La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Processi globali: le "Espulsioni" di Saskia Sassen

di Paolo Missiroli
L’interesse di Saskia Sassen è storicamente rivolto alle dinamiche sociali che hanno un respiro globale. I suoi lavori hanno infatti riguardato le città globali, le migrazioni ed altri temi che caratterizzano la globalizzazione intesa come processo unitario avente una serie di caratteristiche relativamente costanti nel tempo e nello spazio. Il suo lavoro, collocandosi, anche politicamente, nello stesso “spazio teorico”, quello della teoria critica contemporanea e dello studio della globalizzazione, di teorici post-coloniali come Dipesh Chakrabarty, si trova dunque immediatamente all’interno di un’ambiguità di fondo. Si tratta del problema della molteplicità delle storie ed, allo stesso tempo, delle loro relazioni reciproche.
Caratteristica tipica della modalità moderna di concepire la storia, infatti, è, come spiega Reinhart Koselleck in Futuro Passato, il superamento delle storie medievali e la riunificazione di esse in una sola Storia, che viene collocata all’interno di un processo storico più o meno coerente e più o meno unitario. La storia, per come la concepiscono i moderni, è essenzialmente una ed indivisibile. Questa prospettiva, come è noto, già criticata nel corso del ‘900, è entrata definitivamente in crisi a partire dagli anni ’80 del XX secolo, sopratutto grazie alla nascita del pensiero post-coloniale e, da un punto di vista filosofico, dallo sviluppo e dalla recezione di quello post-strutturalista. In Provincializzare l’Europa, Chakrabarty, infatti, mette in crisi l’idea di un solo tipo di storia possibile, valorizzando piuttosto, sia da un punto di vista ontologico (relativo alla struttura stessa di questo tempo) che da uno metodologico-epistemico (riguardante cioè la comprensione dei processi), quella che anni dopo chiamerà la convergenza delle storie, cioè la necessità di pensare una molteplicità di processi nella loro autonomia, senza ricondurli a priori ad un’unica teoria totalizzante. Evidentemente, questo processo di ripensamento della struttura della storia ha molto a che fare con la critica ad un certo marxismo che aveva pensato i processi storici della modernità come del tutto determinati dal processo del modo di produzione capitalistico, impedendo così, oggettivamente, la reale comprensione dei processi (ed anche, al fondo, del capitalismo medesimo).
Come però spesso accade, questa valorizzazione della molteplicità della storie, certamente fondamentale da un punto di vista teorico, ha spesso portato a rivendicazioni tali della necessaria minorità delle storie di cui si parlava, della loro indipendenza da uno schema più generale, della loro località, da giungere in alcuni casi a quelle che apparivano vere e proprie rivendicazioni di scetticismo epistemico che ad uno sguardo che voglia almeno in parte comprendere il presente paiono difficilmente accettabili. In altre parole, se la rivendicazione dell’indipendenza ontologica, ad esempio, del problema ecologico e di quello del capitalismo è certamente valida ed oramai difficilmente negabile, è anche vero che non riconoscere la loro relazione può risultare altrettanto semplicistico di una riduzione di uno dei due problemi all’altro. Si tratta, insomma, di riconoscere, come sostiene lo stesso Chakrabarty, la convergenza delle storie, di crearla nell’approccio teorico che si porta avanti. In altre parole, il fatto della globalizzazione e della storia di quest’ultima non può che essere prodotto a posteriori, come convergenza di storie, ma deve, pur nella sua relatività e continua rivisitabilità, essere creato, se si vuole comprendere il presente.
Questo il contesto in cui dobbiamo leggere il lavoro di Sassen e quest’ultima la critica che essa sembra porre a questo proliferare della specializzazione anche in campo storiografico. Il suo lavoro, Espulsioni, è in effetti il tentativo di pensare determinati processi nella loro dimensione globale, al di là delle loro differenze specifiche, che certamente sono presenti, ma che non impediscono di sostenere che nel mondo globalizzato, alcuni processi si riproducono relativamente simili in tutto il mondo: “Il contributo che cerco di dare è una teorizzazione che, prendendo le mosse da fatti elementari, ci porti sull’altro versante delle differenziazioni geopolitiche, economiche e culturali tradizionali.”
Questi processi sono ricondotti da Sassen sotto la categoria di esplulsione. Secondo Sassen, infatti, è attiva nel mondo globalizzato, nel mondo odierno, una logica comune di espulsione che accomuna diversi processi apparentemente eterogenei: in primo luogo le espulsioni di migranti, ma anche le espulsioni dei lavoratori dal mercato del lavoro e la crescita della disoccupazione, l’espulsione dai territori coltivati di intere popolazioni nel terzo mondo, per giungere all’espulsione della vita stessa da interi luoghi del mondo. Altro punto fondamentale citato da Sassen è l’espulsione dalla biosfera di specie, di ecosistemi, di territori di vita. Si tratta qui della crisi ecologica. Essa è vista come dimensione essenziale di questa logica di espulsione senza ritegno nemmeno per le condizione stesse di esistenza della vita.
Significativo al riguardo dell’argomentazione più generale di Sassen appare il paragrafo riguardo alla carcerazione negli USA. Qui Sassen, analizzando la privatizzazione del sistema carcerario statunitense, sostiene che il processo di espulsione dalla società di molte persone per l’incarcerazione o la detenzione prolungata (1 americano su 31 è stato o è in prigione) sono un portato della logica predatoria che caratterizza queste società private che ora gestiscono le prigioni, che hanno ogni interesse a mantenere in prigione per più tempo possibile il maggior numero di persone possibile, ricavando così maggiori finanziamenti. La logica dell’espulsione, dunque, pur avendo molteplici cause, si esplica negli ambiti più inaspettati.
Più conosciuto e più comune ai ragionamenti interni alla teoria critica è il ragionamento relativo alla disoccupazione come forma di espulsione collettiva dalle nostre società. Come è noto, essendo ancora oggi il lavoro unico mezzo di sostentamento e di riconoscimento sociale per una moltitudine di persone, la perdita dello stesso provoca un’evidente espulsione da quella rete, anche simbolica, che è la società.
Certamente qui si pone, non tematizzato fino in fondo da Sassen, il problema del fuori all’interno delle società capitalistiche. Infatti, se è certamente vero che in un certo senso questo capitalismo butta fuori, a differenza di quello dei Trenta Gloriosi, che era un capitalismo il cui scopo principale era portare tutto dentro, per potere allo stesso tempo aumentare la velocità e la potenza di valorizzazione e fermare la rivolta sociale (non riuscendo, com’è evidente dal ’68, in questo grandioso tentativo), è allo stesso tempo vero che chiunque abbia letto Marx sa bene che ogni massa di disoccupati non è mai al di fuori del modo capitalistico di produzione, ma gli è essenziale in quanto esso è sempre un esercito industriale di riserva, fondamentale per tenere basso il costo del lavoro per il capitalista. Vi è qui tutta la dialettica interno-esterno che si manifesta nella sua potenza, che è uno dei punti di maggior forza del capitalismo. Espellere è sempre un processo di aggiustamento di problematiche che sono interne al capitale, è sempre un tentativo (che genera problemi a sua volta) di risolvere problemi interni.
Vi è probabilmente un punto di criticità del lavoro, peraltro fonte di importanti informazioni sullo stato di questi processi a livello globale: in esso non vi mai una reale produzione del concetto di espulsione. Esso rimane sempre solo abbozzato: espellere per Sassen vuole semplicemente dire mettere fuori. Sassen lascia il concetto al suo significato nella lingua comune, rendendolo così praticamente inservibile, a meno che non si vogliano rischiare analisi banali e di fatto inutili, a qualsiasi lavoro ulteriore. Sarebbe forse stata necessaria una maggiore concentrazione sul livello teorico (esemplificativo, a questo proposito e rispetto a processi più o meno simili, è il libro di Sandro Mezzadra e Breitt Neilson, che, avendo dedicato un libro al Confine ne hanno anche, a differenza della Sassen, prodotto il concetto. Su Pandora lo abbiamo recensito qui). In questo modo il testo di Sassen rischia di divenire, se non ulteriormente approfondito da un’analisi teorica di questo concetto di espulsione (che dovrebbe, pare, prendere in considerazione quella dialettica interno-esterno di cui parlavo sopra e spiegarla con dovizia di particolari) un semplice elenco, pur importante, di fatti che si verificano, avendo magari una somiglianza di famiglia, in giro per il mondo. Se invece si vuole ragionare su una storia globale, che dia certamente autonomia alle storie particolari, ma non rinunci ad un tentativo di comprensione (relativa e mai totalizzante) delle dinamiche del mondo globale, è probabilmente necessario approfondire di più, rispetto a quanto non faccia Sassen, il lato teorico. Mai come in questo libro appare come l’empirismo radicale (cifra dell’approccio sasseniano al concetto di espulsione, volto in qualche modo a farlo emergere dalla semplice descrizione di una molteplicità di processi) sia insufficiente ad un’analisi teorico-storica approfondita.

Fonte: Pandora Rivista 

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