La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 12 febbraio 2017

Sui sì sì e sui no no

di Alessandro Gilioli
Da un lato c'è l'eccellenza della persona. Non sto scherzando, né ho bisogno di fare alcuna captatio benevolentiae: Giuliano Pisapia, che conosco da quasi trent'anni, è una persona eccellente. Lo è da un punto di vista morale (di pratiche, di comportamenti), come da un punto di vista politico (di obiettivi verso cui spostare le cose e di capacità per farlo). È persona, poi, al contempo pragmatica e radicale, e chi mi segue sa quante volte ho parlato, qui e altrove, di pragmatismo radicale.
Dall'altro lato c'è la politica con i suoi protagonisti, i suoi rapporti di forza, soprattutto i suoi contenuti. Con il suo rischio continuo di scordare le real issues, cioè le cose concrete da fare, facendo prevalere i teatrini. E con il suo rischio di ragionare ancora secondo geometrie e schieramenti che non ci sono più nelle cose: "centrosinistra" con o senza trattino, "Ulivo", "Unione", "Italia Bene Comune" etc.
Tutti nomi con cui si indicava ciò che dal '95 in poi era nato come opposizione al berlusconismo, senza un vero disegno politico comune, senza una visione comune della società e dell'economia (ma spesso nemmeno dei diritti civili). E che aveva quindi un senso resistenziale di fronte al cupo conflitto d'interessi del Cavaliere, al suo forzare la politica a se stesso: ma che quel senso lo ha perso da quando è iniziato il declino berlusconiano.
Già, è stato con la fine del berlusconismo che il "centrosinistra" (l'Ulivo, l'Unione etc) hanno smesso di esistere. Perché, finito il berlusconismo, si è ricominciato a discutere di politica. Prima si discuteva solo di una persona: dei suoi capitali dall'origine oscura, delle sue aziende pervasive, dei suoi rapporti incerti con la malavita organizzata, dei suoi Previti e dei suoi Dell'Utri, poi delle sue leggi ad personam, a raffica, una dopo l'altra - un'intera legislatura è stata buttata attorno al Cavaliere e ai suoi processi, mentre l'Occidente si avviava alla peggiore crisi dal Dopoguerra.
Sia chiaro, non ho nessun pentimento di aver partecipato attivamente a quella stagione, di non essere caduto nella trappola del cerchiobottismo e del terzismo, di fronte a Berlusconi; che oggi ci sembra molto meno pericoloso, ma proprio come fa meno paura un cancro dopo che se n'è guariti, dopo che tutte le analisi ti confermano che è scomparso.
Però quella stagione lì è finita - proprio l'elezione di Pisapia a Milano, nel 2011, è stata l'inizio della sua fine - e subito dopo si è iniziato a riparlare di politica.
Quindi, subito dopo è iniziata la diaspora, all'interno del mondo che si era opposto al berlusconismo, perché tornando a parlare di politica sulla politica ci si è divisi.
Su governo Monti, ad esempio, o (peggio) l'Agenda Monti.
Cioè su un'uscita dal berlusconismo tutta improntata all'austerity, ai dogmi del liberismo, al pareggio di bilancio, all'egemonia dei mercati. Un'agenda antisociale, di destra economica. Che una buona parte del Pd (quasi tutto) sposò. Qualcuno con più cautela; qualcuno, che parecchio tempo dopo sarebbe divenuto premier, con entusiasmo.
Poi la diaspora - dentro quella cosa che si era chiamata "centrosinistra", "Ulivo", "Unione" etc - è proseguita, anzi si accentuata. Si è accentuata quando nel centrosinistra, pareggiate malamente le elezioni, si è imposto Matteo Renzi.
Alcuni con Renzi hanno litigato per motivi personali, perché prima facevano parte delle oligarchie del partito e non sopportavano l'idea di essere stati rottamati. E di costoro mi interessa poco, non è questione politica ma di potere, di destini personali.
Ma qualcun altro, molti altri (e qui parlo di elettori più che di ceto politico) hanno invece divorziato nel loro cuore per "real issue", per scelte politiche concrete.
Cioè per l'ulteriore esaltazione di quella che conoscevamo come Agenda Monti. Per le politiche economiche e sociali. Per quello che è stato fatto (dal Jobs Act in giù) e per quello che non è stato fatto (politiche sociali e welfare). Per la grande sensibilità nei confronti delle banche e la mancanza di sensibilità nei confronti del reddito minimo.
Ad esempio, naturalmente.
Comunque: cose vere, concrete, pratiche. E non è esattamente un caso, credo, che uno dei maggiori estensori dell'Agenda Monti abbia poi avuto un ruolo importante anche nell'ispirare e nello scrivere il Jobs Act.
Ad ogni modo: nel centrosinistra (ex Ulivo, ex Unione etc) si è consumata, a partire dalla fine del 2012, una diaspora profonda su cose vere. Sulle scelte politiche ed economiche. Su ciò che si doveva fare e che cosa no.
Una diaspora valoriale che non ha dunque nulla a che vedere con la guerra per bande interna al Pd ("dalemiani", "franceschiniani", "giovani turchi" etc) ma che neppure è così connessa con le vere o presunte asperità di carattere di Matteo Renzi, o con il suo stile sbruffone, le slide e il "chiodo" indossato nelle ospitate dalla De Filippi.
Ma chissenefrega delle slide e del chiodo. È stata una diaspora molto più profonda. Perché sulle cose. Sui contenuti. E che, peraltro, era partita già da prima di Renzi.
Ecco, detto tutto questo posso tornare da dove ho cominciato.
Non sarò mai tra quelli che accusano preventivamente Giuliano Pisapia di voler "fare la stampella" a Renzi. Lo conosco, non è persona che nella vita vuole fare la stampella a chicchessia.
Ma non possiamo neppure fare finta di stare ancora nel 2011, quando a compattarci c'era il nemico Berlusconi. E sarebbe catastrofico (catastrofico) pensare che adesso il grande nemico sia "il populismo", tentando quindi un nuovo compattamento contro di esso, come dice Franceschini.
Né possiamo credere, illudendo prima di tutti noi stessi, che un campo progressista possa fondatamente nascere senza fare i conti con la diaspora che si è verificata, o meglio: sui contenuti e i motivi profondi di quella diaspora.
Che sono, ripeto, sociali ed economici. Di attenzione al basso o all'alto. Ai vincenti o ai dimenticati degli ultimi trent'anni. Ai centri finanziari nei primi municipi o ai casermoni degradati delle periferie, se posso semplificare così.
Tutto qui, quello che penso del progetto Pisapia, per quello che ne leggo e per quello che conosco, che ho visto, che ho vissuto.
Penso cioè che può avere un'anima - e quindi una chance - solo se basata su scelte dirimenti, su real issues.
Sui sì sì e sui no no.
Che il resto, come noto, viene dal Maligno.

Fonte: L'Espresso - blog Piovono Rane 

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