La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 12 gennaio 2017

Un piano Marshall contro la povertà

di Leopoldo Grosso e Don Armando Zappolini
L’analisi del voto, sia quello delle elezioni amministrative, sia quello referendario per le caratteristiche che ha assunto pro-contro il Presidente del Consiglio e il suo governo, ha mostrato quanto l‘aumento della povertà e la crescita delle disuguaglianze si traducano in un malcontento che punisce chi ha responsabilità di governo e non ha assunto come priorità la questione sociale.
Il crescente impoverimento del ceto medio di fronte all’allargarsi della povertà assoluta e relativa,le diminuite possibilità di mobilità e ascesa sociale, la mancanza di lavoro per i giovani, la disoccupazione e l’assoluta insufficienza degli interventi di protezione e di tutela delle persone e delle loro famiglie rimaste senza reddito,gli sfratti esecutivi per morosità incolpevole che spesso esitano nella separazione del nucleo alla ricerca di un’ospitalità provvisoria, pongono oggi alla politica domande ineludibili e l’assunzione di chiare priorità .L’esigibilità dei diritti sociali e il rispetto degli articoli della Costituzione in merito richiedono la creazione di un «piano Marshall» per l’occupazione che sappia coniugare reddito e opportunità di lavoro, a partire dalle tante urgenze e necessità che, dall’agricoltura alle energie rinnovabili,dal dissesto idro-geologico alla valorizzazione dei beni culturali, dal lavoro di cura alla protezione dell’ambiente, i vari territori avvertono e denunciano.
I venti miliardi del decreto «salva banche» hanno dimostrato che ,quando c’è la volontà politica, le risorse finanziarie sono reperibili. In 18 miliardi è stata stimata la spesa per il reddito di cittadinanza,la misura di contrasto alla povertà e di inclusione sociale di cui tutti i paesi europei sono dotati tranne Italia e Grecia. Non è tollerabile la comparazione tra uno «scudo» a protezione di chi ha investito in titoli truffaldini più di 100.000 euro e un sussidio di 400 euro solo a chi, con figli, per poterne beneficiare, non deve avere un reddito superiore a 3000 euro annui! Se ne avvantaggerebbero 2 persone povere su 10. È la celebrazione del paradosso dell’ossimoro dell’«universalismo selettivo» proposto dal ministro Poletti. Sono le briciole di un miliardo e mezzo di stanziamento quando, per tamponare la situazione, tutti gli studi asseriscono che ne sono necessari almeno 8 miliardi. È elemosina anticostituzionale.
La campagna «Miseria Ladra», nata tre anni fa e declinata nei vari territori di tutta Italia sotto la spinta del Gruppo Abele e di Libera che l’hanno promossa intende rilanciare, città per città, le iniziative di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze sociali, con l’obiettivo di creare reti di associazioni e di cittadini che si attivino a partire dalle necessità territoriali, coniugando la protesta con la proposta, l’aiuto alle persone indigenti e in difficoltà con la sollecitazione e la collaborazione con gli Enti locali. I Comuni che mostrano adeguata sensibilità alla problematica e che, per legge, devono comunque provvedere alle misure di Sostegno di Inclusione Attiva (Sia) la cui finalità consiste nel combinare l’aiuto economico (per quei pochi indigenti selezionati) con la riqualificazione professionale, coi lavori socialmente utili e con le necessità del territorio, non possono pensare in termini autoreferenziali. Spesso,e non solo i Comuni più piccoli, mancano di personale e talvolta anche delle competenze specifiche necessarie. Non è auspicabile che le già ridottissime risorse stanziate per la povertà vengano adoperate, anche solo in parte, per potenziare la macchina dei Comuni e dei Consorzi socio-assistenziali. C’è bisogno dell’apporto di tutti, e in particolare delle organizzazioni che storicamente si sono confrontate con la problematica, con l’obiettivo la valorizzazione delle loro capacità,i bisogni del territorio, il fare – col volontariato e la cittadinanza attiva – « impresa sociale».
È questa la direzione che dovrebbe assumere un provvedimento per il reddito di dignità che abbia il coraggio di non ridursi ad essere una piccola pezza per pochi beneficiari a fronte di una platea molto più ampia di persone in stato di bisogno.

Fonte: il manifesto 

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