La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 14 febbraio 2017

La serietà di un'economia pubblica e la farsa dei parametri europei

di Roberto Romano
La Commissione Europea ha presentato le previsioni economiche per il 2016, 2017 e 2018. Come ogni anno, dal 2007 in poi, le stime di crescita europee sono più contenute rispetto a quelle dell’anno precedente, con l’incipit che sottolineano le difficoltà che tutto il sistema economico europeo attraversa. Sebbene le previsioni siano di poco migliori rispetto alle indicazioni dell’anno scorso, ma siamo ai decimali, la crescita del PIL dell’area euro rimane contenuta – 1,7% nel 2016, 1,6% nel 2017 e 1,8% nel 2018 -, così come la crescita dell’inflazione che rimanere al disotto del livello del 2% che la BCE ritiene “naturale”: 0,2% nel 2016, 1,7% nel 2017 e dell’1,4% nel 2018.
In altri termini siamo in deflazione, la cosa peggiore che un sistema economico possa sperimentare. In aggiunta, la Commissione Europea ricorda che la disoccupazione rimane molto alta rispetto ai livelli pre-crisi, con dei picchi che mal si conciliano con l’orizzonte europeo: 10% nel 2016, 9,6% nel 2017 e 9,1% nel 2018. In altri termini l’UE osserva, ma non capisce, che il continente non riesce a imboccare un sentiero di crescita sufficiente per affrontare la crisi di struttura che attraversa. Una crisi che affonda nei trattati europei e, in particolare, nel Fiscal Compcat che nel 2017 dovrebbe essere ridiscusso e diventare diritto comunitario.
Sebbene le politiche comunitarie siano inadeguate per gestire la più grave crisi economica che il continente abbia mai affrontato dopo quella del ’29, la gestione rimane ancorata a vecchie policy che mal si conciliano con la crisi di struttura. La Commissione continua a utilizzare i vecchi strumenti predittivi nonostante siano ormai parte dei ferri vecchi delle politiche neo-classiche. In effetti, proprio Padoan continua a richiamare l’attenzione sui criteri utilizzati per calcolare il PIL potenziale, utilizzati per calcolare il deficit strutturale, che il modello dell’UE tende a coincidere con il PIL reale, pregiudicando e condizionando le necessarie politiche espansive per far fronte al calo della domanda. Non è la rivoluzione del pensiero economico, ma utilizzando il modello OCSE sarebbe possibile utilizzare almeno 7-8 mld per stimolare la crescita.
Al netto delle policy europee, le previsioni della Commissione manifestano un segnale preoccupante per l’Italia. In molti pensano alla manovra correttiva da 3,6 mld di euro, ma c’è qualcosa di più grave. Con il passare degli anni, il Paese diventa sempre di più un Paese meno europeo, collocandosi sempre a destra della colonna dei paesi migliori. In altri termini, l’Italia lotta per non retrocedere in serie B perché la struttura economica è da serie B. Con il passare degli anni lo spread di crescita rispetto alla media europea dente a crescere diventa sempre più alto. Ormai è prossimo all’1%. In altri termini l’Italia perde per strada qualcosa come 17 mld di euro ogni anno, con dei livelli di disoccupazione coerenti: 11,7% nel 2016, 11,6% nel 2017 e dell’11,4% nel 2018.
L’Europa continua a richiamare l’Italia sul tema del debito e sul deficit, quest’ultimo migliore di quello registrato da altri paesi in difficoltà come la Francia, ma il tema non è più il controllo della spesa pubblica, piuttosto di politica economica complessiva.
Per riprendere temo già noti agli economisti, l’economia pubblica è una cosa molto più seria del dare e l’avere di un bilancio privato.
Il 2017 è un anno importante per ridiscutere il fiscal compact. Facciamo in modo che tale dibattito diventi una discussione seria.

Fonte: controlacrisi.org

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