La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 12 febbraio 2017

Come il neoliberalismo ha aperto la via a Donald Trump

di Zygmunt Bauman 
Ho ancora un vivido ricordo di ciò che sempre meno persone, col passare del tempo, possono ricordare: i nomi che Nikita Khrushchev, avendo deciso di rendere noti, deplorare pubblicamente e condannare, per evitarne il ripetersi, i crimini del regime Sovietico, consegnò alla cecità morale e all'inumanità che era stata fino ad allora il suo marchio: li chiamò “errori e deformazioni”, commessi da Joseph Stalin nel corso della riuscita implementazione di una politica fondamentalmente salutare, giusta e profondamente etica.
Nei lunghissimi discorsi di Khrushchev non c'era spazio per il minimo sospetto che ci doveva essere qualche ingiustizia, indecenza e malignità morale dalla quale quella politica era fin dall'inizio avvelenata e adulterata; e la quale – se non fosse stata fermata e rivista – doveva portare alle atrocità allora denunciate e deplorate.
Quello che nel sistema era la norma fu presentato come una serie di errori commessi da un uomo, al più con la complicità di pochi altri, anch'essi nominabili.
Ricordo anche nitidamente le reazioni alle rivelazioni di Khrushchev. Alcuni, allevati e plagiati come avveniva sotto l'influenza del Ministero Sovietico della Verità, accolsero, anche se non senza qualche marginale difficoltà, la proclamazione che veniva dall'alto.
Molti piansero, lamentando per la seconda volta il dramma della storia nelle loro vite – ma stavolta degradato al rango (contingente, e sicuramente involontario) di gaffes e sviste compiute da un uomo sostanzialmente integerrimo che perseguiva un fine incondizionatamente nobile.
Non sto richiamando alla memoria quegli eventi solo perchè i vecchi come me sono inclini alle reminiscenze – ma anche per la loro inquietante similarità con le reazioni, avute da Hillary Clinton insieme ai suoi simpatizzanti e al suo Partito Democratico dopo la dura sconfitta subita, una sconfitta che coinvolge le politiche neoliberali da essi erroneamente condotte e promesse in caso di vittoria elettorale. A termini come “errori” e “deformazioni”, con i nomi dei colpevoli debitamente allegati, sono stati assegnati in entrambi i casi il ruolo di principale – piena e sufficiente – spiegazione.
Orban, Kaczynski, Fico, Trump – è un elenco incompleto di coloro che già hanno attuato o sono in procinto di attuare – l'imposizione di una legge che ha il suo unico ( e sufficiente!) fondamento nonchè la sua legittimazione nella volontà del governante; in altri termini, la messa in pratica della definizione di sovranità data da Carl Schmitt (una volta pretendente al ruolo di filosofo di corte di Adolf Hitler, si veda il suo Teologia Politica) quale la legge del “decisionismo”.
La lista di quelli che guardano avidamente alla loro audace insolenza, pieni di ammirazione e ansiosi di seguire i loro esempi, si allunga – e velocemente. Purtroppo, il pubblico consenso e la richiesta dei primi e dei secondi, e quindi del principio Ein Volk, ein Reich, ein Führer scritto da Hitler nel 1935 e poi da egli incarnato, sta crescendo velocemente – e forse continuerà a crescere ancora più velocemente.
Ciò che fino a poco tempo fa era un'offerta nel mercato di leaders del tipo “il solo ed unico” si è rapidamente trasformato, finora inesorabilmente, in una domanda nel mercato. Trump è diventato Presidente degli USA perchè ha messo in chiaro agli Americani che sarà quel tipo di leader e perchè gli Americani vogliono essere guidati da un leader di quel tipo.
A un leader decisionista serve solo una acclamazione pubblica ad agire (spontanea o costretta, volontaria o imposta). Le sue decisioni non necessitano di altre condizioni – neanche quella che si supppone derivi da e/o sia imposta da autentiche o putative “ragioni più alte” o supreme, indiscutibili comandamenti sovrumani – come nel caso dell'unzione divina per i monarchi del Medioevo.
Un leader decisionista si avvicina all'assoluto: come Dio nella sua risposta a Giobbe, si rifiuta di spiegare le sue decisoni e non riconosce (nè a lui nè ad altri) il diritto di chiedere una spiegazione e di ottenerla. L'unica spiegazione che la decisione del leader richiede, e che è dovuta a quelli a lui devoti, è la volontà del leader.
La certezza che accadano le cose importanti nella vita è la più avida di sogni sognati da gente stanca e oppressa dall'incertezza (anche se tale certezza può essere anche, come William Pitt il Giovane osservò nel 1783, “il motivo di ogni violazione della libertà umana” e “l'argomento dei tiranni”).
La politica guidata dal principio decisionista è il punto di incontro fra l'allettante argomento dei tiranni e il vorace desiderio degli acclamatori. La nuova era della democrazia liberale, il cui imminente avvento Pitt fu uno dei primi ad adombrare, fu rivolta, possiamo dire, a impedire che tale incontro, per il bene degli interessi umani autentici, avvenisse.
Nel corso dei decenni e dei secoli seguenti, i teorici del diritto nonchè i filosofi della politica unirono le forze per raggiungere – e salvaguardare una volta raggiunto – tale scopo. Misero a disposizione per il raggiungimento di tale obiettivo il loro pensiero e il loro ingegno. La strada per realizzare il proposito (identificato all'atto pratico nel passaggio del potere dai re ai popoli) passò nell'opinione prevalente attraverso misure istituzionali: la divisione fra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, nello stesso tempo mutuamente autonomi e strettamente connessi – per indurli così a negoziazioni permanenti e ad accordi, e per allontanare la tentazione di un potere solitario e potenzialmente assoluto.
Tale tendenza venne complementata da un'altra – di provenienza più culturale che istituzionale. La sua manifestazione fu il motto Liberté, Egalité, Fraternité promosso dai filosofi dell'Illuminismo e presto ricamati sugli stendardi portati da un capo all'altro d'Europa dall'esercito Francese rivoluzionario.
I promotori del motto sapevano che i suoi tre elementi avevano la possibilità di incarnarsi solo con la loro unione. Libertè poteva tradursi in Fraternitè solo insieme a Egalitè; togliendo tale postulato mediano/mediatore dalla triade - Libertè avrebbe probabilmente condotto a ineguaglianza e a divisioni e inimicizia reciproca piuttosto che a unità e solidarietà. Solo la triade nella sua interezza è in grado di assicurare una società pacifica e fiorente, bene integrata e imbevuta di spirito cooperativo.
Esplicitamente o implicitamente, tale presa di posizione fu strettamente associata con il liberalismo “classico” dei due secoli seguenti, nel quale si è convenuto che gli uomini possono essere veramente liberi quando essi siano in grado di fare uso della loro libertà – e solo quando entrambe le qualità, libertà e fratellanza, si realizzano, può seguire la vera Fraternité.
John Stuart Mill trasse dalle sue accurate convinzioni liberali conclusioni socialiste; mentre Lord Beveridge, lo spirito e l'artefice da cui prese le mosse il welfare state universale in Gran Bretagna (e da cui il resto dei paesi Europei prese esempio), considerò e presentò il modello che raccomandava come indispensabile per la realizzazione degli ideali liberali.
In breve: il neo-liberalismo, l'attuale filosofia oggi egemone, condivisa dalla quasi interezza dello spettro politico (e certamente tutta la parte definita da Trump e dalla stampa a lui vicina come l'establishment destinato alla scomparsa per mano della collera popolare) si è distaccato dal suo predecessore e se ne è posto in palese opposizione facendo esattamente quello che il liberalismo classico aveva valorosamente combattuto per impedire salti all'indietro: e lo ha fatto mettendo, in pratica, da parte il precetto di Egalité – togliendolo dalla triade dei principi Illuministi – anche se non sempre dal suo discorso.
Dopo trenta/quaranta anni di indiscussa – e senza sostanziali sfide – egemonia della filosofia neo-liberale in un paese di grandi aspettative e anche, grazie ai politici neo-liberali, di frustrazioni non da meno, la vittoria elettorale di Trump è diventata del tutto predeterminata. Date le circostanze, agli errori e deformazioni ansiosamente cercati, costruiti e così tanto dibattuti dai maggiori opinionisti, non restava che il ruolo di raffreddare la torta (sovraccotta?) rimasta troppo in forno.
Per i sedicenti portatori di grandi aspettative e i conquistatori della grande frustrazione, demagoghi e manipolatori di tutti i tipi, in breve si può dire: ai personaggi che si proclamano e credono di essere uomini (o donne) forti la cui forza si misura dalla loro capacità di spezzare piuttosto che osservare le regole del gioco attribuite e custodite dall'establishment, il loro comune nemico – tali circostanze valgono un giorno campale. Noi (mi riferisco alla gente preoccupata delle loro azioni e ancora più preoccupata di quelle che potrebbero potenzialmente fare), abbiamo ragione di essere scettici circa le soluzioni veloci e l'uscita istantanea dai problemi. Soprattutto se confrontiamo le opzioni, che sono date dalla scelta fra il diavolo e un mare profondo.
Poco prima di morire, il grande Umberto Eco, grazie ai suoi studi sulla materia, ha tracciato nel suo brillante saggio La creazione di un nemico la seguente mesta conclusione: “l'importanza di avere un nemico non è solo nel definire la nostra identità ma anche nel trovarci un ostacolo in raffronto al quale misurare il nostro sistema di valori e, nel cercare di superarlo, dimostrare il nostro valore”. In altre parole: ci serve un nemico per sapere chi siamo e chi non siamo; saperlo è indispensabile per il nostro autocompiacimento e per la nostra autostima.
E aggiungeva: “così, quando non abbiamo un nemico, dobbiamo inventarlo”. Un codicillo: “ I nemici sono diversi da noi e osservano usi che non ci appartengono. L'epitome della diversità è lo straniero”.
In effetti, il problema con uno straniero è che egli è troppo spesso davvero un estraneo – non solo nel senso di osservare costumi diversi, ma anche – e soprattutto – perchè risiede oltre il reame della nostra sovranità e così oltre il nostro ambito di controllo.
Non dipende del tutto da noi fare di tali persone dei nemici e metter la nostra ostilità in pratica (anche se, naturalmente, varcano i confini intenzionati a stabilirsi fra noi). Se la sovranità consiste nella capacità “decisionista” di agire in base alla volontà di un solo soggetto, allora molti singoli stranieri non sono adatti al ruolo di nemico secondo la definizione di Eco.
In molti casi (forse in tutti?) è meglio cercare, trovare o inventare un nemico vicino a casa e magari all'interno del cancello. Un nemico visibile e palpabile è per molte ragioni più adatto (e soprattutto facile da controllare e manipolare) rispetto al membro, visto raramente, di una totalità immaginata.
Già nel Medioevo, la funzione di nemico nel caso degli stati Cristiani fu perfettamente svolta agli eretici, dai Saraceni e dagli Ebrei – tutti residenti nei regni delle dinastie e delle chiese dalle quali vennero presi di mira.
Oggi, nell'era che favorisce l'esclusione invece dell'inclusione e la prima (ma non la seconda) diventa rapidamente una misura consueta alla quale ricorrere meccanicamente, le scelte interne diventano ancora più attraenti.
La scelta più popolare fra gli uomini (o donne) forti o aspiranti tali, quando bisogna trovare chi interpreti il ruolo del nemico (che è, come spiegato da Eco, processo di autodefinizione, integrazione e autoaffermazione) – che è in realtà una vera e propria meta-scelta, la quale determina le altre scelte per associazione o derivazione – è attualmente l'establishment: impalpabile come la nebbia (felicemente per i suoi sostentori e per i loro aspiranti soldati a piedi) è questo una dequalificata branca di esseri del passato che sono sopravvissuti al loro tempo e che con grande ritardo vengono relegati dalla storia e registrati nei suoi annali come un aggregato di autoipocriti e inetti falliti. Per semplificare la resa dei conti: l'establishment rappresenta il ripugnante, decadente e poco attraente passato, e gli uomini (o donne) forti, pronti a mandarlo nel pattume a cui appartiene, rappresentano le guide del nuovo inizio, dopo il quale lui (o lei) che è stato il nulla sarà tutto.

Articolo pubblicato su Social Europe 
Traduzione a cura di Sergio Farris per facciamosinistra!

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