La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 21 marzo 2017

Quel grande No e le riforme di cui ci sarebbe davvero bisogno

di Francesco Pallante
La schiacciante vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso dimostra, anzitutto, che negli ultimi decenni la classe politica si è data una priorità – la riforma della Costituzione – che non è sentita come tale dalla cittadinanza. Dopo il referendum del 2006, per la seconda volta in dieci anni il corpo elettorale ha largamente respinto un progetto di revisione, smentendo quanto gran parte degli esponenti politici hanno continuato a ripetere (ripetersi?) sulle riforme attese da trent’anni che questa volta non ci si può permettere di veder fallire. Evidentemente, lo smantellamento del sistema dei partiti ha reso i rappresentanti incapaci di percepire le reali priorità dei rappresentati.
Solo così si può spiegare come Matteo Renzi abbia voluto cercare proprio sul terreno della revisione costituzionale la legittimazione elettorale che credeva gli mancasse e, soprattutto, come sia stato possibile che un partito che si dice di centrosinistra abbia inchiodato per mesi il Paese su un tema tanto avulso dalla gravissima crisi economica e sociale in atto.
L’analisi del voto non è semplice. Una lettura comune attribuisce la vittoria del No proprio al disagio sociale diffuso nel Paese. Il voto contrario alla riforma, in quest’ottica, sarebbe prevalso in quanto espressione dell’insoddisfazione per l’andamento generale delle cose. Il voto favorevole, al contrario, sarebbe venuto da chi, nel complesso, è riuscito in questi anni a contenere le conseguenze della crisi e ha giudicato opportuno sostenere, o quantomeno non respingere (per timore delle conseguenze), le riforme proposte. Il ragionamento ha natura in parte controintuitiva, perché dovrebbe essere in chi sta male la propensione a cambiare le cose, non a mantenerle come sono. Ma, è evidente che non tutti i cambiamenti sono uguali: possono essere migliorativi o peggiorativi. E quello proposto era, a giudizio della più avveduta scienza costituzionalistica, senz’altro peggiorativo, perché volto a ulteriormente chiudere e irrigidire il sistema istituzionale, definitivamente cristallizzando le torsioni verticistiche di questi ultimi decenni. Certo, non si può immaginare che 19 milioni di persone abbiano votato No sulla base di una così profonda consapevolezza del contenuto della riforma. A motivare moltissimi dei contrari è senz’altro stata l’ostilità al governo, al quale, molto più semplicemente, in occasione del voto referendario sono state imputate le difficoltà che colpiscono l’Italia. Ma, anche considerando la grande partecipazione alle molte occasioni di discussione organizzate da centinaia di Comitati per il No attivatisi sul territorio nazionale, si deve ritenere che una parte non irrilevante dei No sia stata motivata da ragioni di merito. Si potrebbe, allora, dire che alla bocciatura referendaria hanno concorso – una volta tanto fecondamente – tanto l’istinto, quanto la ragione.
L’influenza della situazione economica sul voto sarebbe provata dall’affermazione del No nelle periferie e dalla prevalenza del Sì nelle zone urbane maggiormente benestanti (come il quartiere Parioli di Roma; ma il discorso vale per molte altre grandi città). Con riferimento ai risultati elettorali di Bologna, è stato evidenziato che il No ha vinto nelle sezioni (a) dove il reddito dell’elettorato è più basso, (b) che hanno una più alta percentuale di elettori giovani, (c) nel cui territorio è più elevata la presenza di immigrati. Più in generale, Ilvo Diamanti sottolinea l’influenza decisiva sull’esito referendario del voto del Sud (dove i contrari alla riforma sono stati il 70%), dei disoccupati (con il 73% di No, i disoccupati sono stati la categoria più ostile alla riforma) e dei giovani (tra i 25-34enni il No ha raggiunto il picco del 72%, ma contrari sono stati anche tantissimi 18-24enni).
I dati relativi alla condizione economico-sociale del Paese sono, in effetti, impressionanti. Negli ultimi anni la povertà è cresciuta senza freni. Le persone che vivono in condizioni di indigenza assoluta sono oggi 4,6 milioni, quasi l’8% della popolazione (il 6,1% delle famiglie). Si tratta di cittadini che non possono permettersi spese essenziali come quelle per gli alimenti, la casa, i vestiti, i mezzi di trasporto, le medicine. Nel 2005, erano 2,2 milioni, pari al 3,3% della popolazione. In dieci anni sono più che raddoppiati. Ma, non è solo questo. Raddoppiati sono anche coloro che, pur non versando in condizioni tanto disagiate, si trovano comunque sulla soglia dalla povertà: il 38,6% delle famiglie non riesce a far fronte a una spesa imprevista, il 12,5% non può mangiare carne o pesce almeno ogni due giorni, il 18,2% non riscalda adeguatamente la casa, il 48,9% non è in grado di fare una settimana di ferie all’anno. Nel complesso, a rischio di povertà sono 8,3 milioni di persone, il 13,7% della popolazione. Significa che, nel complesso, più di un italiano su tre è povero o corre concretamente il rischio di diventarlo. E, ancora più grave, tutto ciò riguarda oramai anche chi ha un lavoro: almeno un lavoratore su dieci è, infatti, indigente o a rischio di indigenza. Come sempre in questi casi, poi, particolarmente colpita è l’infanzia: 1 milione di bambini vive in povertà assoluta; 2 milioni in povertà relativa. Impressiona sapere che un bambino su dieci non può permettersi un abito nuovo e, ancor di più, che uno su venti non riceve un pasto proteico al giorno.
Pur essendo ancora tra le prime dieci potenze economiche del mondo, l’Italia è oramai il terzo Paese con più poveri d’Europa (peggio di noi, solo Romania e Grecia). Anche a non voler considerare l’economia sommersa (stimata in 211 miliardi nel 2014, il 13% del Pil), il problema non è tanto la ricchezza mancante, quanto la sua distribuzione sempre più diseguale. Negli ultimi cinque anni, nonostante la crisi, l’ammontare delle risorse affidate a fondi d’investimento e gestioni di portafogli è sempre salito, fino a toccare la cifra record di 1.937 miliardi di euro nel 2016. Oramai, il 20% delle famiglie più ricche è cinque volte più benestante del 20% delle famiglie più povere, e il divario è in crescita. Con lo 0,324, in Italia l’indice di Gini – misura della diseguaglianza tra i redditi – è superiore alla media Ue (0,310). Nella classifica dell’uguaglianza, il dato ci colloca al 16° posto in Europa (alla pari con il Regno Unito, laboratorio del neoliberismo thatcheriano e blairiano). Significativo è che la diseguaglianza risulti maggiore dove la povertà è maggiore: l’indice Gini è lo 0,334 al Sud e nelle isole, lo 0,311 al Centro, lo 0,293 al Nord.
Naturalmente, su questi dati incide l’indebolimento della progressività fiscale. Oggi domina la retorica dell’insostenibilità della pressione fiscale (anche a vergognosa giustificazione degli almeno 100 miliardi di euro evasi ogni anno), ma il discorso è fuorviante, perché tratta il problema come se tutti i contribuenti fossero nella medesima condizione di reddito e patrimonio. Cosa che, evidentemente, non è. Pochi ricordano che, quando nel 1973 venne istituita l’Irpef, l’imposta era articolata su trentadue scaglioni, dai 2 ai 500 milioni di lire, con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Oggi si verrebbe tacciati di bolscevismo, ma allora era chiaro, persino a un esponente del Partito repubblicano come l’allora ministro delle Finanze Bruno Visentini, che solo distinguendo accuratamente tra livelli di reddito era possibile davvero operare una redistribuzione della ricchezza come richiesto dall’art. 3, co. 2, Cost. Ben presto, tuttavia, la reazione ispirata dal famoso rapporto della Trilateral del 1975 «sulla crisi fiscale dello Stato» e l’«eccesso di democrazia» si fece sentire anche in Italia: gli scaglioni iniziarono a diminuire, sino al colpo finale assestato nel 1998 da Vincenzo Visco (ministro nel primo governo Prodi) che li ridusse dai nove residui a cinque – il più basso a 15mila euro, il più alto a 75mila euro – con aliquota minima al 23% e massima al 43%. Retrospettivamente, il senso dell’operazione complessiva appare di tutta evidenza: diminuire le tasse ai ricchi e aumentarle ai poveri. Come stupirsi del conseguente aumento della diseguaglianza? È chiara, allora, la natura mistificatrice del discorso sull’abbassamento della pressione fiscale: le tasse andrebbero abbassate a chi ne paga oltre la propria capacità contributiva; agli altri andrebbero aumentate. O davvero si pensa che non ci sia differenza tra chi guadagna 75mila euro all’anno e chi ne guadagna 250mila, 500mila, un milione o più? Se si pensa che per contrastare la sola povertà assoluta servirebbero 7 miliardi di euro all’anno, si capisce quanto una rimodulazione, in senso realmente progressivo, del sistema fiscale potrebbe essere d’aiuto.
L’alternativa è procedere, come si sta facendo da tempo, con la politica dei tagli alla spesa. Naturalmente gli sprechi esistono e vanno combattuti. Ma non si può negare che negli ultimi anni la spending review sia stata brutale. Molto rilevanti, tra i dati che si potrebbero riportare, quelli relativi al finanziamento della sanità e degli enti locali. Negli ultimi anni, la contrazione della spesa sanitaria è stata maggiore di quella della spesa pubblica complessiva, al punto che, in rapporto al Pil, spendiamo oramai meno di Regno Unito, Spagna, Francia, Germania (per non dire dei Paesi scandinavi). Se a questo si aggiungono le difficoltà incontrate dalla spesa privata in salute (11 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi, lo scorso anno), si capisce perché, per la prima volta dal dopoguerra, nel 2015 l’aspettativa di vita alla nascita sia diminuita rispetto all’anno precedente. Quanto agli enti locali, che gestiscono direttamente una parte importante del sistema di assistenza sociale, la Corte dei conti ha certificato 40 miliardi di tagli ai trasferimenti statali tra il 2008 e il 2015, con inevitabili ripercussioni negative sul livello dei servizi prestati ai cittadini bisognosi.
Dolente è anche il tasto delle politiche del lavoro. Qui di risorse ne sono state investite, eccome, se è vero che il Jobs Act comporta un impegno di 15 miliardi di euro in tre anni a favore delle imprese. Il problema è che l’operazione si sta rivelando un costosissimo fallimento (salvo che per gli imprenditori): non sono stati ottenuti risultati di rilievo nella lotta alla disoccupazione, che resta a due cifre (12%); la disoccupazione giovanile continua la sua corsa inarrestabile (con il 40,1% nel 2016 è quasi il doppio della media europea); i salari italiani restano i più bassi tra i Paesi a noi paragonabili per dimensione economica (35mila dollari di salario medio annuale contro una media Ocse di 45mila); sono state smantellate le tutele a favore dei nuovi assunti, creando una odiosa discriminazione giuridica tra lavoratori assunti prima e dopo il Jobs Act (lo dimostra l’impennata dei licenziamenti disciplinari); il divario tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e lavoratori con contratto a tempo determinato si ripercuote anche sul livello salariale: per i primi (16 milioni di persone) è, in media, pari a 23.068 euro; per i secondi (4,8 milioni di persone) è, in media, pari ad appena 9.633 euro (dati del ministero dell’Economia). In poche parole: il lavoro continua a essere poco, e quel poco che c’è si fa sempre più incerto e precario.
Torna, allora, la domanda iniziale: com’è stato possibile che, in un panorama tanto disastrato, un partito che vorrebbe essere di centrosinistra abbia deciso di imporre come priorità al Paese la riforma della Costituzione? Su sessanta milioni di italiani, la metà non paga imposte perché non produce reddito; su quaranta milioni di potenziali lavoratori almeno quindici milioni non lavorano perché disoccupati o non in cerca di occupazione (il tasso di occupazione è un misero 57,3%, contro il 65% medio in Europa). Possibile che il Partito democratico non abbia capito che le riforme di cui c’è bisogno passano per un radicale ripensamento della politica economica e della politica fiscale, ispirato non alla demolizione, ma all’attuazione della Costituzione? Certo, resta il problema di chiaramente individuare, oltre alle finalità da perseguire, le concrete modalità attraverso cui intervenire. Il tema è delicato, perché la complessità nella quale ormai viviamo richiede una capacità di conoscenza e analisi dei fenomeni – delle loro cause e dei loro effetti – che si fa sempre più rara (valga l’esempio del dibattito su reddito minimo, di base, di inclusione, di cittadinanza, di partecipazione, universale, …). E, d’altro canto, quand’anche tale approfondimento fosse disponibile, la politica sembra incapace anche solo di accorgersi di proposte che si discostano dal modo dominante di ragionare (per esempio, la proposta di assumere un milione di dipendenti pubblici finanziandola con una modesta imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria).
La questione sociale non è però l’unica ad aver influito sull’esito del voto di dicembre. Un rilievo lo hanno senz’altro avuto anche le indicazioni di voto provenienti dai partiti. Un dato molto banale è quello che mette a confronto il 40,8% ottenuto dal Pd alle elezioni europee del 2014 con il 40,9% conseguito dal Sì al referendum costituzionale (uguale e contrario il discorso per le forze politiche favorevoli al No). E non è certo un caso che, se si guarda alla distribuzione del voto per province, le uniche zone – Bolzano a parte – in cui si registra la vittoria del Sì siano quelle di tradizionale insediamento del Pci-Pds-Ds-Pd (Reggio nell’Emilia, Ravenna, Bologna, Forlì-Cesena, Firenze, Prato, Pistoia, Arezzo, Siena, Pisa). Curiosamente, è come se il sostegno alla riforma si sia irradiato per cerchi concentrici a partire da Firenze (la provincia più favorevole d’Italia, con il 57,71%), per poi perdere forza man mano che ci si allontana dalla città dell’ex Presidente del Consiglio. Che anche questo sia un risvolto del leaderismo impadronitosi dei partiti politici italiani? In realtà, le analisi dei flussi elettorali restituiscono un quadro più complesso, con movimenti di un qualche peso all’interno degli elettorati delle varie forze politiche, in particolare quelle più tradizionali (la quota di elettori “infedeli” alle indicazioni di partito sarebbe del 25% per il Pd e il centrodestra, del 10% per il M5S). Più in dettaglio, con riferimento alle elezioni del 2013: l’elettorato che aveva scelto il Pd vota No in una misura che va dal 12% di Reggio Calabria al 46% di Cagliari, passando per il 33% di Torino, il 20% di Firenze, il 42% di Napoli; l’elettorato che aveva scelto il centrodestra vota Sì in una misura che va dal 9% di Palermo al 44% di Firenze, passando per il 28% di Torino, il 42% di Bologna, il 17% di Napoli; l’elettorato che aveva scelto il M5S vota Sì in una misura che va dallo 0% di Torino e Napoli al 15% di Parma, passando per il 3% di Bologna e il 14% di Firenze. Curiosamente, la forza politica dal consenso più solido è l’unica che rivendica di non essere un partito.
Data la natura costituzionale, e non politica, della consultazione, ci si poteva forse aspettare che gli elettori votassero in maniera ancora più libera. Dev’essere stata questa l’iniziale convinzione di Matteo Renzi, che, dopo aver perso l’iniziale sostegno del centrodestra, sapeva che solo una minoranza delle forze politiche era rimasta favorevole alla riforma. Ciononostante ha comunque scommesso sulla possibilità di costruire una vittoria del Sì trasversale agli schieramenti partitici, sulla base della convinzione che il cambiamento della Costituzione fosse una priorità fortemente sentita dall’elettorato. Stando così le cose, è chiaro che l’errore macroscopico del segretario del Pd è stato quello di personalizzare il voto, dichiarando che, se avesse vinto il No, avrebbe «considerata finita la sua esperienza politica». A quel punto, la politicizzazione si è fatta inevitabile, e a nulla sono serviti la drammatizzazione dei toni, l’iper-presenzialismo televisivo, la convulsa offerta di prebende elettorali gestita in prima persona (i “patti” con i sindaci, i rinnovi contrattuali, i bonus elettorali), per non dire del goffo sostegno offerto dai cortigiani più spudorati (su tutti, il clamoroso “studio” della Confindustria sul disastro economico che sarebbe conseguito alla vittoria del No). A referendum archiviato, lo stesso Renzi ha mostrato di essersi reso conto dell’errore, dichiarando, con la consueta impudenza, che il voto avrebbe dovuto essere sul contenuto della riforma.
Un’ultima considerazione. Il Comitato per il No ha guidato – all’interno di uno schieramento composito e contraddittorio (la famosa «accozzaglia» imprudentemente derisa da Renzi) – una difficilissima battaglia in nome della democrazia, avendo per avversario uno schieramento sulla carta preponderante (il sistema dei media, i gruppi economici nazionali, il potere finanziario internazionale, le principali cancellerie estere). Nell’ambito del No, il Comitato ha esercitato, gramscianamente, l’egemonia culturale. Occorre, però, realisticamente riconoscere che la gran parte dei 19 milioni di voti contrari alla riforma sono stati il portato di forze politiche tutt’altro che democraticamente ispirate, che hanno osteggiato la riforma per ragioni politiche immediate, pur condividendone l’impostazione verticistica. Una recente ricerca demoscopica rileva come il 79% dell’elettorato italiano ritenga che l’Italia avrebbe bisogno di un “uomo forte” alla Trump. È un dato impressionante, cresciuto rapidamente nel corso degli ultimi anni, tanto più se si considera che i favorevoli all’“uomo forte” sono ampia maggioranza tra gli elettori di tutti i partiti, Pd incluso (fanno, di misura, eccezione solo gli elettori delle varie formazioni della sinistra). Tutto ciò getta una luce fosca sul futuro, come anche si evince dal riaffiorare delle pulsioni maggioritaristiche dopo la timida sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum. Insomma: il 4 dicembre è stata ottenuta una grande vittoria, ma la partita è tutt’altro che conclusa.

Articolo pubblicato su nuvole.it numero 54 di marzo 2017
Fonte: libertaegiustizia.it 

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