La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 12 gennaio 2017

Perché è necessario uno sciopero delle donne?

di Saura Effe
In Argentina, lo scorso 19 ottobre, le donne hanno conquistato strade e piazze dopo l’ennesimo episodio sintomatico di una cultura machista, sessista e patriarcale: lo stupro e la successiva brutale uccisione della sedicenne Luisa Pèrez. Sabrina Cartabia, una delle organizzatrici della manifestazione aveva all’epoca dichiarato: “Con questo corteo diciamo ‘ora basta!’ Non torneremo ad essere sottomesse e non tollereremo più nessuna delle forme di violenza con cui fino ad oggi abbiamo dovuto aver a che fare”.
Un messaggio potente, forte e chiaro, che come sappiamo ha fatto il giro del mondo – giungendo lo scorso 26 novembre anche in Italia e prendendo forma nella manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne Non Una Di Meno, il cui nome, appunto, è stato ispirato dalla campagna argentina Ni Una Menos. A Roma, quel giorno, si sono contate 200.000 presenze, presenze che si sono ritrovate assieme, unite di nuovo nella stessa lotta nonostante le differenti sensibilità ed esperienze femministe.
Il corteo Non Una Di Meno è stato un’esperienza corale, una esplosione di contenuti politici ma soprattutto è stato un corteo che ha rappresentato l’inizio di un ambizioso percorso. Non Una Di Meno, infatti, aspira alla creazione di un piano nazionale contro la violenza di genere; un piano però non costruito a tavolino dalle istituzioni o dalle alte cariche dello stato che ben poco sanno di violenza di genere – e che spesso parlano la lingua dell’oppressore – ma un piano che parta dal basso, dal vissuto diretto delle donne e dei soggetti oppressi, dall’esperienza dei centri antiviolenza radicati sui territori, dalle condizioni materiali e dalle necessità primarie da soddisfare per poter costruire concretamente percorsi di uscita dalla violenza.
Per raggiungere questo scopo, tuttavia, è necessario organizzarsi e senz’altro tenere alta l’attenzione sulla tematica. Il prossimo passo promosso dalla rete Non Una Di Meno consiste in un secondo appuntamento a Bologna, il 4 e il 5 febbraio, assemblea nazionale che vorrebbe iniziare la stesura di questo piano contro la violenza. Ma non finisce qui: Non Una Di Meno punta, al contempo, verso uno sciopero delle donne, l’8 marzo 2017, un momento in cui legare la tematica della violenza di genere a quella lavorativa, economica, produttiva. Seguendo l’esempio dettato dalle altre femministe europee e non, la rete propone uno sciopero dai ruoli imposti per genere, uno sciopero da tutti quei lavori, mestieri e professioni che si compiono in quanto donne. Una seconda manifestazione con cui legare la questione della violenza di genere al mondo economico e lavorativo.
Il 3 ottobre scorso, in Polonia, le donne sono scese in piazza scioperando dai loro luoghi di lavoro e di studio contro l’incombente possibilità che il governo legittimasse una nuova legge sulla riproduzione – vietando, in pratica, l’aborto. Le donne, attraverso reti collettive, associazioni e diverse realtà hanno organizzato uno sciopero che ha permesso loro non solo di manifestare il proprio dissenso e la propria voglia di autodeterminazione ma anche di sottolineare quanto il loro ruolo lavorativo fosse rilevante, ingranaggio assolutamente necessario nella macchina capitalistica.
“Se le nostre vite non valgono, noi non produciamo”, questo lo slogan che, ancora una volta, ha avuto eco in tutto il mondo e da cui, Non Una Di Meno cerca ancora d’ispirarsi.
Uno sciopero delle donne, in Italia ha lo scopo non solo di sottolineare le condizioni pietose in cui verte il mondo del lavoro - Jobsact: precariato e voucher a tutto spiano - ma anche come queste leggi e meccanismi hanno acuito l’oppressione di genere. Con lo sdoganamento del lavoro a tempo strettamente determinato, trimestrale, precario e saltuario, la condizione delle donne si fa ancora più critica.
Le donne, che già prima del Jobsact percepivano circa il 30% dello stipendio in meno dei colleghi uomini – seppur a parità di mansione – si vedono ulteriormente sospinte verso la povertà grazie alla nuova riforma; ed essendo sempre più povere, per loro, uscire da eventuali situazioni di violenza e di abuso diventa ancora più complesso. La necessità di un reddito proprio, di aver accesso alle proprie finanze in modo indipendente da figure altre, la necessità di una abitazione diversa da quella del compagno, di avere un qualche sostentamento che permetta loro di fuggire e, in seguito, di mantenere i propri figli e figlie – sono orizzonti irraggiungibili in mancanza di un impiego stabile.
La mancanza di lavoro al di fuori della casa, porta le donne, inoltre a correre un ennesimo rischio: quello di essere impiegate a tempo pieno, invece, entro le mura domestiche, sopperendo a tutte quelle mancanze statali che dovrebbero essere soddisfatte attraverso un welfare. L’inaccessibilità alle professioni non solo relega le donne all’interno della casa ma rinforza, incoraggia e reitera gli stereotipi legati al genere, che vedono quel lavoro di cura della famiglia come qualcosa di naturale, di scontato, per cui le donne sarebbero ‘geneticamente’ portate.
Se parliamo, inoltre, di intersezionalità, noteremo automaticamente che questa condizione, già di per sé grave, peggiora ulteriormente in dipendenza dalle variabili etniche e di classe.
Fermando tutto, costringendo la produzione capitalistica ad un giorno d’arresto, vogliamo non solo riprenderci lo spazio - le strade, le piazze, e tutti i luoghi a noi preclusi -, non solo riprenderci il tempo - una giornata tutta, per intero -, ma soprattutto mostrare la forza e le conseguenze di quell’azione. Per un giorno le donne tutte non faranno ciò che ci si aspetta da loro, saranno assenti dai loro luoghi di lavoro e di studio, qualunque essi siano.
Così come è stato per lo sciopero dei migranti ‘Una Giornata Senza Di Noi’ del 2010, torna la formula dello sciopero: per rendere visibili persone invisibili pensiamo ad una serie di modalità di protesta, che vanno dall'astensione dal lavoro, allo sciopero bianco, allo sciopero degli acquisti all'adesione simbolica.
Il grande ostacolo consiste nel rendere possibile a tutte l’accesso alla manifestazione - perché non tutte hanno la possibilità di potersi assentare dal lavoro. Fortunatamente, lo sciopero delle donne è ancora tutto da costruire e sono diverse le ipotesi messe in campo.
Vogliamo redigere un tariffario delle prestazioni di genere che ci vengono richieste in quanto donne.
Vogliamo organizzare una notte bianca - aspettando lo sciopero dell’otto marzo - di donne etero, lesbiche, bisessuali, trans, femministe, così come si sta organizzando in Francia, a Marsiglia, dove si rivendicherà uno spazio, quello pubblico, che è normalmente - o forse esclusivamente - territorio degli uomini.
Vogliamo proclamare uno sciopero con le donne come protagoniste ma sostenuto da tutt* coloro che hanno supportato il percorso Non Una Di Meno e da tutt* coloro che si battono contro ogni tipo di oppressione di genere.
Vogliamo trovare soluzioni collettive come è avvenuto in Polonia in cui le normali attività compiute dalle donne e rientranti nel cosiddetto ‘lavoro di cura e di riproduzione’ sono state compiute da mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni.
Vogliamo venirci incontro perché tutte possano partecipare alla manifestazione attraverso pratiche di mutuo soccorso.
Tutto è ancora da scrivere, conservando quella coralità d’azione e di pensiero che ha già caratterizzato il nostro 26 novembre. L’8 marzo, rispondiamo ad una chiamata internazionale che ad oggi, già coinvolge ventiquattro paesi cercando di fare la nostra parte, rimanendo fedeli alle nostre intenzioni: essere libere, tutte, nessuna esclusa, non una di meno. 
Pretendiamo molto, a partire da un otto marzo lontano dalla narrazione mainstream e istituzionale, che non veda le donne come figure da esaltare per un giorno soltanto – e da rinchiudere di nuovo il giorno successivo. Pretendiamo di essere protagoniste, di essere noi a dettare le nostre condizioni. Vogliamo riprenderci quella data, modificarne il contenuto e l’immaginario simbolico, vogliamo che sia non solo una giornata di lotta ma di conquista, per le donne e per tutte le soggettività oppresse.

Riferimenti:





Fonte: communianet.org

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