La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 21 marzo 2017

La transizione che non vediamo

di Raúl Zibechi
Stiamo transitando verso un mondo nuovo, postcapitalista. E’ un processo che stiamo vivendo, dunque non abbiamo la distanza sufficiente per sapere in quale periodo ci troviamo adesso. Tutto indica, però, che stiamo attraversando le fasi iniziali di quella transizione. Malgrado questa transizione mostri profonde similitudini con le precedenti (quella dall’antichità al feudalesimo e quella dal feudalesimo al capitalismo), l’incapacità di comprendere ciò che accade davanti ai nostri occhi è notevole: un vero processo di costruzione collettiva di mondi nuovi.
Nel pensiero di emancipazione, e in particolare nel marxismo, l’idea che ogni transizione debba cominciare con la presa del potere alla scala dello Stato-nazione si è fatta senso comune. Questa asserzione avrebbe dovuto essee ripensata dopo i fallimenti sovietico e cinese, ma soprattutto dopo la demolizione degli stati provocata del neoliberalismo, cioè dal capitale finanziario e dalla Quarta guerra mondiale (la definizione preferita dagli zapatisti, ndt) in corso. Per transitare verso un mondo non capitalista si deve prendere il potere, ma perché dev’essere un potere a scala statale? E perché farlo a livello istituzionale?
E’ questo uno dei nodi essenziali della problematica e una delle ragioni della enorme difficoltà concettuale per poter visualizzare le transizioni realmente esistenti. La seconda difficoltà, legata alla precedente, è che le transizioni non sono omogenee, non comprendono tutto il corpo sociale alla stessa maniera. La storia insegna che di solito le transizioni cominciano nelle periferie del sistema-mondo e di ogni nazione, in aree rurali remote e in piccoli paesi, negli anelli deboli del sistema, dove prendono forza e si espandono poi nei centri del potere.
D’altro canto, le transizioni non solo non sono uniformi dal punto di vista geografico, ma anche da quello sociale, giacché sono processi guidati dalla necessità umana e non dalle ideologie. Generalmente sono i popoli che abitano nel sottoscala – gli indigeni, i neri e i meticci – i primi a costruire mondi altri; i settori popolari, le donne e i giovani di solito sogliono essere i protagonisti principali.
Vorrei fare un esempio di qualcosa che sta succedendo proprio adesso, qualcosa che ha già un importante grado di sviluppo e che difficilmente potrà essere fatto rientrare, salvo si verifichi un genocidio. Mi riferisco all’esperienza dell’Unione dei Lavoratori Disoccupati (UTD) a General Mosconi, nel nord dell’Argentina. La città ha 22 mila abitanti che hanno lavorato nell’impresa petrolifera statale YPF fino alla privatizzazione, avvenuta negli anni Novanta del secolo scorso, che ha generato una schiera di disoccupati. In quegli anni si è sviluppato un forte movimento di disoccupati, noti come piqueteros, che ha strappato piani di sussidio sociale ai governi che si sono succeduti.
Durante il ciclo di lotte piquetero, la UTD è stato uno dei principali riferimenti per l’insieme del paese, i suoi memorabili blocchi stradali erano seguiti con entusiasmo dagli altri movimenti. La UTD godeva di un forte prestigio e i suoi dirigenti, che hanno subito centinaia di cause di procedimenti giudiziari per i blocchi stradali e altri delitti, erano tra i più popolari in Argentina.
Le cose sono cambiate velocemente. L’arrivo al governo di Néstor Kirchner, nel 2003, e il conseguente arretramento dei movimenti, hanno cancellato la UTD dallo scenario mediatico e dall’attenzione dei militanti sociali. Le notizie su quello che succede nel lontano nord dell’Argentina sono scarse quanto nebulose.
La UTD ha approfittato tuttavia dei piani sociali (ora tagliati da Macri) per costruire un mondo nuovo. In questo momento sono in funzione 110 orti agroecologici di due ettari ciascuno, dove lavorano in media circa 30 persone per ogni orto. Producono una gran varietà di vegetali, tengono un pollaio e dei maiali in ogni orto. Contano su un laboratorio di carpenteria che si avvale dell’abbondante legname della zona. Nei cinque capannoni di cui dispone il movimento, come racconta il reportage di Claudia Acuña sulla rivista MU (luglio del 2016), hanno messo su anche laboratori di saldature, di classificazione dei semi e di riciclo della plastica.
Hanno costruito inoltre vivai che riproducono la flora nativa con la quale riforniscono il territorio, dalle piazze fino ai monti, minacciati dalla vertiginosa espansione della soia transgenica e dai taglialegna. Parte del lavoro lo dedicano a sostenere gli spazi pubblici della città e i boschi dei dintorni, in una regione dove cresce il narcotraffico coperto dalla complicità statale-poliziesca.
Un semplice calcolo permette di constatare che tra le 4 e le 5 mila persone vivono in relazione al lavoro collettivo che l’UTD organizza, si tratta del 40 per cento dell’intera popolazione attiva di Mosconi. Quelle famiglie hanno costruito un’autonomia alimentare, vale a dire che non dipendono più dai piani sociali ma stanno prendendo in mano tutto quel che li riguarda, dalla produzione di alimenti fino alla costruzione di abitazioni. Stanno riproducendo la vita al di fuori delle compatibilità del sistema, senza mettersi in relazione con il capitale né dipendere dallo Stato. Insomma, lavorano con dignità.
Si dirà che si tratta di un’esperienza appena locale. Però gli orti e le modalità dell’azione della UTD si stanno già espandendo nella vicina Tartagal, che ha il triplo della popolazione di Mosconi. Parecchie migliaia di attività di questo tipo esistono in America Latina, perché i settori popolari hanno compreso che il sistema non ha più bisogno di loro né li lega a sé, come è invece successo durante i brevi anni del welfare state. C’è una strategia implicita in questo insieme di mondi nuovi che non passa per gli stati-nazione ma per il rafforzamento e l’espansione di ogni iniziativa, per l’affinamento dei tratti antisistema e antipatriarcali, e per il potenziamento delle resistenze.
Un segno della maturità di buona parte di questi mondi nuovi sta nel mantenere le distanze dalle istituzioni di partito e statali, anche se, quando ce n’è la possibilità, gli chiedono aiuto e acchiappano qualche risorsa con un occhio al garantire la sopravvivenza e l’altro al mantenere l’indipendenza.
Nella lunga transizione in corso, a oggi è impossibile sapere se si tratterà di decenni o secoli, i mondi nuovi si trovano a dover affrontare una delle più potenti offensive del sistema. Quel che hanno ottenuto finora ci incoraggia a un sereno ottimismo.

Articolo pubblicato su la Jornada
Traduzione per Comune-info di Marco Calabria
Fonte: comune-info.net 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.