere incluse tra gli ingredienti di un “populismo democratico”, come no. Se non lo fossero, sembra di capire dal contesto, saremmo però chiaramente in presenza di forme totalitarie (p.163).
Dunque il populismo può avere diverse “variazioni”. Le sue risorse discorsive possono essere usate nel modo più diverso, ma emergono sempre da una crisi egemonica e arrivano, se hanno successo, ad articolare un set di nuove domande su un nuovo nocciolo. Ovvero un nuovo “nucleo popolare”.
Alcune forme sono simili a quelle denunciate da Merker: il “populismo etnico”, che si oppone ad un astratto universalismo, ma perdendo l’intero set di valori liberali, i diritti civili, la separazione dello Stato, e le libertà individuali. È possibile però anche che le domande connesse e fatte equivalenti, dalla catena discorsiva che performativamente crea il “popolo”, siano “universali” e pluraliste. Cioè i significanti siano “più vuoti”, nel senso immagino di più astratti, come quelli cui si riferisce, per Laclau, Habermas quando parla di “patriottismo costituzionale” (di cui abbiamo parlato qui) e di necessità di tenere distinta la “neutralità del sistema legale”, rispetto alla integrazione etica delle comunità a livello sub-politico. Abbastanza sorprendentemente, rispetto al tono generale del suo discorso qui il filosofo argentino sposa una posizione liberale-procedurale del teorico francofortese, anche se attenua la distinzione tra livello sostanziale del consenso fondato su valori sostantivi e livello procedurale retto dal diritto e dalla forma discorsiva razionale condotta nella sfera pubblica e nelle istituzioni. Si chiede infatti quali siano i valori sostantivi che comunque bisogna condividere anche solo per accettare di sottoporsi alle procedure dello stato di diritto e democratico.
In sostanza la sua risposta è che si tratta del consenso sostanziale sufficiente, che emerge da una “universalità egemonica” che si addensa e costituisce insieme a catene equivalenziali di successo. E si manifesta sempre attraverso istanze sia sostantive sia procedurali.
Tutta questa costruzione, in cui la stessa forma politica, ora si capisce, può portare ad esiti del tutto diversi a seconda la natura delle “catene equivalenziali” ed alla costruzione egemonica che la “particolarità” riesce ad imporre (facendosi “popolo”) non ha nulla di automatico. Ma è un processo “pienamente politico”, non retto da alcuna determinazione storica, strutturale, sistemica o comunque economica.
Ci sono alcune altre implicazioni: che la storia, mancando della regola strutturale o del fondo necessario, non può essere immaginata come un infinito avanzare verso qualche finale meta, ma come un contingente, discontinuo, succedersi di “formazioni egemoniche”. Che si caratterizzano per l’emergere di sempre nuovi “popoli”, che costituiscono eventi trasgressivi e rotture di continuità. Inoltre che la lotta di classe va superata attraverso un approccio che una volta si sarebbe chiamato interclasse, simile a quello liberale ma opposto, volto a costruire “popolo” attraverso un processo di costruzione egemonica.
Volendo provare a tirare le somme di questo complesso discorso, mi pare che la strada post-marxista che propone di seguire Laclau, abbastanza evidentemente costruita con i materiali della fase egemonica post-strutturalista, trova un primo piano di resistenza nella mossa stessa. Anche condividendo la critica al materialismo ingenuo, ed all’economicismo, non è necessario per farlo andare così lontani sulla strada di una problematica perdita di riferimenti. Se anche il “discorso”, produttore di effetti performativi, e quindi in qualche modo di “realtà”, e certamente portatore sempre di effetti di potere, può essere designato come elemento centrale del politico, da questo deriva che non c’è alcun fondo che resiste alla indefinita manipolazione? O possono essere identificate, certo in modo tentativo e soggetto a critica, delle fratture in questo fondo? Dei conflitti di interesse e non solo di senso? In altre parole, ci sono dei funzionamenti sociali, dei concatenamenti resistenti, solidi, in qualche modo primari, difficilmente aggirabili, che determinano delle opposizioni nelle cose, e non solo nella rappresentazione? E che non sono riducibili alla frattura tra “popolo” ed “élite”?
Nel commento al Manifesto “Senso Comune”, che rappresenta un interessante e generoso tentativo di articolare da sinistra, e in modo non totalitario, un discorso che fa tesoro della provocazione di Laclau, prendendola al suo meglio, avevo scritto che la divisione in élite e popolo, pur nella consapevolezza che si tratta di rappresentazione costruttiva, c’è una problematica insufficienza (anche se spesso noi tutti l’usiamo), infatti: ci sono sempre relazioni che creano soggettività e posizioni in cui alcuni si qualificano per il ruolo e nelle circostanze in posizione di élite (ma ce ne sono di molti generi e in reciproco conflitto costante) e altri in varia posizione di connessione/disconnessione, più o meno subordinata. Se si perde di vista che si tratta di una costruzione retorica, volutamente vaga, si rischia che “catturi” il parlante. La mancata nominazione (e quindi nei termini di lacca scomparsa dal campo politico) dei nessi e meccanismi (élite e popoli sono plurali insopprimibili e sono connessi e reciprocamente creati da relazioni costituenti poteri e distribuzioni) non li fa scomparire. Nei termini prima indicati, il “fondo” non si dissolve per il fatto di non essere nominato. Le fratture costitutive continuano ad operare dietro le spalle. Queste sono dotate di una propria logica, attraversano diagonalmente i corpi sociali, creano meccanismi di creazione/cooptazione subalterna, strutture di collaborazione ed espulsione. 
Come strategia di potere può essere efficace (il Movimento 5 Stelle ne è un esempio), ma quando arriva il momento dell’azione, quando le urne si chiudono, bisogna lavorare con il potere e le fratture cominciano ad operare dietro le spalle. Il potere, forse qui Foucault sarebbe utile, ha un’articolazione che sfugge totalmente alla logica tutto/nulla. Il potere si diffonde e circola attraverso tutti i corpi e in tutte le menti, determina ogni rapporto e prende forme sempre nuove. Se non se ne comprende la dinamica, i molteplici livelli, i luoghi in cui si è addensato, le metamorfosi in corso e quelle che prenderà, l’azione andrà fatalmente incontro al più cocente smarrimento. Se non si nomina si rischia poi di non poterlo vedere dove si presenterà, sorprendendoci. Detto con altre parole, in politica restare vaghi significa può significare restare disponibili ad essere addomesticabili. Non bisogna dimenticare che c’è anche un “populismo” dall’alto.
In altre parole, se l’idea di lavorare implicitamente con un “corpo” omogeneo in senso “naturale” incontra questi rischi, connaturati nelle modalità di costruzione dell’impresa, ci sarebbe da chiedersi quanto sia utile. In certo modo una creazione di senso fatta di parole elementari, apparentemente indiscutibili, chiarissime nella loro applicazione, nasconde completamente il punto. E si presta ad essere facilmente colonizzata da istanze di potere organizzativo.
L’ombra del populismo di sistema, e della sua potente e concreta egemonia, cattura e pervade già il “senso comune” che, dunque, non è ‘innocente’, è in effetti costituito ed intrappolato nelle strutture e nelle cornici funzionali alla produzione e riproduzione degli assetti che creano le diverse socialità.
Facciamo un esempio: allo scopo di costruire delle catene equivalenziali che abbiano la potenzialità di aggregare un “popolo” abbastanza grande da poter essere candidato ad essere “il” popolo e quindi a richiedere che le istituzioni si conformino ad esso (riducendo, pur non annullando, la distanza tra “Stato” e “popolo”, dato che la democrazia è interpretata attraverso questa omologia), che posizione si può prendere su cleavage densi di conseguenze come la questione dell’immigrazione o la questione della sicurezza?
Se si vuole essere tutto, e non parte, la scelta degli “anelli” della catena devono adattarsi al senso comune o possono rischiare di tentarne una conquista egemonica? Ma bisogna ricordare che il termine è usato da Gramsci (cui Laclau si riferisce esplicitamente) in connessione con la “guerra di posizione” (e non “di movimento”) e prevede espressamente che sia un campo saturo. Ovvero che siano presenti egemonie dall’alto, del potere, che occupano la scena.
L’egemonia neoliberale sui due temi indica contraddittoriamente che l’immigrazione deve essere lasciata del tutto libera, mentre la sicurezza garantita con mezzi di polizia. La reazione dominante, quindi l’apparente sforzo controegemonico dei populismi di destra (che, almeno su questi temi, sono “reattivi”), in sostanza connessi con il mondo che viene a scontro con le ondate immigratorie in modo dissimetrico, predica invece chiusura radicale su linee nazionali e ancora più controllo di polizia.
Nel contesto di una “guerra di posizione” in lungo termine, sulla quale Gramsci in carcere si faceva poche illusioni, andrebbero costruiti “anelli” autonomi, sensibili alle fratture funzionali ed alle strutture di identità esistenti, sui quali fare il lavoro della costruzione di egemonia, sottraendola sia al dominante circuito neoliberale sia alla retorica della destra neo-populista.
Non si può in questa sede risolvere questo difficile nodo, ma la linea potrebbe essere di proporre l’avanzamento del valore della “responsabilità” (sia verso i cittadini sia verso gli immigrati) che la società deve assumere, e per essa il sistema istituzionale ed economico, nella gestione dell’epoca fenomeno dell’immigrazione. Non si possono accogliere indiscriminatamente persone, affidandole alle proprie sole forze ed al mercato, senza assumere per esse la responsabilità di garantire lo stesso set di diritti sostanziali che va garantito a tutti. Dunque, lungi dal prevedere una rincorsa verso il basso, per via di competizione tra poveri (che scatena anche la spinta alla protezione con mezzi repressivi), bisogna che si faccia un grande investimento, commisurato alle risorse mobilitabili, per garantire una vita dignitosa.
È chiaro che questo (un esempio nella proposta di Gorz, un altro in quella di Atkinson, ma c’è anche la proposta di Rodrik), implica una regolazione. La regolazione implica anche una restrizione, o almeno una gradualità.
L’altro cleavege, pur non negando la base del problema (su cui si può comunque discutere, tra percezione e base di realtà), dovrebbe essere sottratto alla logica della pura repressione. È chiaro che i reati si reprimono, ma il carcere non è una soluzione idonea per ogni problema, e bisogna piuttosto lavorare, ed impegnare le risorse, per riprendere il territorio alla società. Per creare comunità solidali in linea con la migliore ispirazione del socialismo.
Il punto, è quanto la struttura concettuale e la proposta di prassi avanzata da Laclau possa mettere nelle migliori condizioni per una coraggiosa lotta egemonica, volta a creare elementi di senso comune, contendendoli alle descrizioni rivali, e quanto, invece, preveda implicitamente di prendere come sono le diverse soggettività e incatenarle in unità più ampie per raggiungere la “totalità”.
Considerando la competizione tra diversi populismi (“di sistema” e “reattivi”) e il fondo di fratture di interesse (ad esempio quella tra insider, garantiti, ovvero tra chi ha un solido lavoro a tempo pieno e/o una confortevole pensione, che si è guadagnato ed alla quale ha diritto, e chi lavora in modo intermittente e precario, o comunque esposto a tutti i rischi dell'attuale economia iniqua, inefficiente in quanto spreca le vite e le risorse di troppi e violenta) non necessariamente chiare nelle coscienze, ma incardinate nella logica di sistema, la ricerca della “totalità” del “popolo”, per ricostruire la democrazia secondo una logica monista (e non quella conflittuale e di parte dello schema “lotta di classe”) non rischia di obbligare ad una logica adattiva?
Un’economia che costantemente spreme maggiori margini di apparente efficienza (nella definizione stretta della valorizzazione del capitale, del suo “spirito”) sottraendo risorse dal lato del lavoro e quindi della domanda connessa (per via di riduzione del tenore di vita) e che quindi espande automaticamente il tenore di vita di chi è nella condizione di avere un reddito fisso e stabile, e che inoltre protegge i suoi risparmi, non impone i suoi temi? E non ne esclude altri?
E’ possibile porre la questione dello smontaggio della struttura deflazionaria dei Trattati Europei, e della disfunzionale (per alcuni) unione monetaria, se non si vogliono affrontare queste fratture ma si cercano invece catene equivalenziali che uniscano gli uni e gli altri?
Se la stessa deflazione, ovvero l'economia della contrazione e del debito nella quale viviamo, avvantaggia alcuni proprio mentre danneggia le sue vittime, non sarebbe meglio aggirare il tema?
Ma se lo si fa, e si conquista l’egemonia che porta al potere sulla base di queste esclusioni tematiche, poi non si resta disponibili ad essere utilizzati e colonizzati?
Questo è il principale dubbio che l’interessante e stimolante libro di Ernesto Lacau mi pone.

Articolo pubblicato su Tempo fertile 
Fonte: sinistrainrete.info 

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