La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Uno stile adatto all’urgenza dei tempi

di Giuliano Battiston
È all’inizio degli anni Novanta, con Le sfide dell’etica (Feltrinelli), che Zygmunt Bauman imbocca la strada che nei decenni successivi lo avrebbe reso celebre in tutta Europa, rendendolo un autore di successo, amato dal grande pubblico. Una strada percorsa in modo consapevole. Scelta, non a caso, dopo aver abbandonato l’insegnamento all’università di Leeds, ultimo approdo di una peregrinazione che dall’università di Varsavia lo avrebbe condotto fino a quelle di Haifa e Tel Aviv, presto abbandonate per l’impiego nel Regno Unito, dove è morto ieri. Negli anni Novanta il sociologo polacco si dichiara deluso. Intorno ai concetti di postmodernità e postmodernismo, sui cui pure aveva ragionato a lungo, si era creata una «grande confusione semantica».
BAUMAN È MOSSO da un obiettivo preciso. Intende analizzare continuità e discontinuità nella modernità – che per lui è un «uno stato di modernizzazione permanente, ossessiva e compulsiva» –, mentre quei termini alludono soltanto alla discontinuità, a una «collezione di assenze». Decide dunque di archiviarli, concentrando l’attenzione su quello «spazio globale» di cui inizia a parlare in modo esplicito proprio in alcune pagine de Le sfide dell’etica. La scelta lessicale, il passaggio dal «postmoderno» al «globale» riflette anche una scelta stilistica, un nuovo orientamento verso i destinatari dei suoi testi: Bauman abbandona il tradizionale stile accademico, con le sue formule espressive rigidamente codificate e le sue precise esigenze editoriali, e ne adotta uno più frammentario, veloce, adatto a un pubblico ampio ed eterogeneo. Uno stile nuovo, consono all’urgenza dei tempi, alle «multiformi trasformazioni che stanno investendo la condizione dell’uomo di oggi», come scrive alla fine degli anni Novanta in Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone. Si tratta di un testo esemplare, già dal titolo: come ricorda Keith Tester ne Il pensiero di Zygmunt Bauman (Erikson 2005), «Bauman avrebbe elaborato una sociologia articolata su due livelli di studio della condizione umana, quello ’meta’ e quello, più circoscritto, della ’politica della vita’».
Al primo livello Bauman si occupa della globalizzazione, sul secondo livello analizza la modernità liquida, la liquefazione di quei modelli di dipendenza e interazione, dall’amore al lavoro, sui quali avrebbe costruito i suoi testi più fortunati e senza i quali non rimane che un Mann ohne Verwandtschaften, un uomo privo di legami, «tipico abitante della nostra società liquida-moderna», modellato non a caso sulla falsariga di quell’Uomo senza qualità descritto da Musil, uno degli scrittori insieme a Kundera, Perec, Borges con cui Bauman ha dialogato a distanza per tutta la vita.
PER L’AUTORE de La società sotto assedio l’affermarsi dei processi di globalizzazione – il divorzio tra potere e politica caratteristico della modernità degli Stati-nazione – conduce infatti alla riduzione dei problemi sistemici, creati a livello sociale, in questioni meramente personali, da affrontare individualmente. Sono ormai lontani sia Freud che Lévinas: sia l’idea che, per funzionare, una civiltà debba reprimere il principio di piacere, sia l’idea che la società sia innanzitutto un meccanismo per «ridurre la responsabilità verso-l’Altro», illimitata. La responsabilità, dice Bauman, «ormai si esaurisce nella responsabilità verso se stessi». O almeno così appare. Perso in una società globale ma individualizzata, alla continua ricerca di una gratificazione istantanea, espulso ai margini della società da processi economici che appaiono irreversibili, l’individuo rischia infatti di dimenticare le «ancora occulte possibilità umane». Rischia di scordare che ogni ordine sociale, anche se presentato come necessario e inalterabile, non è che provvisorio, revocabile e contingente.
COMPITO DELLA SOCIOLOGIA, ha ribadito Zygmunt Bauman fino all’ultimo, è interrogarsi su quelle possibilità. Partendo dalle domande giuste: perché «nessuna società che dimentichi l’arte del porsi domande o che permetta a quest’arte di cadere in disuso può sperare di trovare risposte ai problemi che l’assillano, certamente non prima che sia troppo tardi e che le risposte, benché corrette, siano divenute irrilevanti».

Fonte: il manifesto 

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