La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 28 marzo 2017

Reddito di cittadinanza nell’economia dei robot per dire no alla precarietà

di Francesca Bria
In questo periodo di forte instabilità economica e politica è urgente comprendere il perché del collasso del nostro sistema di previdenza sociale e discutere di quali cambiamenti abbiamo bisogno nelle politiche sociali e di welfare in un mondo di tassi d’interesse negativi. Nonostante le tecnologie abbiano consentito processi di produzione più rapidi e meno costosi e miglioramenti nel campo delle scienze biologiche, dell’intelligenza artificiale, big data e robotica, abbiamo assistito all’espandersi di un’ineguaglianza sempre più grande nei salari, nel reddito e nella distribuzione del potere politico. Per comprendere in che direzione stiamo andando e perché assistiamo alla scomparsa di lavori dignitosi e all’aumentare della polarizzazione sociale, dobbiamo ampliare il nostro punto di vista oltre l’analisi del cambiamento tecnologico in atto e delle tendenze tecnoeconomiche.
Dal patto sociale fordista alla Gig Economy
Siamo di fronte al collasso strutturale del contratto sociale del 20esimo secolo (il New Deal social-democratico) che provvedeva una protezione e assicurazione sociale universale per i lavoratori. Il New Deal garantiva la redistribuzione fra rendita e lavoro attraverso la negoziazione con lo Stato sul salario minimo, contrattazioni collettive con i sindacati, imposte e tassazione del capitale. Questo patto sociale non regge più. Abbiamo una nuova generazione che si sente sempre più abbandonata e marginalizzata da questo sistema neoliberale che si basa sulla finanziarizzazione dell’economia, con un trasferimento enorme di ricchezza dall’economia reale alla finanza e all’industria high-tech. L’avvento delle macchine ha una grande importanza come dimostrato dalla rapida crescita di piattaforme digitali monopoliste e della cosiddetta “gig economy” (alcune volte denominata uberizzazione dei servizi) che sta provocando forti trasformazioni nella struttura dell’economia attuale e nel mercato del lavoro.
Il rapido cambiamento tecnologico, innescato soprattutto dall’introduzione delle tecnologie dell’informazione in tutti i settori dell’economia, non ha portato come previsto da alcuni economisti, all’età dell’oro della società della conoscenza, con i promessi investimenti sulla tecnologia verde, né ha creato nuovi lavori e maggiore benessere. Stiamo invece soffrendo una stagnazione economica; la polarizzazione dei redditi sta aumentando, i salari stanno diminuendo rapidamente e il livello del progresso tecnologico sembra arrestarsi. Inoltre, seguendo le ultime ondate d’innovazione tecno-finanziaria, vediamo eccessive concentrazioni di profitti e interessi accumularsi nei bilanci delle grandi compagnie tecnologiche, dove si trasformano in ulteriori profitti per i loro manager e azionisti, mentre assai poco va ai lavoratori o viene investito in ciò di cui ha bisogno la società e l’economia reale. La situazione è chiaramente peggiorata a causa dell’incapacità dei governi di tassare i profitti di questi giganti della finanza e dell’high tech, come dimostrato dall’incredibile evasione fiscale di Amazon, Google, Facebook e Apple.
L’economia dei Robot: verso l’automazione totale Ma cosa significa dunque l’emergere della robot economy e qual è il suo reale impatto sul lavoro?
Diamo uno sguardo ad alcune delle principali tendenze tecno-economiche e produttive attuali. L’automazione è solo al suo inizio. La potenza della tecnologia del silicio (semiconduttori e microchip) è aumentata ad un tasso del 40% l’anno per più di 50 anni, come previsto dalla legge di Moore. Questa accelerazione ha dato luogo negli ultimi dieci anni alla creazione di macchine intelligenti: dai robot alle auto che si guidano da sole, ai droni che stanno trasformando la logistica, all’agricoltura di precisione, all’uso dei big data nella sanità e le tecniche di machine learning e algoritmi predittivi che stanno trasformando interi settori dell’economia.
La nostra economia industriale sta evolvendo dalla manifattura alla “infofattura”. I sistemi di produzione manifatturieri e la catena del valore stanno cambiando a causa della robotica e della computerizzazione, e il sorgere di ciò che le imprese tedesche chiamano “Industria 4.0”, ovvero imprese smart (intelligenti) che si basano su un mix di robot, interconnettività, sensori, digitalizzazione, 3D printing, Internet of Things, Smart Cities, etc. Non possiamo più parlare di macchine che automatizzano solo lavori manuali; ma anche lavori mentali. L’Intelligenza Artificiale (AI) rappresenta la trasformazione più grande. Le macchine stanno apprendendo i nostri discorsi e identificando complesse strutture linguistiche e di informazioni. Ad esempio Google Deep Mind sta sviluppando algoritmi capaci di apprendere da soli. Un esempio di come l’AI stia cambiando la società è l’accordo fra Google Deep Mind e il servizio sanitario nazionale inglese, che ha dato a Google l’accesso ai dati di un milione e seicento mila pazienti, inclusi gli archivi storici dei pazienti e dati attuali per sviluppare previsioni sulle condizioni sanitarie dei pazienti. Questo accordo ha creato un forte dibattito pubblico con i cittadini inglesi preoccupati riguardo alla privacy e alla protezione dei propri dati, ma anche rispetto al trasferimento di potere dal settore pubblico al privato che queste nuove partnership comportano.
I giganti della tecnologia stanno entrando in maniera dirompente in settori centrali per lo stato sociale come sanità, educazione, trasporti, casa, cominciando a fornire servizi in precedenza gestiti dalle istituzioni pubbliche.
L’espansione delle tecnologie non concerne solo l’industria manifatturiera e la “quarta rivoluzione industriale”, come è stata definita da Klaus Schwab del World Economic Forum. E’ molto probabile che Google, Facebook, Amazon gestiranno le nuove infrastrutture di base sulle quali si poggia e si sta sviluppando la società del futuro.
L’economia dei Robot è già fra noi. Foxconn, la più grande industria manifatturiera a livello mondiale, che impiega un milione di lavoratori in Cina, sta installando robot a un ritmo di 30.000 l’anno. Amazon ha 15.000 robot che lavorano nei centri di consegna. Le imprese stanno esternalizzando sempre di più il lavoro ai loro stessi clienti, rimpiazzando il lavoro umano con sistemi self-service automatici, come Tesco in Inghilterra dove l’80% delle transazioni nei negozi è self-service.
E’ evidente che l’AI sostituirà tutti i lavori ripetitivi e di routine. Secondo l’economista Brian Arthur questa “seconda economia” nella quale le macchine operano transazioni e scambi direttamente con altre macchine senza intermediazione umana, rimpiazzerà circa 100 milioni di lavoratori a livello globale. Ricerche recenti indicano che il 35% dei mestieri nel Regno Unito, e cifre maggiori negli USA, sono a rischio di essere automatizzati. Con la combinazione delle auto senza guidatore (driverless cars) e Uber, che ha già introdotto le sue auto senza guidatore a Pittsburgh, 4 milioni di lavoratori rischiano di perdere il posto negli USA. Amazon sta delocalizzando un gran numero di lavoratori dei servizi e con l’introduzione dei droni per le consegne saranno automatizzati molti lavori nella logistica e nei trasporti.
Stiamo assistendo a una transizione su larga scala in cui, per la prima volta in una rivoluzione industriale, molti più lavori verranno distrutti che creati.
Gli imprenditori hi-tech stanno facendo enormi profitti e sempre più persone sono spinte nel settore privato dell’economia, con salari bassi, lavori temporanei nelle catene commerciali, nei ristoranti e trasporti, alberghi, nell’assistenza all’infanzia e agli anziani.
Precarietà e uberizzazione dell’economia
Queste tendenze sono rinforzate dall’aumento dell’economia “dei lavoretti” (gig economy) o economia “a chiamata” (on demand economy). Le tradizionali compagnie di servizi vengono soppiantate da intermediari informatici che controllano piattaforme di dati, capaci di estrapolare grandi rendite grazie all’effetto di rete (network effect), diventando rapidamente dei monopoli: fenomeno chiamato uberizzazione dei servizi. Avendo il controllo delle piattaforme, queste compagnie possono trasformare ogni cosa – dal DNA, ai taxi, a una camera da letto – in una risorsa produttiva, trasformando poi ogni transazione economica in una vendita all’asta. Nulla minimizza meglio i costi di un’asta online, in particolar modo il costo del lavoro.
Le imprese della “sharing economy” operano con un modello pre-welfaristico: le garanzie sociali per i lavoratori sono minime, e non ci sono praticamente possibilità di contrattazione collettiva. Uber sta tentando di trasferire sempre maggiori costi concernenti la sicurezza, assicurazione e educazione direttamente agli autisti, considerati imprenditori autonomi e precarizzati, che ora si battono per ottenere un salario minimo.
Il “capitalismo di piattaforma” (Platform Capitalism) cerca di far diventare tutti imprenditori precari che accettano lavori a chiamata e che campano grazie ad un micro-sistema di rendita che monetizza ogni risorsa a favore dei “signori del silicio”. Questa nuova forma di lavoro implica anche un controllo delle menti. Se ai lavoratori dell’epoca taylorista era chiesto di disconnettersi come disciplinamento, oggi ai lavoratori moderni è richiesto di non disconnettersi mai e, se possibile, essere disponibili al lavoro 24 ore su 24.
Non possiamo avere un dibattito sul futuro del lavoro nel XXI secolo senza guardare alla dimensione di classe dell’ineguaglianza e alla crescita del cosiddetto “precariato”. Assistiamo all’espandersi del sentimento di frustrazione e rabbia nei lavoratori, nella classe media e nei giovani, dovute all’aumento dell’insicurezza economica. Come dimostrano per esempio le proteste diffuse dei lavoratori, dalla rivolta generazionale del movimento francese Nuit Debout contro le nuove leggi sul lavoro, fino alle sempre più diffuse proteste dei lavoratori precari nei trasporti e nella logistica. La disoccupazione dei giovani in Europa ha raggiunto picchi oltre il 40% in Portogallo, Spagna e Italia. Dopo la recessione del 2008, molti lavoratori – piuttosto che diventare disoccupati a lungo termine – hanno deciso di diventare lavoratori autonomi, o lavoratori temporanei con contratti informali. Nel Regno Unito il numero di contratti a zero ore (contratti super flessibili che non garantiscono neanche un minimo di ore a settimana) è aumentato nel settore dei servizi, fino a toccare oltre 1.7 milioni di lavoratori e il 7% dei contratti di lavoro. Negli Stati Uniti, l’economia on demand, gli imprenditori autonomi (indipendenti), i freelance rappresentano quasi il 20% dei lavoratori ed è una cifra sottostimata. In questo momento meno del 7% dei lavoratori statunitensi sono iscritti a un sindacato. La gente non sa esattamente quanto guadagnerà il mese successivo.
Il mercato del lavoro è diventato una vendita all’asta che non dà ai lavoratori alcuna garanzia. Il risultato è che i giovani e i lavoratori precari non possono pianificare il loro futuro, pagare le bollette, avere accesso allo studio, formare una famiglia, comprare una casa e pagare il mutuo. Sono bloccati nella trappola della precarietà con un deficit crescente delle politiche di sicurezza sociale. C’è un paradosso nell’economia. Vediamo un grande scollamento fra la crescita di produttività dovuta ai cambiamenti tecnologici con enormi rendite estratte dal settore tecnologico e finanziario, la diminuzione dei redditi delle famiglie e il declino della percentuale dei salari come parte del reddito nazionale. I giganti del digitale stanno producendo tecnologie in grado di sostituire il lavoro, ma senza creare domanda aggregata. Chi comprerà tutti questi nuovi prodotti nel futuro? La tecnologia digitale continuerà ad accelerare, ma la capacità della società di trarne vantaggio per la collettività è molto bassa. La questione centrale che dobbiamo affrontare è quindi politica e organizzativa, non economica. Riguarda il potere e la democrazia economica.
Sebbene siamo dentro un’economia dei robot che produce abbondanza a costo marginale zero, i mercati di oggi sono caratterizzati dalla persistenza di monopoli ad alti profitti, come i network di Google, Uber, Amazon. Come riconciliare un’economia in cui è possibile la libera circolazione e condivisione di informazioni e merci a costo marginale zero, con la velocità con la quale si creano nuovi miliardari high tech e nuovi poveri? Una domanda centrale da porsi è: come usare questa abbondanza creata dai robot per distribuire i profitti economici creati collettivamente e investirli nella società?
Il reddito di cittadinanza come diritto universale nell’economia dei Robot
Le élite tecnologiche americane stanno iniziando a proporre l’idea di un reddito garantito. Il reddito di base viene proposto e sperimentato in varie forme, sia dai radicali di sinistra che dagli ultraliberali di destra. Esperimenti sono in corso in Canada, Finlandia e Olanda. In Svizzera c’è stato perfino un referendum nazionale sul basic income. Google.org è uno dei fondatori di un esperimento in Kenya nel quale si fornisce per un decennio un salario garantito a 6000 kenioti, mentre Y Combinator, uno dei più influenti acceleratori tecnologici della Silicon Valley, sta svolgendo un progetto di ricerca sul Basic Income con un primo test ad Oakland. Per la Silicon Valley il reddito garantito è uno strumento per proteggere le persone che perdono il lavoro a causa della globalizzazione e dei cambiamenti tecnologici, e allo stesso tempo per velocizzare la produzione e rendere più efficiente lo Stato, eliminando costose misure di welfare e burocrazia. Si pensa che bisognerebbe semplicemente dare alla gente dei soldi, un reddito di base come ultima rete di sicurezza sociale.
Io sostengo che abbiamo bisogno di una prospettiva non-neoliberale sul reddito di cittadinanza. Il vero interrogativo è chi pagherà per un reddito di base e per i servizi di welfare se gli Stati sono strozzati dal debito? Il miliardario tech Bill Gates propone ad esempio di inserire una “robot tax” per contenere la disoccupazione tecnologica prodotta dall’automazione. Ma un’imposta sul reddito dei robot sembra aggirare il reale problema. La ragione per la quale l’industria tecnologica ha così tanto capitale è il motivo per cui gli Stati sono rimasti senza risorse da investire nelle persone. Invece, questi soldi sono parcheggiati nei conti offshore delle aziende di Silicon Valley e Wall Street. Per esempio Apple, che ha recentemente annunciato che siede su un conto offshore di 200 miliardi di dollari potenzialmente tassabili, o Google, controllata dalla holding di Alphabet, che è finita nel mirino del fisco di molti paesi nonostante sia diventata la compagnia più quotata a livello mondiale dopo aver annunciato che le sue quotazioni sono salite del 13%, da 75 miliardi di dollari lo scorso anno agli attuali 535 miliardi di dollari. Anche le quotazioni di Uber, Airbnb e Lyft appaiono immuni dal pericolo deflazione. C’è un enorme divario fra ricavi e quotazioni di questo tipo di imprese. Ad esempio, Airbnb.com ha raccolto 3,1 miliardi di dollari in venture a fronte di una quotazione di 30 miliardi, che equivale a valutarla circa 20 volte di più delle sue entrate – molto più della catena Hyatt Hotels. E Uber viene quotata a 50 miliardi, circa 15 volte il suo fatturato.
In realtà i miliardari della Silicon Valley che stanno promuovendo il reddito garantito sono il principale ostacolo alla sua implementazione. Chiaramente, non saranno loro a pagarlo, visto che preferiscono nascondere il loro denaro nei paradisi fiscali. Il World Economic Forum ha detto che il valore della trasformazione digitale dell’economia potrebbe superare i mille miliardi di dollari nel 2025. L’argomento utilizzato quando si discute di robot economy è che genererà enormi quantità di ricchezza per i gestori delle piattaforme tecnologiche, che poi a loro volta aiuteranno a ripagare i costi sociali servendo spontaneamente il bene comune. Il famigerato effetto “trickle down” che non ha mai funzionato in passato. Infatti il profitto che non è stato tassato non può essere reinvestito in welfare, nel lavoro e nelle politiche di reddito garantito.
Il “Welfare alla Silicon Valley” e la sua economia di merci gratuite ora sovvenzionata dalla pubblicità e dalla sorveglianza non durerà a lungo. In effetti, lo sviluppo più ovvio è che i cittadini, intrappolati nelle infrastrutture digitali dello “Stato di sicurezza”, dovranno pagare queste multinazionali per accedere ai servizi sociali basici, che diventeranno privilegi per ricchi.
Se non si interviene radicalmente con politiche che garantiscano alle persone una sicurezza sociale di base, il risultato sarà una crescita dell’estremismo politico e del disordine sociale.
Come sostenuto negli ultimi venti anni dagli economisti neo-marxisti e post-operaisti italiani, si deve introdurre un reddito garantito come reddito primario, per combattere le diseguaglianze generate dal capitalismo cognitivo e finanziario, che ha prodotto una crescita di lavori non riconosciuti e non pagati, lavori informali, relazionali, linguistici, di cura e affettivi, centrali per la società moderna e la sua economia. Il reddito garantito sarà fondamentale per ripensare il sistema di produzione di valore e creazione di ricchezza che è sempre più collettivo e sociale, mentre i profitti sononsempre più privati e concentrati. Un reddito garantito consentirà di svolgere lavori creativi al posto di quei mestieri di routine e ripetitivi che saranno in ogni caso rimpiazzati dai robot e dall’intelligenza artificiale. Abbiamo dunque bisogno di un reddito garantito come dividendo pagato dalla migliore produttività dei robot che ritorni alla società, responsabile di aver prodotto collettivamente quella ricchezza. Un “universal basic dividend-UBD”, come proposto da Yanis Varoufakis e la rete europea DiEM25. A questo punto la domanda è: chi ci sta sottraendo i benefici dei dividendi digitali? E come possiamo assicurarci che questi profitti non siano accumulati in conti offshore, ma al contrario siano investiti in infrastrutture che creano valore sul lungo termine per la società, permettendo una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile?
Il reddito garantito non è la soluzione all’attuale crisi globale, ma ne è la base. La vera sfida, dal mio punto di vista, non riguarda la scomparsa del lavoro ma la creazione e distribuzione del reddito e la capacità che abbiamo di dare una direzione a questo cambiamento nel lungo periodo. Oltre a migliorare la condizione dei redditi e salari dei lavoratori, la sfida è sviluppare un nuovo sistema economico e di welfare che non sia esclusivamente rivolto al mondo del lavoro. Abbiamo bisogno di una rivoluzione in molte delle nostre abitudini, organizzazioni sociali ed economiche e istituzioni pubbliche. Abbiamo bisogno di inventare nuove istituzioni (come quella del Reddito Garantito) che permettano di indirizzare questa trasformazione tecnologica in favore del bene comune.

Fonte: bin-italia.org 

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