La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 26 febbraio 2017

Vogliamo accogliere! Barcellona chiede confini aperti per i rifugiati

di Carlos Delclos
Il 18 febbraio oltre 160.000 persone sono scese nelle strade di Barcellona per chiedere che il governo spagnolo e l’Unione Europea accettino altri rifugiati. Il periodo precedente alla protesta è stato spettacolare; il governo della città e il governo regionale hanno lavorato insieme con ampie piattaforme di cittadini per mettere sulla bocca di tutti l’espressione: “Vogliamo accogliere” (Volem acollir). Per diverse settimane, i politici di primo piano, compreso il sindaco di Barcellona, Ada Colau e il presidente catalano Carles Puigdemont, hanno “bastonato” le attuali politiche della Spagna verso i rifugiati.
Una settimana prima della protesta, un concerto speciale è stato organizzato da una campagna propagandistica che si chiama Casa nostra Casa vostra, non in un centro civico o in una piazza pubblica, ma allo stadio olimpico. L’evento è stato trasmesso alla televisione catalana e ha mostrato importanti artisti catalani e personaggi della cultura nazionale.
La protesta è stata riempita da una molteplicità di slogan che sfidano la Spagna e la reazione dell’Europa agli orrori che avvengono al confine. La richiesta fondamentale sulla quale sono stati d’accordo i vari protagonisti politici spesso in opposizione tra loro che appoggiavano la protesta, era sostanzialmente una richiesta di tipo amministrativo. Nel settembre 2015, la Spagna aveva promesso di accogliere 17.337 rifugiati in due anni. Dopo un anno e mezzo del loro impegno, ne hanno accettati soltanto 1.100. La Città di Barcellona e il governo regionale catalano chiedevano semplicemente che la Spagna mantenesse la sua promessa.
Questa non è certo la prima volta nella storia recente, che il governo di Mariano Rajoy è stato accusato di ipocrisia, negligenza e chiara ostilità verso le persone che fuggono dalla miseria, dalla morte e dalla tortura. Nel febbraio 2013, la Guardia Civile spagnola uccise 15 persone dopo aver sparato 145 pallottole di gomma a un gruppo di migranti dell’Africa Occidentale che avevano tentato di arrivare a nuoto sulla spiaggia di Tarajal a Ceuta, un’enclave spagnola in Nord Africa.
La notizia della dimostrazione a Barcellona è stata bene accolta da una stampa internazionale assetata di storie positive. Con l’aumento dell’estrema destra in Europa e con Trump che negli Stati Uniti sta spingendo i giornalisti a lottare per trovare nuove metafore apocalittiche, l’immagine di oltre 150.000 persone che riempiono le strade di un’importante città europea per chiedere al continente che apra i confini, fornisce un’oasi di speranza nel deserto del reale che si va rapidamente surriscaldando. Tuttavia, come accade quando c’è una qualsiasi immagine spettacolare, ci dobbiamo domandare quanto di ciò che vediamo riflette la realtà.
In questo caso è grande la tentazione di fare la parte del bisbetico di sinistra. I ripetuti tentativi di Barcellona di etichettarsi come città rifugio progressista, non è conforme alla repressione attuata dal governo nei confronti degli immigrati che fanno i venditori ambulanti.
“La sinistra bianca è responsabile della repressione nei confronti dei venditori ambulanti “ Questa posizione ha indebolito l’appoggio per En Comú di Barcellona tra gli attivisti locali. Quando la Colau ha introdotto un cartello con il numero delle morti nel Mediterraneo durante l’estate del 2016, i collettivi per i diritti dei migranti hanno interrotto la cerimonia, circondandola con fotografie della sua faccia e le parole “La sinistra bianca è responsabile della repressione dei venditori ambulanti”, scarabocchiate su tutta l’immagine.
Tuttavia, il partito En Comú di Ada Colau a Barcellona, è stato notevolmente più comprensivo verso gli immigrati rispetto al partito di Convergenza Democratica del presidente catalano Carles Puigdemont. A livello locale, la formazione nazionalista conservatrice ha ripetutamente capeggiato campagne revansciste contro gli ambulanti immigrati, raffigurandoli come rappresentanti “incivili” del decadimento urbano e sociale. Durante le elezioni generali spagnole del 2011, i loro cartelli di protesta dicevano: “Le persone non lasciano il loro paese perché lo vogliono, ma perché hanno fame. In Catalogna, però, non tutti trovano posto.”
Questo contesto ha portato alcuni a ignorare la dimostrazione del 18 febbraio giudicandola una farsa, un altro gesto simbolico da parte dei politici locali che si dissolve non appena viene a contatto con la realtà. O, cosa anche peggiore, la considera un caso di atteggiamento moralistico che mira ad assolvere i politici dalle loro responsabilità, in base alle loro buone intenzioni autoproclamate.
Questa non è una posizione irragionevole. Il processo catalano per l’indipendenza, guidato dal partito di Puigdemont, è tristemente famoso per aver organizzato eventi di massa, ma per aver fatto pochi passi per esercitare realmente la sovranità politica. Nel frattempo, le riforme approvate dal partito En Comú, sono schiacciate dalle promesse della campagna radicale del partito e dalla sua debole posizione come governo di minoranza. Criticare il Partito Popolare di Mariano Rajoy, che è largamente impopolare in Catalogna, permette ad entrambi i partiti di affermarsi come almeno più progressisti del governo centrale e di incolpare Madrid delle loro frustrazioni.
Questo punto di vista, ignora, tuttavia, un protagonista chiave in tutto questo: la gente comune che è scesa in massa nelle strade per denunciare la violenza, l’indifferenza e la crudeltà che viene attuata ai confini dell’Europa. Nello spettacolo che ha circondato la protesta, i partiti politici hanno cercato di appropriarsi del significato di questa per le loro proprie cause. Tra queste ci sono: la costruzione della nazione con il processo di indipendenza catalana e l’attuazione del processo municipalista di En Comú. Questo, però, non è certo una sorpresa – è soltanto la natura di un’opportunità politica.
Per i movimenti per l’emancipazione forse la domanda più importante non è se le intenzioni dei partiti sono nobili tanto quanto le proprie, ma se essi possono impiegare l’opportunità della protesta sociopolitica per spingere la società verso il cambiamento radicale. L’enorme divario tra il messaggio di accoglienza espresso nella protesta e le politiche adottate dal governo, deve essere riempito con un contenuto, e la sua legittimità dipende dalla partecipazione della collettività di immigrati e rifugiati. Separato da quella sostanza, qualsiasi affermazione di essere un luogo di accoglienza è superficiale nel migliore dei casi e, nel peggiore, cinica e offensiva.
Questo approccio è stato scelto dal sindacato dei venditori ambulanti e da molti dei collettivi più combattivi della Catalogna per i diritti dei migranti, i quali hanno partecipato alla dimostrazione malgrado la loro diffidenza verso molti dei sopraccitati sostenitori di quell’approccio. Per mezzo di un impegno critico, hanno esteso il messaggio della protesta per includere non soltanto coloro che sperano di arrivare, ma anche coloro che sono già qui. Le loro richieste comprendevano la chiusura dei centri di detenzione per i migranti e la fine della persecuzione razzista e della violenza strutturale e l’abolizione della Legge sugli stranieri, oltre a molte altre.
Naturalmente c’è un rischio in questo approccio. Il contenuto più considerevole della protesta potrebbe essere demolito dall’autocompiacimento. Dopo la protesta, le reti sociali erano pieni di entusiasmo. Molti dicevano quanto come erano “orgogliosi” di appartenere a un luogo che stava richiedendo ancora altri rifugiati. Alla vigilia della dimostrazione, la critica della classe politica era analogamente autocelebrativa. Mentre parlava alla folla durante il concerto di Casa a nostra, Casa vostra, il popolare personaggio televisivo Jordi Évole, ha dichiarato: “Circa il problema dei rifugiati, la nostra società, la gente, la cittadinanza, sono molto, molto avanti rispetto alle autorità.”
Questo senso di superiorità morale può essere intrinseco alla trasformazione della legittima indignazione in azione significativa dal basso verso l’alto, ma non può essere di per sé un fine. In sostanza, ciò che rende necessarie le proteste come quella del 18 febbraio, non è come siamo grandi come popolo, ma come è vergognoso stare da questa parte della Fortezza Europa e osservare le crudeltà commesse in nostro nome. Anche soltanto questa situazione è un privilegio. Dobbiamo invece assumerci la responsabilità di agire.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Roarmag.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.