La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 14 marzo 2017

Lavoro vs Reddito? Liberiamoci da alcuni pregiudizi

di Elena Granaglia 
“Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro, non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione”. Così si è espresso Matteo Renzi in un’intervista rilasciata al Messaggero il 26 febbraio scorso. Una volta tanto, però, il punto è largamente condiviso anche da esponenti/ex esponenti della sinistra del PD e da grande parte dei sindacati, riflettendo un sentimento radicato nel nostro paese, così radicato da avere contribuito all’assenza perfino di un reddito minimo, circoscritto ai più poveri. Com’è noto, l’Italia, insieme alla Grecia (che peraltro ne ha avviato una sperimentazione) è l’unico paese nell’Europa a 28 priva di qualsiasi rete di ultima istanza per i poveri.
Anche per questo, ben il 44% dei poveri assoluti non riceve, in Italia, alcuna assistenza (il dato è in Irs, Ripensare il welfare). Ora, qualcosa potrà cambiare, grazie all’introduzione del reddito d’inclusione. Ma, e su questo ritorneremo nei prossimi numeri del Menabò, il reddito d’inclusione rimane una misura categoriale, limitata a famiglie con figli, la quale beneficia meno della metà dei poveri assoluti. Dunque, resta intatta l’eccezionalità italiana rispetto all’assenza di un reddito minimo per tutti i poveri.
Seppure espressi in modo spesso indistinto, due mi paiono i convincimenti principali a sostegno della posizione pro lavoro. Da un lato, dare soldi, anziché lavoro, significherebbe offrire un contentino, una mera compensazione monetaria in cambio della rinuncia a una capacità umana fondamentale quale è il lavoro, che non dovrebbe essere contrattabile. Miste in questa posizione, vi sono poi due ragioni, che andrebbero anch’esse meglio distinte: l’una è centrata sulla natura di opportunità del lavoro e l’altra sulla natura di virtù, come nella prospettiva del cosiddetto welfare generativo, secondo cui chi non lavora è un individuo di serie b.
Dall’altro lato, ricevere reddito e dare nulla in cambio equivarrebbe a puro parassitismo. Gli oziosi godrebbero impunemente di un reddito graziosamente offerto da chi più si sforza. Nei termini di Rawls, chi spende la giornata a fare il surf sulle spiagge di Malibu vivrebbe alle spalle di chi lavora. Le relazioni di reciprocità alla base del nostro essere società sarebbero palesemente violate.
Nel primo caso, la violazione danneggia chi è privo di lavoro. Nel secondo, a essere danneggiati sarebbero i lavoratori.
Hassel, in un recente pezzo su Social Europe (Unconditional Basic Income Is A Dead End, www.socialeurope.com), ben esprime questi convincimenti quando afferma che, con il reddito di cittadinanza, “la vita diventerebbe ancora più difficile per i giovani che siano svantaggiati in termini di istruzione – i giovani provenienti da famiglie di operai e di migranti. Il dolce veleno del reddito di cittadinanza li accompagnerebbe in ogni passaggio della loro vita scolastica e nella formazione al lavoro. Quando è loro chiesto cosa vorrebbero fare, i ragazzi che vivono nelle zone di Berlino con un’elevata percentuale di famiglie di classe operaia e migranti, come Neukölln, già oggi spesso rispondono che faranno leva sui sussidi. In futuro, diranno: “Mi prendo il mio reddito di cittadinanza”. I numeri aumenteranno all’aumentare di tale reddito. L’impegno a investire su se stessi e a migliorare le proprie vite grazie a un lavoro qualificato sarà messo alla prova ogni giorno” (trad. mia).
La mia opinione è che entrambi i convincimenti contengano, in realtà, elementi di pregiudizio, che andrebbero evitati. Due sono le osservazioni che propongo.
La prima osservazione riguarda la domanda di lavoro oggi. Come ricordano D. Sage e P. Diamond, in un rapporto peraltro critico del reddito di cittadinanza (Europe’s New Social Reality: the Case Against Universal Basic Income, 2017, www.policy-network.net), se si applica al mercato del lavoro europeo la stessa metodologia applicata a quello statunitense da C. Frey e M. Osborne (The Future of Employment: How Susceptible are Jobs to Computerisation? 2013, http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/publications/view/1314) ben il 53% dei lavori oggi esistenti nell’Unione Europea sarebbe nel prossimo futuro a rischio di automazione (il rischio sarebbe superiore di oltre 10 punti a quello per gli Stati Uniti). Certamente, politiche idonee di investimento possono aumentare la domanda di lavoro. Ma occorre tempo prima che esse diano i loro frutti; i limiti ambientali gettano più di una perplessità rispetto a un modello di crescita basato sulla moltiplicazione dei beni di consumo privato e, per quanto circoscrivibile dalle politiche, la tendenza alla riduzione del lavoro a causa della tecnologia sembra inevitabile. Se, dunque, esistono rischi non indifferenti di disoccupazione, cercare una protezione appare del tutto coerente con una normale logica assicurativa. La nostra Costituzione, all’art. 32, non tutela forse la salute e, ciò nondimeno, quando si abbatte su di noi il rischio della malattia e la salute viene a mancare, si è curati? Avere un reddito per vivere se non si riesce a trovare lavoro (o se tutto quello che si trova è di pessima qualità) appare, anch’essa, una capacità fondamentale.
La seconda osservazione concerne l’assunto (soggiacente alla difesa del lavoro contro il reddito) secondo cui, se si elimina lo stimolo del guadagno, gli individui cesserebbero di lavorare. Ma se il lavoro c’è ed è un’opportunità fondamentale, individui che non lavorassero solo perché hanno un po’ di reddito parrebbero assai irragionevoli. Forse, se gli individui non lavorano, è perché il lavoro non c’è e, anche quando c’è, ha spesso poche caratteristiche di opportunità e/o è reso inaccessibile da barriere di varia natura.
Si considerino, ad esempio, i soggetti al centro degli studi che proverebbero la “dipendenza” dai trasferimenti: le madri sole (cfr. ad esempio, Gaffney, 2015). Non si tratta, forse, di soggetti che soffrono di qualche ostacolo all’occupabilità? Diverse sono, poi, le evidenze sulla disponibilità a lavorare di molti poveri se solo fosse loro assicurata la certezza di un reddito qualora perdano il lavoro (cfr., ad esempio, la special issue su Exploring “welfare” attitudes and experiences del Journal of Poverty and Social Justice, 24, 2, 2016). Se così, la garanzia di un reddito potrebbe incentivare la propensione a lavorare e ad assumere rischi che altrimenti non si correrebbero. In questo senso, la disponibilità stessa di un reddito potrebbe configurarsi come il primo passo verso l’attivazione. D’altro canto, quanti di noi vivono in famiglie non povere e, quindi, non sarebbero costretti a lavorare per vivere, eppure lavorano?
L’esistenza di “regole carine”, quali sarebbero quelle che assicurano un reddito, potrebbe, inoltre, favorire la più complessiva cooperazione sociale. Un contesto più cooperativo è anche più favorevole alla crescita dell’occupazione. Non si sottovaluti, poi, la pluralità di vie per attivarsi. Oltre a quelle disponibili sul mercato del lavoro, vi sono l’esercizio della cura, l’azione individuale volontaria a favore della comunità, la partecipazione alla gestione di beni comuni.
Infine, la disponibilità di un reddito, anche se ci rendesse dipendenti dal trasferimento, può contrastare altre forme di dipendenza: quella da condizioni familiari oppressive o da esposizione prolungata a contesti sociali svantaggiati e, talvolta, anche inquinati dalla criminalità (Hirschman, The Rethoric of Reaction, 1991, Belknap Press). Torniamo ai giovani dei quartieri svantaggiati di Berlino. Nel loro caso non valgono le barriere dovute a responsabilità di cura. Sono, però, presenti le barriere dovute alla bassa qualità del tessuto sociale in cui vivono.
Certo, nonostante tutte le possibili attenuanti, alcuni soggetti potrebbero non attivarsi mai. Come ammonisce J. Roemer (Equality of Opportunity, 1998, Harvard University Press), la compensazione dovrebbe valere solo per gli effetti negativi delle circostanze “non scelte”, premiando invece lo sforzo relativo. Ma, oltre alle difficoltà di distinguere fra peso dell’ambiente e peso della responsabilità individuale, la domanda diventa se vogliamo politiche per i tanti penalizzati da circostanze non scelte oppure per i pochi che possiamo ritenere responsabili delle loro condizioni di svantaggio.
Dobbiamo allora muoverci verso un reddito di cittadinanza, erogato a tutti, ricchi e poveri a prescindere dai comportamenti? Non penso che la risposta debba automaticamente essere affermativa. Pur evitando i doppi conteggi, il reddito di cittadinanza è assai costoso sotto il profilo finanziario. Tale costo potrebbe ostacolare le politiche d’investimento sopra auspicate nonché mettere a repentaglio il Welfare dei Servizi. L’opposizione nei confronti di questa misura è, poi, forte e oggi abbiamo il problema urgente di fare qualcosa per chi è privo di un reddito decente.
Liberarci dai pregiudizi rispetto alla relazione fra reddito e lavoro è importante anche ai fini della riflessione sulle politiche più circoscritte di reddito minimo (indirizzate ai soli poveri). Da un lato, vedremmo rafforzata la necessità di una seria politica di sostegno al reddito. Dall’altro, avremmo un’indicazione importante su come disegnare tale politica. A. De Nicola su La Repubblica dello scorso 26 febbraio (“Si fa presto a dire reddito di cittadinanza”) ha presentato una difesa estrema dell’obbligo al lavoro, auspicando un reddito di partecipazione grazie al quale chi fosse disposto a fare lavori che altri rifiutano “riceverebbe un compenso purché al di sotto di quello di mercato”. Se consideriamo l’evoluzione dei sistemi di reddito minimo in Europa, assistiamo, tuttavia, a una forte intensificazione della condizionalità al lavoro, mentre ben poca attenzione viene prestata alle finalità di compensazione e protezione che, come ho cercato di mostrare, sono, invece, di grande importanza.

Fonte: eticaeconomia.it 

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