La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 21 marzo 2017

Per la ragionevolezza dell’utopia: il progetto storico socialista

di Federico Repetto
L’economista Bruno Jossa, nel suo “Un socialismo possibile”, Il Mulino 2015, ci ricorda la classica distinzione tra razionalità e ragionevolezza (phronesis). “La prima consiste nel calcolare in base a valutazioni quantitative, ha a che fare col dimostrabile e da luogo a verità; la seconda consiste nel decidere in base ad argomenti pro e contro, ha a che fare con l’opinabile e da luogo a scelte controverse” (p.124). La ragione ragionevole obbedisce a molteplici criteri, incluso quello costi-benefici, che però deve essere sottoposto al “tribunale del ragionevole”.
Salvatore Biasco, nell’ultima parte del suo Regole, Stato, Eguaglianza (Luiss University Press 2016), di cui si discute in questo numero di Nuvole, propone appunto un programma di politica economica di medio periodo economicamente ragionevole, sulla base dei valori della socialdemocrazia. Esso però sembra destinato a impantanarsi nella palude del ceto politico socialista e democratico europeo. “Riforme indispensabili, ma forse impossibili”, il titolo di una Parte di Finanzcapitalismo di Gallino, si adatterebbe benissimo alla corposa parte propositiva di questo libro (la terza), che andrebbe letto in parallelo col libro di Colin Crouch Quanto capitalismo può sopportare la società, già recensito da “Nuvole”. La quantità di capitalismo incorporata dalla nostra società sta superando il limite del ragionevole, con grave danno per il legame sociale e per la convivenza civile.
Un pregio importante del libro per me consiste nel guardare al neoliberalismo come sistema di egemonia culturale, un’ottica adottata oggi in Italia da pochi intellettuali (per non parlare dei politici).
Il suo auspicio quindi è quello di un partito con un progetto etico-pedagogico, capace di un progetto di lungo periodo e portatore di una precisa cultura socialista. Un partito, si noti, è letteralmente pedagogico quando è portatore di un progetto rivolto a diverse generazioni. Per quanto “forse impossibile” questa prospettiva sarebbe indispensabile per rispondere all’attacco del capitalismo globale che scompone le classi subalterne anche per linee generazionali.
Questo progetto italiano è concepito nel quadro di quello di una (ideale) sinistra socialdemocratica europea. Infatti l’Europa ha tutte le risorse (nonché la domanda interna) sia per proteggersi dalla globalizzazione, sia per proporre regolazioni a livello globale. Ma il soggetto ipotizzato che dovrebbe farlo, la socialdemocrazia europea, andrebbe non rifondato, ma in sostanza fondato, dato che finora non ha mai elaborato attraverso congressi plenari significative linee comuni di politica economica, che coordinino incisivamente l’azione a Strasburgo e nei singoli parlamenti nazionali.
Un qualunque governo o gruppo di governi che volesse oggi contrastare la politica economica Ce non potrebbe farlo, secondo l’analisi e la prognosi di Biasco, minacciando di uscire dall’euro, perché si tratterebbe di un bluff, dato che questo porterebbe a una catastrofe economica. Ma, vista la pervicace determinazione della Commissione europea di non cambiare politica e viste le regole europee esistenti, ciò vuol dire che dobbiamo morire di una morte lenta anziché di una veloce. Su questa base, come troverà la socialdemocrazia elettori, simpatizzanti e militanti, in particolare giovani?
Qualcosa bisognerà inventare, però. Una possibilità che sembra comportare qualche rischio di meno sui mercati è forse quella di violare apertamente le norme europee più inique e rifiutarsi di pagare le sanzioni. Questo può farlo solo uno Stato too big too fail -avrebbe potuto farlo forse una Spagna guidata dai socialisti più Podemos (questa strategia “dentro e contro” l’Unione Europea da parte di città, regioni e Stati “ribelli” è stata proposta da Varoufakis; cfr. il suo intervento sul Manifesto del 6 settembre 2016).
Anche i più forti hanno qualcosa da perdere dal fallimento dei più deboli: le norme europee favoriscono qualcuno, ma a lungo andare minacciano tutti (insieme alle contraddizioni della finanza internazionale). Si fa prima a rinegoziare le regole o ad espellere uno stato membro? Benché ovunque le forze disposte a cambiare le norme europee siano adesso minoritarie, un’iniziativa unilaterale, in presenza di una crisi economica persistente e un forte rischio nazionalista-populista, potrebbe produrre un ripensamento.
Chi avesse il coraggio e la lungimiranza per farlo potrebbe e dovrebbe sfidare l’Europa anziché aspettare la sua implosione. Il problema è che ora non esiste né il movimento capace di sfidare le regole (di cui parla Varoufakis), né il soggetto politico istituzionale europeo capace di fare le riforme anti-liberiste e di rifondare la cultura europea in senso socialdemocratico, né il partito italiano capace di assumere una tale visione (dei quali parla Biasco).
Per adesso il progetto di Biasco può solo rivolgersi a degli intellettuali per fondare positivamente una nuova prospettiva socialdemocratica, attorno ad un progetto economico coerente, fondato e ragionevole, in attesa degli eventi.
Il libro comunque contiene materiale interessante per cominciare davvero un progetto del genere – non il solito appello o una raccolta firme. Per quanto abbiano naturalmente tagli analitici diversi, su questa base si potrebbe proporre ai vari economisti e scienziati politici europei contrari al neoliberismo di mettersi insieme per produrre non semplicemente un manifesto, ma un testo-base del socialismo europeo e della sua politica economica. Questa iniziativa potrebbe servire anche come promozione per buoni manuali universitari non neo-liberisti in grado di sostituire quelli neoliberisti in uso.
Ma se le politiche economiche sono il centro di questa rifondazione socialdemocratica (absit injuria), la giusta ambizione di Biasco è quella di una ripresa culturale, nei termini di una ricostruzione della nostra filosofia politica e sociale di sinistra. Ai fini di una nuova egemonia.
È evidente che un lavoro del genere richiede prudenza e ricerca dei temi comuni e meno conflittuali, un minimo comun denominatore cioè, che Biasco ha cercato di individuare. Con qualche limite, che ora cercherò di mostrare.
1. In primo luogo, Biasco non considera adeguatamente il problema ambientale. La cultura socialdemocratica, se si oppone seriamente al capitalismo finanziario converge necessariamente con quella ecologista, con la quale ha qualcosa di più di una semplice contiguità politica. Infatti è proprio lo sviluppo illimitato, senza vincoli, del capitalismo (quello di cui parlano con diversi accenti Marx e Polanyi) che porta oggi al disastro ambientale. Un capitalismo controllato dalla politica e da essa indirizzato nelle sue scelte produttive potrebbe rendere compatibile lo sviluppo sociale con l’equilibrio dell’ambiente, con la decrescita dei consumi nocivi e con la crescita delle spese per sperimentare e mettere in atto energie alternative. L’idea base del vecchio socialismo (poiché la produzione sociale ha ricadute sulla vita di tutti, essa deve essere controllata dalla società) è perfettamente adeguata al problema posto dall’ecologia politica.
Del resto il voto per il M5S dimostra almeno che nel paese cresce la sensibilità per questi temi (anche se nell’elettorato grillino c’è anche un elemento nazional-egoista). Nel programma socialdemocratico ci deve essere austerità e decrescita nel senso detto sopra. E sensibilità culturale per i valori non traducibili in denaro e Pil. Sul lungo periodo questo atteggiamento potrebbe rivelarsi non moralistico, ma realistico, utile per affrontare la decrescita infelice che ci toccherà probabilmente comunque.
2. L’impossibilità reale di tradurre i reali valori d’uso (ambientali e non) in Pil e in denaro si collega con un altro tema di grande portata simbolica: il significato dello sviluppo capitalistico per la società. Per Biasco il capitalismo è uno strumento indispensabile e insostituibile per la crescita, e lo Stato deve correggere le contraddizioni che esso comporta (inclusa la sua tendenza alla crisi e alla stagnazione, cioè al contrario della crescita).
Per la tradizione socialista, per quella liberale classica e (sperabilmente) ancora per i neoliberali odierni, la crescita ha un valore storico insostituibile perché ha permesso di superare la miseria della società agricola europea e ha permesso la realizzazione del progetto illuministico, con l’opportunità per tutti di accedere ad una vita dignitosa, all’istruzione e quindi alla competenza politica di base. Ma che dobbiamo dire, per quanto riguarda le società extraeuropee, del mix capitalismo-colonialismo e del passaggio forzato dallo stato di economia non monetaria (o solo marginalmente monetaria) al capitalismo? Grandi società agricole come quella indiana e quella cinese certo avevano contraddizioni endogene storicamente radicate, che la crescita capitalistica sembrerebbe in grado di risolvere. Ma non è affatto certo che la via dello sviluppo capitalistico liberistico sia quella più indolore. La descrizione storica marxiana dell’accumulazione originaria del Capitale non conferma questa opinione. Ancora più duro era il giudizio di Polanyi: trasformare radicalmente in merce il lavoro, la terra e il prestito di denaro porta alla lunga a disastri antropologici.
Una cultura socialdemocratica europea deve quindi giustificarsi sia di fronte ai cittadini europei, sia di fronte al mondo ex-coloniale o comunque ex-egemonizzato. In questo senso deve tener conto della possibilità di forme alternative di crescita, o meglio di progresso economico-sociale inteso in valore d’uso e non esclusivamente in valore di scambio e in termini di Pil.
È un problema solo simbolico? Ammettere la possibilità di altre forme di progresso e di società è tanto più importante in quanto la cultura odierna è schiacciata su di un presente privo di alternative sociali e su di uno sviluppo tecnologico accelerato a cui l’uomo deve adattarsi, e non viceversa. Così è la cultura di massa egemonizzata dai media neoliberali. Così vede il mondo quel manuale del pensiero unico che è La fine della storia di Francis Fukuyama. La sinistra blairiana e renziana non solo ha accettato il pensiero economico neoliberale, ma anche ammainato le bandiere di fronte all’affermazione, considerata incontrovertibile, che l’era delle grandi narrazioni è finita e che sono possibili solo piccole narrazioni, nell’orizzonte della politica del leader.
Il pensiero socialdemocratico nella sua versione iniziale e classica (quella dell’ortodosso Kautsky) era diretto in linea di principio verso una società diversa, basata sul coordinamento della produzione sociale, da raggiungere con mezzi democratici, legali e graduali (così si esprime anche il programma del partito di Olof Palme). Le obiezioni alla Bernstein (il fine non è nulla, il movimento è tutto) e alla Keynes (sul lungo periodo saremo tutti morti) sono certo ben fondate, dato che, come dice il filosofo, il futuro non è e solo il presente è. Ma il partito pedagogico lavora anche per quel futuro in cui la nostra generazione (e magari quella dei nostri figli, ecc.) sarà effettivamente morta. E il movimento di cui parla Bernstein forse c’è soprattutto quando la gente è animata da speranze che riguardano sia la loro esistenza che quella delle generazioni future.

ABBIAMO BISOGNO ANCHE DI UN’UTOPIA RAGIONEVOLE, DI UN GRANDE PROGETTO STORICO

All’ordine del giorno della sinistra (e non solo di essa) c’è oggi il superamento della crisi originata dal capitalismo neoliberista globalizzato, e quindi un sistema di riforme e di regole internazionali che ne limitino gli effetti devastanti sull’occupazione, sul benessere sociale e sui legami sociali, sull’ambiente e sui paesi meno sviluppati. É necessario un altro tipo di capitalismo, che la società possa sopportare – per dirla con Crouch e con Polanyi. L’esperienza storica ci insegna che riformare il capitalismo non è impossibile (per quanto oggi più arduo che mai).
È possibile invece animare un movimento sociale con un progetto di pura sopravvivenza, di restaurazione dello welfare e di conservazione dell’ambiente?
Un programma politico ha bisogno non solo di essere ragionevole nell’immediato, ma anche di essere orientato sulla base di un progetto storico di largo respiro. E le persone che lottano hanno bisogno di una speranza, di una “stella polare”, come dice Jossa. La fine delle grandi narrazioni dipende soprattutto da una mancanza di domanda da parte della gente, o piuttosto da una mancanza di un’adeguata offerta da parte degli intellettuali postmoderni, integrati nell’establishment, o ridotti ad una marginalità miserabile perché disprezzano, o non sanno usare, la comunicazione dei media odierni?
Il bisogno di trascendere lo stato di cose presente, mi sembra, traspare nella diffusione crescente di superstizioni e pseudo religioni, di aspettative escatologiche complottiste, e di attese da “gratta e vinci”. Il fandom è una specie di surrogato della comunità religiosa e della religione stessa: esistono comunità di fan non solo di star dello spettacolo e del calcio, ma anche dei grandi brand: la stessa comunicazione capitalistica gestisce la nostra speranza e sfrutta il bisogno di comunità.
Dunque la ragionevole utopia, il progetto storico che leghi le generazioni e che ci leghi al lungo periodo, in cui (noi) saremo tutti morti, è oggi come sempre un bisogno.
Il libro citato di Jossa, come il suo successivo Il marxismo rinnovato, Manifestolibri 2016, non propone un programma sul breve e medio termine per uscire dall’attuale crisi del capitalismo neoliberale, ma proprio una ragionevole utopia (benché quest’ultimo termine non sia utilizzato dall’autore). E cioè la prospettiva di una società socialista, della trasformazione del modo di produzione sociale capitalista in uno socialista.
Contrariamente alla vulgata marxista, Jossa propone però un “socialismo di mercato”, in cui le cooperative di produzione dei lavoratori-capitalisti siano in competizione tra loro. Questa idea gli sembra adeguata a superare l’attuale crisi degli intellettuali e degli studiosi sociali marxisti, legata anche al fallimento storico del socialismo a pianificazione centralizzata. Peraltro, nonostante il suo interesse per la ricomposizione e la ripresa della tradizione marxista, ritiene che essa debba uscire finalmente dal lutto per la (non prematura) morte della teoria del valore-lavoro, seppellendo questa come altri aspetti del pensiero di Marx (si veda la Conclusione di Marxismo rinnovato).
La sua proposta di organizzazione sociale è ragionevole, sia nel senso che la sua possibilità economica è razionalmente fondata, sia nel senso che è basata su una lunga serie di riflessioni e di studi empirici sulle cooperative democratiche. E l’autore è un’autorità internazionale in questo campo (osservo en passant che consultando il catalogo bibliografico di Karlsruhe si trova che le biblioteche italiane ospitano 101 testi di Jossa e quelle degli Stati Uniti 204; se poi su Worldcat.org si cercano libri con le lettere “marx” nel titolo e anche come parola chiave, pubblicati tra il 2009 e il 2016, si troveranno in Worldcat 5.250 titoli in inglese e solo 348 in italiano; Marx non è di moda solo in provincia[1]).
Per realizzare questa trasformazione strutturale, secondo Jossa è possibile, anzi preferibile, impiegare la via kautskiana della legalità democratica. Riforme graduali devono favorire le cooperative con aiuti e detassazioni. Lo Stato aiuterà inoltre i lavoratori a trasformare in cooperative le aziende capitalistiche minacciate di chiusura. Si dovrebbe infine costringere per legge le grandi aziende a trasformare il loro capitale azionario in obbligazioni, lasciando la gestione ai dipendenti.
Inoltre la competizione tra cooperative sarebbe di per sé meno dura, anche perché ridurrebbe la tendenza delle imprese al licenziamento e al fallimento. Jossa tende a pensare che la direzione della produzione da parte dei lavoratori (della singola impresa) ne determini la natura sociale in generale. A me pare però che lo Stato (o la comunità degli Stati), senza avere il compito della pianificazione centralizzata, dovrebbe avere un forte compito di indirizzo per quanto riguarda la compatibilità ecologica della produzione e l’uso delle risorse non rinnovabili.
Ma perché questo socialismo di mercato dovrebbe essere considerato un modo di produzione non capitalistico, e quindi questa serie di riforme strutturali costituirebbero una rivoluzione socialista? Nel socialismo, infatti, secondo gran parte della tradizione marxista, il mercato deve essere soppresso. Jossa però propone un modello di cooperativa in cui i lavoratori eleggano, paghino e controllino il management, si dividano i profitti ma siano responsabili della produzione. Essa sarebbe finanziata dai privati (non esclusi i cooperanti) attraverso obbligazioni, remunerate da un interesse di mercato, mentre la proprietà della cooperativa toccherebbe allo Stato, come parte terza rispetto ai lavoratori-imprenditori (che percepiscono i profitti) e ai prestatori di denaro (che percepiscono gli interessi). È la separazione tra queste due categorie di reddito, insieme all’estinzione del lavoro salariato, che secondo Jossa determina il carattere socialista del modo di produzione.
L’autore mostra con una gran mole di citazioni e di analisi che la sua proposta è compatibile con aspetti sostanziali del pensiero marxiano e con una parte non irrilevante della tradizione marxista e anche del marxismo attuale. Ma il suo bisogno di ricomporre la narrazione storica del pensiero moderno progressista lo spinge anche a cercare ispirazione nella tradizione socialista in generale e nello stesso pensiero democratico e liberale. Proudhon, i fabiani, i socialdemocratici austriaci, Polanyi, Stuart Mill, Alfred Marshall, Dewey, e una miriade di altri autori sono chiamati in causa a favore delle cooperative.
La proposta sembra inoltre particolarmente adatta alla situazione culturale odierna: essa parte infatti dalla considerazione dell’interesse individuale dei lavoratori, e dall’idea di competizione, di merito e di responsabilità individuale. Ma ha come risultato un rinsaldamento del legame sociale e una ripresa delle pratiche comunitarie. Jossa cita Bauman per ricordare quanto sia forte il bisogno di comunità nella società liquida. Si consideri anche che la creazione di community è una delle ultime tecniche della pubblicità on line: Nike per esempio ha creato con successo una comunità di runner che corrono con le sue scarpette con contachilometri incorporato e che discutono le loro esperienze on line.
Dunque il socialismo di mercato parte dai valori e dai bisogni culturali esistenti per produrre una situazione in cui si sviluppano le condizioni positive per un altro tipo di rapporti di produzione. In essa ciascuno riceve secondo il suo lavoro, realizzando così le promesse non mantenute del capitalismo (come dice la Critica al programma di Gotha di Marx riguardo alla prima fase della società futura), e ciò prepara la trasformazione antropologica che potrebbe portare al comunismo, la fase successiva della storia, nella quale ciascuno contribuisce secondo le sue capacità e riceve secondo i suoi bisogni. Solo allora avrebbe senso di parlare di superamento dell’utilitarismo economico individualista e del mercato.
Jossa non vuole però occuparsi di questa fase: evidentemente la sua proposta vuole essere ragionevole, ma anche conforme alla razionalità economica e ad un minimo comun denominatore culturale utilitario, che possa essere accettato, come semplice strumento di organizzazione della produzione, da visioni anche abbastanza diverse della vita sociale e dei suoi fini. Egli invece mette l’accento sull’utilità della democrazia cooperativa nella formazione di cittadini solidali e politicamente competenti: essa per lui si presenta dunque come un rinforzo alla democrazia parlamentare, comportando anche un radicale indebolimento del potere economico-sociale – e quindi anche politico – del capitale.
Noto infine che un tale progetto storico del socialismo è qualcosa di ben diverso dalla teoria del crollo e dall’idea di uno sviluppo storico unidirezionale. Non è una previsione scientifica, ma una proposta di trasformazione fatta da una certa posizione culturale sulla base di un analisi delle possibilità e delle contraddizioni della situazione presente. Un’utopia (proposta di qualcosa che oggi non esiste ancora) ma ragionevole.

L’EGEMONIA – MA PER QUALE POLITICA?

Purtroppo la proposta socialista riguarda solo i piani superiori di un progetto di politica per la sinistra internazionale. Le ruote che dovrebbero muovere questa macchina politica sono le strategie per la soluzione sul breve e sul medio periodo di problemi spaventosi come la crisi economica e occupazionale odierna, l’accresciuta concorrenza economica tra le nazioni, e i pericoli che minacciano l’ambiente e la convivenza dei popoli.
Tuttavia anche le opere sul socialismo sono un contributo alla sua costruzione. Il bisogno di una riflessione sulla tradizione socialista e sull’idea di rivoluzione, come vie alternative allo stato di cose presente, comincia a essere sentito anche in Italia. Il taglio però sembra per lo più piuttosto diverso. La prospettiva in genere sembra quella della storia del pensiero politico-filosofico. In particolare lo scomparso Paolo Prodi ultimamente si è interrogato sull’eclisse del concetto di rivoluzione (Il tramonto della rivoluzione, Il Mulino, 2015); anche Massimo Cacciari ha affrontato lo stesso tema proprio insieme a questo autore in Occidente senza utopie, Il Mulino, 2016.
Axel Honneth, attuale direttore della scuola di Francoforte, ha scritto di recente L’idea di socialismo (Feltrinelli 2016), libro che anch’esso ha un taglio fortemente filosofico, e ha come centro non la teoria del modo di produzione, ma l’antropologia filosofica comunitaria dei manoscritti giovanili di Marx. Va detto comunque che Honneth non sembra interessato a “rinnovare il marxismo”, ma più ecumenicamente a ricostruire l’idea di socialismo, facendo confluire su di essa diverse tradizioni. egli si limita a un’esposizione dei valori secondo lui ancora validi della tradizione socialista e di quelli nuovi che sono venuti evidenziandosi in tempi recenti. Il suo interesse va allo sviluppo recente dei diritti umani, ma non si preoccupa di proporre una struttura sociale organica che permetta ad essi di essere realmente messi in pratica. Né Honneth allude all’attuale crisi finanziaria del capitalismo neoliberista intesa come crisi di un sistema sociale, economico e culturale.
In conclusione, questo articolo intende sostenere che una divulgazione attiva dell’idea di socialismo, in funzione di un’egemonia alternativa e di una politica di sinistra, dovrebbe presentare questo possibile modo di produzione come superamento delle contraddizioni della società attuale. Come una ragionevole utopia.

[1] Per quanto il mondo in lingua inglese sia sproporzionatamente vasto e ricco di ricerche e di riferimenti culturali in qualunque ambito, è facile vedere la debolezza attuale dell’interesse italiano per Marx con un raffronto temporale: nei 7 anni 1968-1975 sono stati pubblicati solo 2237 testi in lingua inglese con le caratteristiche indicate, mentre in italiano 488.

Fonte: nuvole.it

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