La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 29 marzo 2017

Sistema elettorale proporzionale, perché sì

di Stefano Risso
Dopo molti anni una parola è tornata agli onori della cronaca politica: proporzionale. Parlare di sistemi elettorali può apparire cosa lontanissima dagli attuali problemi e dalle odierne sofferenze della società, un autentico esercizio di quella politique politicienne (politica politicante non rende a sufficienza il disprezzo e il distacco espressi dal termine in francese) nei cui confronti è preferibile esercitare il distacco e la diffidenza. In realtà dietro i diversi sistemi elettorali si celano diverse concezioni della politica: tutt’altro che un problema “tecnico” astratto e neutro. L’argomento è tornato d’attualità quando la parola “proporzionale” ha smesso di essere un tabù per divenire una possibile alternativa al sistema elettorale attuale, apparentemente messo in crisi dall’apparire di un sistema politico-partitico tripolare.
Oggi è diventato di moda interrogarsi sul rapporto tra sistemi elettorali maggioritari e sistema sostanzialmente bipartitico; ma si tratta di ragionamenti troppo astratti e che prescindono da un’autentica riflessione sul rapporto tra elezioni e democrazia. Si preferisce identificare arbitrariamente i due concetti per eludere una riflessione sulla Democrazia.
Ritengo sia utile riflettere sulle ultime elezioni proporzionali nel nostro paese, nell’ormai lontano 1992. Pochi ricrdano una particolarità di quelle elezioni: per la prima volta la maggioranza parlamentare che diede la fiducia al governo non rappresentava la maggioranza dei voti validi espressi dai cittadini; ma solo il 48% (questo fu possibile grazie al fatto che la legge elettorale proporzionale, in vigore dal 1948, aveva un lieve correttivo in senso maggioritario). Non è un caso che da allora si sia verificata una sempre più ampia divergenza tra politica istituzionale e Democrazia o, più correttamente, tra ceto politico professionale e Democrazia. Non si tratta certo di rimpiangere quella che oggi viene chiamata “prima Repubblica”, quanto di riflettere sui suoi meccanismi decisionali. Primo fra tutti il ruolo e la centralità del Parlamento.
Il parlamento eletto con sistema proporzionale riflette, rifletteva, come uno specchio l’articolazione della società. Certo occorre tenere presente il ruolo che veniva svolto dai partiti e dai loro apparati; ma anche che, allora, i partiti non erano semplici comitati elettorali, bensì formazioni in cui si organizzava la società, con tutti i suoi pregi e i non pochi difetti. Di fatto quella fase fu caratterizzata da un forte ruolo del Parlamento tanto nell’iniziativa legislativa che nella redazione dei testi normativi.
Spesso questo processo coinvolgeva settori sociali più ampi di quelli rappresentati dalla maggioranza di governo e talvolta in modo divergente da essa. L’approvazione della leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978) avvennero con maggioranze fortemente diverse da quelle delle maggioranze di Governo, senza che questo ne producesse la crisi. Questi furono gli esempi più eclatanti; ma su molti provvedimenti riguardanti il lavoro, le pensioni, la scuola, la sanità, l’urbanistica, non fu solo la maggioranza di governo a decidere. L’attività parlamentare si trovava a rappresentare, pur con tutte le sue contraddizioni, l’evoluzione della società italiana in modo relativamente autonomo dalla maggioranza parlamentare di governo.
Il parlamento poté essere il luogo di mediazione - anche dignitosa se valutata storticamente - del conflitto sociale che progressivamente si stava estendendo dai luoghi di lavoro a quelli dello studio, al territorio urbano e i cui obiettivi coinvolgevano aspetti sempre più ampi del vivere sociale.
Non si trattava di una Democrazia perfetta; ma sicuramente di Democrazia.
La scelta del sistema maggioritario, sciaguratamente introdotto da un referendum che rappresentò il primo esempio di populismo di massa, pose l’accento sulla “governabilità”. Si doveva trovare un “decisore” svincolato dall’influenza del conflitto sociale. Non a caso l’iniziativa legislativa venne monopolizzata dal governo, riducendo progressivamente il Parlamento a tribuna e camera di registrazione (e non più luogo di mediazione dei conflitti) e i partiti a comitati elettorali sempre più personalizzati. Certo sarebbe sbagliato imputare al sistema elettorale la progressiva eclissi democratica del sistema politico. Sarebbe confondere causa ed effetto.
È stata in realtà la trasformazione in senso oligarchico della società capitalistica, determinata da molteplici fattori, il primo fra essi sicuramente il mutamento strutturale dei rapporti tra capitale e lavoro, che ha imposto il cambiamento delle procedure elettorali. Non è un caso che autorevoli storici definiscano il sistema maggioritario come uno di quegli strumenti con cui si trasforma un sistema democratico in un “sistema misto”. Ossia in un sistema politico in cui si fanno convivere elementi democratici (pochi) con elementi (prevalenti) oligarchici. “Democrazie senza democrazia “ per rubare il titolo di un libro illuminante scritto, negli ultimi anni, da un autore non sospetto di furori estremistici.
Sicuramente il tema merita molto più di queste poche righe; tuttavia si è voluto minimamente contribuire a ricordare che il dibattito che si è appena avviato non è un astratto problema di “scienza della politica”, ma un tema che coinvolge inevitabilmente i movimenti sociali e la loro futura, possibile e auspicabile maggior influenza nelle strutture della società.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 28 di Marzo-Aprile 2017: "Dov'è finita la democrazia?"
Fonte: Attac

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