La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 26 febbraio 2017

Vite parallele nel declino americano. Intervista a Zackary Canepari

Intervista a Zackary Canepari di Guido Caldiron 
È uno di quegli angoli dimenticati d’America che aiutano a capire meglio cosa significhino davvero il senso di abbandono e la rabbia che hanno dominato la recente campagna elettorale per la Casa Bianca. Se osservata dall’Italia, la vittoria di Donald Trump sembra assumere infatti un significato ancor più inquietante. Centomila abitanti, in grande maggioranza afroamericani, una storia che l’ha legata per oltre un secolo alla vicina motor town di Detroit, che si trova ad un centinaio di chilometri a sud-est, la città di Flint, nel Michigan, è stata uno dei centri dell’industria automobilistica statunitense fino agli anni Ottanta quando con la chiusura di diversi stabilimenti della General Motors e la perdita di oltre 35mila posti di lavoro, è sprofondata in una crisi economica da cui non si è mai più ripresa.
Un autentico ko sociale dalle drammatiche conseguenze per l’intera comunità locale che ha tra l’altro subito, a causa dei tagli indiscriminati e alla riorganizzazione al ribasso dei servizi pubblici imposta negli ultimi anni dal governatore repubblicano del Michigan, Rick Snyder, una tragica vicenda: la morte di 10 bambini e l’avvelenamento di oltre un centinaio di persone intossicate dalla rete idrica locale dopo la scelta di utilizzare le acque notoriamente inquinate del fiume Flint. Una situazione talmente grave che nel gennaio dello scorso anno Barack Obama firmò un provvedimento che dichiarava lo stato di emergenza e ordinava l’invio di aiuti federali in città.
Se perciò Flint è tutt’altro che un luogo a caso nella geografia della crisi sociale e politica americana, ciò a cui Trump ha contrapposto il sinistro slogan Make America Great Again, il motivo per cui il giovane fotografo e filmaker indipendente Zackary Canepari ha scelto di farne il cuore di un progetto di racconto del reale a più facce, è che vi ha scorto anche le tracce di una storia di rivincita e di riscatto, attraverso cui dare voce proprio a quella parte d’America a cui prima dell’elezione del nuovo presidente in pochi sembravano aver prestato attenzione.
Considerato come uno dei nomi emergenti della fotografia statunitense, Canepari, che è nato nel 1979 a Boston, ha lavorato a lungo come fotoreporter tra l’India e il Pakistan collaborando con diverse associazioni non-profit prima di rientrare negli Stati Uniti e dar vita ad una serie di progetti con il regista Drea Cooper, da California is a place, una serie di documentari sulla California proiettati in numerosi festival tra cui il Sundance, a Robotica, altra docu-serie realizzata in collaborazione con il New York Times.
A Flint è arrivato oltre sei anni fa e ha scelto di seguire in particolare le vicende di due sorelle afroamericane, Claressa e Brianna Shields, cresciute da una madre tossicodipendente tra mille difficoltà, ma destinate a seguire un percorso diverso: la prima è diventata campionessa olimpica di boxe nel 2012, dopo aver mosso i primi passi sul ring fin da ragazzina in una palestra del posto, la seconda costretta ancora oggi a misurarsi con ogni sorta di problema per tirare avanti, compreso l’essersi ritrovata da adolescente a crescere una figlia da sola, mentre il suo compagno sta scontando una lunga condanna.
Del progetto dedicato a Flint, e alle due sorelle, fanno parte lo splendido volume Rex, il soprannome pugilistico di Clarissa è «T-Rex», pubblicato nel nostro paese da Contrasto (pp. 196, euro 45) che raccoglie oltre 100 foto a colori e in bianco e nero, il film T-Rex (www.youtube.com/watch?v=PexkmOldO0s) e la web serie interattiva Flint is a place (www.facebook.com/flintisaplace) alla quale Canepari continua a lavorare attualmente.
Partiamo dall’inizio, perché ha scelto proprio Flint per quello che si potrebbe definire come un viaggio nella crisi americana?
"Fino ad ora quella città e i suoi abitanti sono stati raccontati in due modi: più di recente attraverso la crisi dell’acqua e, alla fine degli anni Ottanta, con i documentari di Michael Moore, che è nato e cresciuto qui in una famiglia di operai di origine irlandese, a partire da Roger & Me che affrontava il tema della chiusura di molti stabilimenti della General Motors. Flint è diventato un po’ il simbolo di ciò che è andato storto nel sogno americano. Restava però da capire fino in fondo cosa pensassero gli abitanti della città: non solo come si poteva descrivere la loro realtà, ma come essi stessi la percepivano, si percepivano. Perciò l’idea di base è stata quella di dare loro voce, visto che questa comunità esprima più della somma della povertà, dell’inquinamento da piombo e delle fabbriche deserte. Così, abbiamo cominciato a raccogliere fotografie, video, stralci di diario, interviste e post sui social media che ricompongono una sorta di ideale autoritratto di Flint e della sua gente: un potente ritratto intimo fatto di orgoglio, speranza e rabbia repressa."
La rivista «Time» ha definito «Rex» come uno dei libri più significativi del 2016 e come una ricerca che lascerà il segno: un modo concreto per opporsi all’abbandono in cui versa una parte del paese?
"Senza dubbio. Quello che ho cercato di fare con il mio lavoro su Flint è continuare a far parlare di un posto che se fosse per i media tradizionali semplicemente non esisterebbe, non sarebbe considerato minimamente e questo malgrado meno di un anno fa questa cittadina sia salita agli onori della cronaca internazionale per la vicenda legata all’avvelenamento da piombo della rete idrica locale. Se ne è parlato un po’ e poi basta, capitolo chiuso. Del resto, se fosse per i grandi media e i politici, delle tante Flint d’America si smetterebbe semplicemente di parlare, perciò il mio intento è al contrario cercare di far rimanere i riflettori accesi su posti come questo che, ricordiamocelo bene, raccontano di una realtà sociale difficile e di una parte della popolazione che è stata completamente abbandonata a se stessa. Qualcosa che in molti sembrano aver scoperto solo dopo la sciagurata vittoria di Trump."
Claressa e Briana hanno votato alle ultime elezioni o sono comunque state in qualche modo coinvolte dal dibattito suscitato dalla sfida tra Clinton e Trump?
"Non so dire chi e se Claressa abbia votato, ma so che Briana ha votato per Hillary Clinton.
A Flint, dove la maggioranza della popolazione è afroamericana, ha vinto Hillary, ma con delle percentuali infinitamente più basse di quelle che aveva ottenuto Obama e questo anche perché nel corso del suo mandato da queste parti, come in molte altre zone analoghe di tutta l’America, le cose sono cambiate davvero poco e il miglioramento delle condizioni di vita delle persone è stato pressoché impercettibile, sempre ammesso che vi sia stato."
Tra le foto di «Rex» spiccano quelle della ventina di abitazioni cambiate della sue sorelle fin dall’infanzia. Un’immagine plastica della precarietà e della miseria in cui sono cresciute e in cui versa Flint?
"Certamente. Tutti possiamo avere più o meno un’idea di cosa significa essere poveri ma credo sia difficile capire cosa significhi davvero essere senza risorse in un posto come Flint. Per Clarissa e Briana tutto ciò ha significato prima di tutto una enorme e costante instabilità: la loro vita ha conosciuto continui e rapidi cambiamenti come risultato della difficile situazione economica della loro famiglia e il gran numero di case in cui hanno vissuto fin da quando erano molto piccole è un po’ la metafora di questa difficile ricerca della stabilità che ha accompagnato sempre le loro vite. Talvolta si sono spostate anche senza portarsi dietro un granché, lasciando le loro poche cose nel vecchio alloggio insieme ai mobili. Si deve considerare che da queste parti molte case sono state semplicemente abbandonate dai loro abitanti che non avevano più di che pagare l’affitto, e in seguito sono rimaste così com’erano per anni: con i piatti sporchi nel lavello e qualche maglietta buttata su un divano. Le hanno lasciate così, con la porta aperta e l’erba che cresceva in giardino e quel senso di perdita che si percepiva fin dalla strada, camminando. Per questo ho scelto di fotografare tutte le loro case, per tentare di ricostruire il loro percorso attraverso la città e in qualche modo la stessa vita di Flint."

Fonte: Il manifesto 

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