La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 gennaio 2017

Primo: serve un reddito di base

di Gwynne Dyer 
Il messaggio principale che ci ha lasciato il 2016 è che siamo entrati in un periodo di sconvolgimenti economici e politici paragonabili alla rivoluzione industriale tra il 1780 e il 1850. Niente ha espresso più chiaramente questo concetto della nomina di Andrew Puzder a ministro del lavoro da parte di Donald Trump. Anche se è evidente che nessuno dei due comprende davvero il messaggio. Puzder avrà un’ampia fetta della responsabilità di soddisfare la promessa elettorale di Trump di “riportare a casa” i posti di lavoro persi nel settore industriale statunitense. Sono sette milioni negli ultimi 35 anni.
È questo che ha creato la rust belt e ha fatto salire al potere Trump. Ma Puzder è un magnate dei fast food che è diventato ricco abbattendo i costi e non ha mai avuto da ridire sull’uso dei computer al posto dei lavoratori in carne e ossa.
“Sono gentili, fanno sempre upselling, non vanno mai in vacanza, non arrivano mai tardi al lavoro, e con loro non ci sono mai cause legali per infortuni sul lavoro o per discriminazione di età, sesso o razza”, ha dichiarato Puzder con entusiasmo. Inoltre non fanno mai pause per mangiare o andare in bagno, lavorano 24 ore al giorno e non devono essere pagati. E quindi, facciamola finita coi lavoratori e diamo spazio ai robot.
Le macchine intelligenti
La realtà è che non sono stati degli stranieri malvagi a “rubare” la maggior parte di questi sette milioni di posti di lavoro statunitensi. E non saranno loro a eliminare i quasi cinquanta milioni di altri posti di lavoro che probabilmente verranno bruciati nei prossimi vent’anni. Sono le “macchine intelligenti” che hanno fatto il grosso del danno, a partire dalle semplici catene d’assemblaggio e dai bancomat (“ogni bancomat contiene i fantasmi di tre bancari”).
Ma l’automazione va avanti, sostituendo abilità sempre più raffinate. Le prime automobili senza conducente sono già nelle strade degli Stati Uniti: si tratta di un’ulteriore perdita di quattro milioni di posti di lavoro, a partire dai tassisti e dai camionisti. Negli ultimi anni i posti di lavoro ricoperti da statunitensi nel settore manifatturiero bruciati dall’automazione sono stati otto per ogni posto di lavoro perso a causa della “globalizzazione”. E le cose non potranno che peggiorare.
Uno studio del 2013 ha concluso che il 47 per cento dei posti di lavoro esistenti negli Stati Uniti saranno vulnerabili all’automazione nei prossimi vent’anni. E le statistiche sono le stesse per gli altri paesi sviluppati. È questo il vero motivo della “rivoluzione populista” che ha spinto due delle più vecchie democrazie del mondo a fare scelte politiche assurde e autolesioniste nell’ultimo anno: prima la Brexit, poi Trump.
Uscire dall’Unione europea creerà gravi danni all’economia britannica e mettere un uomo come Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti è un grave errore. Eppure metà degli elettori di ciascun paese era così arrabbiata da non curarsi delle probabili conseguenze negative del loro voto.
E non finisce qui. Il populista Movimento 5 stelle di Beppe Grillo potrebbe vincere le prossime elezioni in Italia. Il Front national di Marine Le Pen (non più apertamente antisemita ma ancora fondamentalmente neofascista) potrebbe vincere le elezioni presidenziali della prossima primavera. Nei Paesi Bassi e in Germania i partiti di estrema destra e antimmigrazione potrebbero trovare posto nelle coalizioni di governo dopo le prossime elezioni.
Ritorno agli anni trenta
Alcune persone temono che ci troveremo di fronte a una ripetizione degli anni trenta. La crescita economica è rallentata dopo la crisi del 2008 e la disoccupazione è molto più alta di quanto sembri. La statistica ufficiale sulla disoccupazione negli Stati Uniti è appena del 5 per cento, ma quasi un terzo dei maschi statunitensi tra i 24 e i 54 anni sono “economicamente inattivi”. È per questo che, in tutto il mondo sviluppato, stanno nuovamente spuntando fuori dei leader populisti arrabbiati.
Gli “sporchi anni trenta” si sono conclusi con la seconda guerra mondiale e oggi ci sono alcuni evidenti paralleli. L’Unione europea comincia a cedere colpi e Donald Trump ha parlato di ridurre il contributo economico degli Stati Uniti alla Nato. Ha anche minacciato d’imporre pesanti dazi sulle esportazioni cinesi negli Stati Uniti, anche se probabilmente non è una buona idea forzare troppo la mano con una Cina già in difficoltà economiche.
Per fortuna non siamo negli anni trenta. Non ci sono dittatori indemoniati che promettono di vendicarsi delle guerre perdute, e i sussidi statali fanno in modo che la disoccupazione non sia più una catastrofe per buona parte degli abitanti dei paesi occidentali. La vecchia classe lavoratrice (e in parte anche la classe media) bianca è arrabbiata perché i posti di lavoro stanno scomparendo e perché l’immigrazione sta cambiando la composizione etnica dei loro paesi, ma non sono così furiosi da volere una guerra.
L’elezione di Trump significa che ci aspettano quattro anni movimentati, ma il presidente eletto alla fine deluderà i suoi sostenitori perché si sta scagliando contro il bersaglio sbagliato. Non potrà riportare in patria i posti di lavoro perduti, visto che molti di questi non sono stati distrutti dai suoi capri espiatori preferiti: il libero scambio e l’immigrazione incontrollata.
Anche se Trump lo capisse, non lo potrebbe dire in pubblico, perché non c’è niente da fare a riguardo. Può impedire l’ingresso a tutti migranti che arrivano “per rubare il lavoro agli americani” e stracciare tutti gli accordi di libero scambio che vuole, ma tra i suoi stessi ministri ci sono persone che hanno costruito la loro carriera eliminando posti di lavoro sfruttando l’automazione.
Si tratta di un cambiamento di portata analoga a quella della (prima) rivoluzione industriale, e non si può combattere. E inoltre non è davvero necessario. L’industria statunitense ha perso sette milioni di posti di lavoro dal 1979, ma il valore della produzione del paese è più che raddoppiato (a dollari costanti). A essere bruciati sono i posti di lavoro, non la ricchezza.
Perché serve un reddito di base
Non è un disastro, per una società ricca, raggiungere un punto in cui vengono prodotti gli stessi beni e vengono forniti gli stessi servizi, ma la maggior parte delle persone non deve più lavorare quaranta o cinquanta ore alla settimana (facendo lavori che la maggior parte di essi odia). O meglio, non è un disastro, a meno che il fatto di non avere un lavoro significhi anche non avere denaro o autostima.
Il principale obiettivo politico per la prossima generazione (post Trump) nei paesi sviluppati sarà garantire alle persone senza lavoro un reddito minimo e non perdano la fiducia in loro stessi. Ci sono altri metodi che sicuramente verrano proposti, ma uno che permette di raggiungere questo obiettivo e che sta già ricevendo attenzione è il reddito di base universale (Universal basic income, Ubi).
Il reddito di base garantirebbe a tutti di vivere in modo decoroso. Dal momento che tutti ne disporrebbero, il fatto di viverne non provocherebbe alcun tipo di stigmatizzazione sociale. Inoltre il 53 per cento dei posti di lavoro che esistono oggi resisterebbero anche nel 2033 e quindi quanti volessero davvero un impiego potrebbero rimpolpare il loro reddito di base con i guadagni derivanti dal loro lavoro. E ci sarebbero ancora i milionari.
Il primo referendum sul reddito di base si è tenuto in Svizzera lo scorso giugno. Si trattava di una novità radicale, e quindi è stata naturalmente respinta ad ampia maggioranza. Ma si tratta di un’idea che non scomparirà, e ce ne saranno altre simili. I paesi ricchi potranno rimanere ricchi e stabili se capiranno qual è il loro compito, ma quelli in via di sviluppo rischiano di vivere un futuro grigio.
Per loro non ci sarà alcun reddito di base: non sono abbastanza ricchi, neppure la Cina. Eppure anche da loro l’automazione sta erodendo i posti di lavoro, molti dei quali appena ottenuti. Un recente rapporto di Citibank ha stimato che il 77 per cento dei posti di lavoro cinesi sono a rischio a causa dell’automazione, e in India si parla di “prematura deindustrializzazione” (il che significa che i posti di lavoro industriali in India potrebbe essere attualmente al loro massimo prima d’iniziare il loro declino).
Questo non significherebbe solo il prolungarsi dello stato di povertà per molte persone, ma anche gravi instabilità politiche: rivoluzioni populiste e nuovi e peggiori Trump. Il futuro (anche prossimo) si annuncia piuttosto interessante.

Traduzione di Federico Ferrone
Fonte: Internazionale 

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