La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 5 gennaio 2017

Per una bussola dei movimenti contro la guerra


di No Dal Molin
Per anni ci hanno abituato al fatto che la guerra non fosse più parte dell’Unione Europea: fin dal secondo dopoguerra, l’aggressione militare e l’occupazione degli altrui territori sono state evacuate dallo spazio dall’Europa e dall’Occidente in generale. Evacuate, appunto. La guerra come relazione con i Paesi considerati terzi, con coloro che non hanno mai fatto parte dell’Asse Atlantico, non ha mai smesso di esistere in quanto mezzo per definire i rapporti di forza tra potenze mondiali durante la Guerra fredda.
Negli ultimi venti anni, nonostante la definitiva fine della storica tensione bipolare, con la caduta del muro di Berlino ed il crollo del blocco sovietico, la guerra è stata una protagonista indiscussa della storia mondiale, vedendo vecchi e nuovi attori interagire nello spazio bellico con una sola intenzione: controllare un territorio e prelevarne le risorse, umane e naturali, per garantire profitto e rendita dei grandi capitali. Se è vero che non si è più dato un conflitto militare tra le potenze egemoniche del nuovo mondo globalizzato, ciò non significa che i territori di questi paesi non siano investiti quotidianamente dai segni e dai mezzi della guerra. Dalle industrie di morte per armi automatiche e chimiche fino alle basi militari, costruite spesso in opposizione alla volontà della cittadinanza locale, da cui si avviano le missioni aeree, non possiamo certamente dire che il valore politico e sociale della pace sia stato rispettato nei fatti, al di là delle dichiarazioni scritte su carta.
Gli interventi militari esclusivamente esterni investono le esistenze di milioni di persone a causa della miseria, distruzione, impoverimento che generano nelle zone colpite. Zone che, in piena ottica neocoloniale, sono considerate ai limiti dell’umano per i crimini di guerra, le negligenze e le indifferenze perpetrate ai danni delle popolazioni locali. Abbiamo potuto vederlo, purtroppo, recentemente con le azioni militari contro i cittadini di Aleppo portate avanti da Assad e Putin, attorno ad un silenzio assordante da parte del cosiddetto Occidente. Lo abbiamo visto con le violenze commesse dai jihadisti dell’Isis e da altre formazioni islamiche nella guerra, ormai perenne, per il controllo del Medio-Oriente. Del resto, il tutto può essere inserito all’interno del discorso della “guerra al terrorismo” che disumanizza completamente la vittima dell’offensiva, tacciandola di rappresentare, in termini etnici o religiosi, chi “ha dato il via alla guerra”. Poco importa che di certo terroristi non sono tutti coloro che vivono in un determinato paese. E’ questa la conferma che i veri interessi da difendere siano quelli politico-economici delle oligarchie al potere, piuttosto che un’idea, per così dire, di “sicurezza”.
Ma la guerra si ripercuote, inoltre, all’interno dell’Europa e dell’ “Occidente” da due anni a questa parte. La guerra ai migranti che tentano di costruirsi un futuro migliore in Europa, oppure passando la frontiera tra Messico e Stati Uniti; l’esclusione sociale ed il razzismo che imperano da sempre e soprattutto dopo anni di crisi finanziaria; la competizione sfrenata tra individui che alimenta la diffidenza e la solitudine. Tutto questo, unito ad anni di morte e distruzione in Medio Oriente, ha generato in seno all’Europa stessa il fenomeno del terrorismo jihadista, che sia organizzato oppure attuato singolarmente.
Le basi militari, l’industria bellica, gli accordi criminali con i “paesi terzi sicuri” come tra la Turchia e l’UE ci ricordano allora non solo lo stupro dei territori, ma la promessa mai mantenuta di essere portatori di “politiche di pace”. Abbiamo esportato per anni politiche di guerra, che adesso stanno tornando a colpire al nostro interno nella forma degli attentati. E’ bene tenere a mente una tale configurazione, perché ci fa tornare al “peccato originale” della guerra, che è appunto quello di reperire risorse ed ambiti di influenza. Petrolio, miniere, combustibili fossili in generale: nell’era della penuria di questa risorse, segnata da un’inarrestabile crisi climatica, gli interessi sporchi del capitale utilizzano le istituzioni sovranazionali, e gli Stati-nazione, per reperire ricchezze.
Il tempo per organizzare una resistenza alle politiche di guerra e pensare ad un’alternativa non è più rimandabile. Il Presidio No dal Molin, che vive nella città di Vicenza la manifestazione fisica di della militarizzazione dei territori e della guerra esterna, è consapevole del fatto che la base presente incarna quello spirito di morte e saccheggio delle risorse che l’Occidente fa ai danni delle popolazioni siriane, irachene, afghane e non solo. Ma sa bene che non è la sola esperienza ad averne consapevolezza, così come sa bene che le missioni in partenza da Vicenza non sono le uniche a rappresentare la guerra. Una miriade di presidi e di realtà autorganizzate si batte sul locale, con una tensione globale, per liberare le proprie comunità dalle basi militari o dalle industrie belliche: Guam, Hawaii, Filippine e le zone militarizzate del Pacifico; Kabul in Afghanistan; l’Egitto; gli stessi Stati Uniti; la Sicilia con l’antenna Mous; e tanti altri.
Mettere in comune le pratiche, condividere una stessa strategia, organizzare un orizzonte possibile per un mondo di pace sono la linfa vitale che connette molte esperienze di questi territori. Adesso bisogna farle comunicare per riempire di contenuti questa tensione e contrastare la guerra nella maggior parte delle sue articolazioni. E’ possibile comprendere la guerra, e quello che rappresenta oggi, per poterla sovvertire? Come si può organizzare un movimento di resistenza alla guerra? A tutte queste domande cercherà di rispondere la conferenza globale che si terrà il 14 gennaio, nella settimana di riapertura del Presidio No Dal Molin.

Fonte: Globalproject.info

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