La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 26 febbraio 2017

Europeisti e anti-europeisti di destra, due facce della stessa medaglia

di Marco Paciotti 
Porre in discussione il ruolo e le forme istituzionali dell’Europa unita, nonché la sua stessa esistenza, è un compito irrinunciabile dei comunisti, il quale si pone su un terreno scivoloso a causa della contingente concorrenza spietata esercitata dalle destre populiste di tutto il continente sulle stesse tematiche, oltre che del colpevole ritardo nel porre in atto un’analisi e una critica dialetticamente materialista dello sviluppo politico-istituzionale del processo di integrazione europea.
Sul piano della lotta delle idee, sono da un lato le socialdemocrazie europee delle varie tendenze (dai gruppi del Partito del Socialismo Europeo a certi settori della cosiddetta sinistra radicale) ad essersi impegnate in prima linea in una difesa a tratti oltranzista dell’europeismo, la quale, data la sostanziale mancanza di argomentazioni che ne possano mettere in luce eventuali benefici conquistati dalle classi lavoratrici, si risolve in una sorta di dogmatismo pre-illuminista. L’esperienza di Tsipras in Grecia, basata sulla indiscussa convinzione che fosse possibile una trasformazione del sistema all’interno della gabbia costituita dall’Union Europea, ha mostrato inequivocabilmente le debolezze di un tale punto di vista, tanto che il governo SYRIZA-ANEL ha finito per cedere ai ricatti della troika, procedendo a una serie di riforme anti-popolari per certi aspetti peggiori di quelle compiute dai precedenti governi di centro-destra.
Volgendo lo sguardo all’Italia, la frequente menzione quivi compiuta di Altiero Spinelli e del suo manifesto di Ventotene pone la discussione su un livello meramente simbolico e comunque fuorviante, data la sostanziale ininfluenza delle idee federaliste spinelliane sugli attuali fondamenti reali dell’UE e sulla relativa prassi.
L’analisi storica mostra al contrario come la UE che oggi conosciamo prenda origine dal trattato firmato a Maastricht nel 1992 (ovvero nella fase immediatamente legata al collasso del comunismo nell’Europa orientale e alla crisi del movimento operaio internazionale), il quale rispondeva all’esigenza delle classi dominanti di cristallizzare la propria posizione di forza nel mutato quadro internazionale della lotta delle classi.
In una fase storica come quella attuale, segnata dalla evidente manifestazione dei nefasti effetti sociali e del sostanziale fallimento delle politiche economiche dell’Unione Europea, non può non essere messo in luce e sottolineato tale “peccato originale” delle istituzioni sovra-nazionali del continente. Coloro che vivono sulla propria pelle le conseguenze di 25 anni di sfrenato liberismo, le classi popolari, numericamente rinforzate dai settori del ceto medio proletarizzati in seguito alla crescente polarizzazione, finiscono ora per rifiutare in blocco tutto quanto viene proposto o, più o meno apertamente, appoggiato dalle burocrazie di Bruxelles. Questo è quanto hanno mostrato i clamorosi risultati elettorali del 2016, con il voto favorevole alla Brexit e il rifiuto delle riforme istituzionali avanzate dal governo Renzi, a dimostrazione di quanto sia difficile per il capitale organizzare il consenso in una fase caratterizzata dall’esclusione sociale e dall’impoverimento diffusi. Alle classi dominanti non resta quindi che porre rimedio organizzando il dissenso.
Dalla parte apparentemente opposta risultano così sempre più emergenti i partiti delle destre populiste e nazionaliste europee. Complice la crisi organizzativa e ideologica della sinistra anti-liberista, galvanizzati dall’ascesa al vertice del potere della superpotenza americana del proprio paladino internazionale Donald Trump, avvantaggiati dall’immediatezza brutale delle proprie analisi e del proprio linguaggio essi stanno riuscendo meglio di chiunque altro a rendersi interpreti dell’istintivo anti-europeismo delle masse popolari.
D’altro canto, non è difficile smascherare la superficialità della loro opposizione all’Unione Europea. Essa non solo si concretizza in una mera retorica fatta di slogan impostati su un retroterra culturale profondamente xenofobo piuttosto che su veri e propri piani d’azione politica, ma soprattutto rimane confinata al piano puramente sovrastrutturale del problema. Obliando l’origine dello sfruttamento insita nei rapporti di produzione capitalistici, disconoscendo del tutto la dinamica delle lotte di classe come motore della storia, essi brandiscono un’ideologia sovranista, neo-corporativista e protezionista, il cui risultato non può che essere l’approfondimento dello sfruttamento del lavoro, sia pure esso confinato in una sfera prettamente intra-nazionale.
Senza dubbio il rischio di un rafforzamento delle destre rappresentanti il più becero nazionalismo è un’ipotesi non troppo remota nell’attuale scenario politico europeo. Cionondimeno, secondo l’opinione di colui che scrive, non è auspicabile, nell’ottica del fondamentale obiettivo di ricostruire l’autonomia politica dei comunisti, restare sulla difensiva e assumere nei confronti del processo di integrazione europea una posizione giustificazionista che rinunci a metterne in luce il carattere sostanzialmente reazionario e a rivendicare la rottura della “gabbia”. È su questo terreno che, negli anni a venire, si giocherà la lotta per l’egemonia presso le classi popolari. La destra ha lanciato la sua sfida, non lasciamogli l’esclusiva.

Note

[1] Testo del manifesto di Ventotene disponibile su

[2] (devo chiedere a Francesco Schettino la fonte esatta di lettera scritta da Marx sul protezionismo citata a lezione)

Fonte: lacittafutura.it 

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