La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Una proposta di disavanzi pubblici semi-permanenti

di Francesco Saraceno 
A causa della sua profondità e della sua lunghezza, la crisi ha innescato un interessante dibattito fra gli economisti se le economie avanzate potranno tornare ai tassi di crescita realizzati nella seconda metà del ventesimo secolo. Una visione, portata avanti da Robert Gordon, si concentra sui fattori dal lato dell'offerta. Gordon ritiene che ad ogni rivoluzione tecnologica che si sussegue l'impatto potenziale è inferiore, e che in questo particolare momento “il più lento potenziale di crescita dal lato dell'offerta, che deriva non da una più lenta crescita della produttività ma dalla più lenta crescita della popolazione e dal declino della partecipazione alla forza lavoro, riduce la necessità di formazione del capitale e questo, a sua volta, indebolisce la domanda aggregata e contribuisce al declino nella crescita della produttività”.
In un famoso discorso al FMI nel 2013, poi sviluppato in vari altri contributi, Larry Summers ha riutilizzato una frase degli anni '30, la “stagnazione secolare”, per descrivere un dilemma che le economia avanzate si trovano di fronte. Summers sviluppa alcuni argomenti di Gordon, per sostenere che l'inferiore progresso tecnico, la più lenta crescita della popolazione, la rinuncia delle imprese agli investimenti finanziati con il debito, hanno contribuito a rinviare i piani di investimento. Nel contempo, i postumi della crisi debitoria, l'accumulazione delle riserve (private e pubbliche) indotte dall'instabilità finanziaria, la crescita dell'ineguaglianza di reddito, tendono a dare la precedenza ai piani di risparmio. Ne risulta un tasso di interesse naturale prossimo allo zero se non addirittura negativo, che conduce a un eccesso strutturale di risparmio rispetto all'investimento. Summers ritiene che la maggior parte dei fattori i quali esercitano una pressione al ribasso sul tasso di interesse naturale non sono ciclici ma strutturali, cosicchè l'attuale situazione di eccesso di risparmio è destinata a persistere dal medio al lungo termine, e il tasso d'interesse naturale potrebbe restare negativo anche dopo l'attuale crisi ciclica.
La conclusione non è particolarmente rassicurante, dato che i politici si troveranno per parecchi anni a navigare tra lo Scilla dell'accettare un permanente eccesso di risparmio e bassa crescita (insufficiente per aggredire la disoccupazione), e il Cariddi di cercare un contrasto alla stagnazione secolare alimentando bolle per eliminare l'eccesso di risparmio, al prezzo di aumentare l'instabilità e i rischi di una violenta crisi finanziaria simile a quella recente.
Il già capo economista del FMI Olivier Blanchard ha discusso, sul piano della politica macroeconomica, le implicazioni dell'ipotesi di Summers. Se i tassi d'interesse rimarranno a (o vicino) zero anche una volta superata la crisi, la politica monetaria si troverà continuamente fra Scilla e Cariddi. La crisi recente è un buon caso di studio per questo dilemma, con le due maggiori banche centrali sotto tiro da diverse direzioni, per opposte ragioni: la Fed per avere mantenuto i tassi troppo bassi contribuendo alla bolla immobiliare e la BCE per avere fatto troppo poco e troppo tardi durante la crisi dell'Eurozona.
Prescindendo dal “Consenso” che Blanchard ha contribuito a creare, egli conclude che, ai fini della stabilizzazione macroeconomica, l'esclusivo affidamento nella politica monetaria dovrebbe essere rivisto.
Con i bassi tassi d'interesse che rendono la sostenibilità del debito un non-problema; con la deregolazione dei mercati finanziari che mette a rischio i rendimenti e si ripercuote su PIL e attività economica; e con la politica monetaria (quasi) costantemente al limite inferiore dello zero, la politica fiscale dovrebbe riguadagnare un ruolo preminente fra gli strumenti di regolazione macroeconomica, oltre il ciclo. Questo è un progresso metodologico molto importante.
Tuttavia, nel suo appoggio alla politica fiscale, Blanchard tira dritto a una conclusione che deriva dalla sua personale interpretazione della stagnazione secolare: se l'economia è destinata a rimanere bloccata in una situazione semi-permanente di risparmio in eccesso, e se la politica monetaria non è in grado di riassorbire lo squilibrio, allora la politica fiscale potrebbe assumere un nuovo ruolo, che vada oltre la stabilizzazione di breve periodo che Blanchard (e Summers) contemplano. In effetti, ci sono due modi per evitare che l'eccesso di risparmio ex ante sfoci in una depressione economica: uno che consiste in un risparmio esterno negativo semi-permanente (un surplus del conto corrente), o uno che consiste in un risparmio negativo semi-permanente del governo. La prima opzione, il modello trainato dalle esportazioni che la Germania sta generalizzando al livello dell'UME, non è fattibile, tranne che per un singolo paese il quale realizza strategie non cooperative, perchè i saldi aggregati di conto corrente devono essere uguali a zero. La seconda opzione, un deficit del governo semi-permanente, deve essere esaminato ulteriormente, specialmente nelle sue implicazioni macroeconomiche per la governance dell'UME.
Ci sono diversi modi, non necessariamente attuabili politicamente, per permettere ai paesi dell'UME di avere dei deficit semi-permanenti. Uno potrebbe essere il ripristino della sovranità nazionale sul bilancio (stracciando il Patto di Stabilità). Il che significherebbe fare affidamento sulla disciplina del mercato solo per il mantenimento della responsabilità fiscale. In alternativa, al lato opposto dello spettro, i paesi potrebbero creare una capacità di spesa federale (che implicherebbe l'istituzione di un ministro delle finanze nell'UME con capacità di spesa, l'emissione di eurobond, ecc.). Una tale ipotesi è tanto irrealistica quanto la prima. In un mondo ideale, la crisi e la deflazione sarebbero affrontate tramite un ampio programma Europeo di investimenti, finanziati dal bilancio Europeo e da eurobond. Infrastrutture, crescita rispettosa dell'ambiente, economia digitale, sono solo alcuni dei settori per i quali la scala di investimento Europea è ottimale, e per i quali un piano coordinato di lungo corso sarebbe necessario. La crescente sfiducia fra i paesi Europei sfiancati dalla crisi, e la feroce opposizione della Germania e degli altri paesi nordici a ogni ipotesi di mutualizzazione del debito, rendono questa strategia virtualmente impossibile. La soluzione deve quindi essere trovata a livello nazionale, senza abbandonare una generale coordinazione europea, che garantirebbe programmi di investimento effettivi e fiscalmente sostenibili.
In generale, il moltiplicatore associato all'investimento pubblico è maggiore rispetto al moltiplicatore della spesa complessiva. Ciò è particolarmente vero in tempi di crisi, quando l'economia è, come oggi, al limite inferiore dello zero. Insieme a Kemal Dervis ho proposto che la UME adotti una regola fiscale simile a quella realizzata nel Regno Unito dal Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown negli anni '90 e applicato fino al 2009. La nuova regola richiederebbe che i paesi tenessero in equilibrio il bilancio corrente, mentre l'accumulazione di capitale pubblico verrebbe finanziata con debito. La spesa per investimenti, altrimenti detto, sarebbe esclusa dal calcolo del deficit, un principio che timidamente emerge anche nel piano Juncker. Una regola simile stabilizzerebbe il rapporto fra debito e PIL, concentrerebbe i tentativi di consolidamento nei capitoli di spesa pubblica meno produttivi, e assicurerebbe l'equità intergenerazionale (le future generazioni sarebbero chiamate a finanziare solo parzialmente lo stock di capitale pubblico che a loro resterebbe). Infine, ma non meno importante, specialmente nella situazione corrente, l'entrata in vigore di una simile regola non richiederebbe la modifica dei trattati, ed è già in discussione, anche se timidamente, nei circoli politici Europei
Per evitare la propensione alla spesa in conto capitale che la regola d'oro innescherebbe, proponiamo che a intervalli regolari, ad esempio in concomitanza con la trattativa per il bilancio Europeo, la Commissione, il Consiglio e il Parlamento, trovino un accordo sulle priorità dell'Unione e facciano un elenco di capitoli di spesa esentati, per gli anni seguenti, dal calcolo del deficit.

Articolo pubblicato sul blog dell'Autore 
Traduzione per facciamosinistra! a cura di Sergio Farris

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