La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Migranti, oltre lo spioncino della nostra fortezza

di Sergio Bassoli 
Il gran parlare di questi giorni sui migranti purtroppo non è accompagnato da un’analisi e da un’informazione orientata ad assumere comportamenti e decisioni tanto difficili quanto indispensabili per uscire dalla logica della fortezza europea, mettendo in discussione le nostre politiche nazionali e internazionali. Si continua a distinguere tra migrante economico e rifugiato, lasciando intendere l’esistenza di una scala di diritti umani, ragion per cui chi fugge dalla fame, dalla povertà, dalla schiavitù, dalla desertificazione, ha meno diritti di chi fugge dalle bombe, e deve tornarsene indietro, deve rimpatriare per dovuto castigo di sofferenza perpetua.
Si pensa di rispondere alla gestione di un flusso migratorio mondiale, crescente, senza soluzione di continuità, costruendo barriere, centri di detenzione, d’identificazione e quant’altro possa allontanare dalle nostre case e dai nostri confini queste persone, quando questo è saldamente in mano a una rete internazionale sofisticata di organizzazioni criminali, immersa in una dinamica perversa di collusione con dittature e regimi di turno. I quali non si fanno alcuno scrupolo ad approfittare di questo mercato di esseri umani a fini ricattatori, per non essere disturbati e per avere prestiti e donazioni, per sottoscrivere accordi con multinazionali, agenzie internazionali, stati e organizzazioni sovranazionali, come l’Unione europea e i suoi Stati membri.
Si continua a vedere il problema dallo spioncino della trincea in cui ci siamo nascosti, cocciutamente impossibilitati a voler vedere, capire e affrontare le cause e le dimensioni di un fenomeno, la migrazione, che ci viene descritto come altro da noi, ma che in realtà è parte della nostra storia, del nostro presente e futuro. Nei giorni scorsi, a seguito della morte in un Centro di prima accoglienza a Cona, in provincia di Venezia, di una giovane ivoriana di 25 anni, e della rivolta degli stranieri ivi ospitati in condizioni disumane, è ripreso con la solita foga decisionista e securitaria il dibattito nazionale sulla questione migranti e rifugiati, con nuovo rischio di deriva populista, a cui il governo, anziché contrapporre un programma articolato tra i diversi ministeri competenti, le autorità locali, le parti sociali e il terzo settore, sembra preso dalla necessità di rincorrere le ondate populiste sul loro terreno. Anno nuovo, ma politica vecchia.
La questione è complessa e complicata, ma deve essere affrontata, e noi abbiamo strumenti ed elementi sufficienti per costruire un percorso e un piano che riesca a prendere in considerazione l’insieme del fenomeno migratorio di questa fase storica. Vorrei dare un contributo al dibattito in corso prendendo spunto da un recente articolo di Massimo Giannini su La Repubblica, da cui emergeva una serie di domande rispetto a chi sono e dove sono le 180 mila persone che sono riuscite ad attraversare il mar Mediterraneo nel corso del 2016, ricordando che solo una minima parte, circa il 20-25%, è censita e assistita, mentre la maggior parte di queste persone si perde, o meglio, viene abbandonata al proprio destino.
Aggiungo io, queste persone si sommano a quelle degli anni precedenti, costituendo una popolazione invisibile nelle nostre periferie urbane o nelle nostre campagne, braccia al servizio delle mafie e del caporalato, donne obbligate alla prostituzione, giovani inseriti nello spaccio di droga e piccola criminalità. Chi riesce, invece, attraversa il nostro confine per cercare migliore fortuna più a Nord, negli altri stati dell’Unione. Criminalizzare queste persone dopo averle abbandonate e consegnate nelle mani dei nuovi schiavisti, è quella che si potrebbe chiamare “la ciliegina sulla torta”, se non fosse un qualcosa di reale e di drammatico.
Ma l’opinione pubblica, la nostra gente, sospinta da quelle forze politiche che non perdono un’occasione per fare propaganda e non politica, chiede sicurezza, ha paura dell’invasione. La reazione è “non se ne può più”: di qui le richieste di rimpatri forzati e di detenzione dei più pericolosi. Non solo. Se questi cercano lavoro, qui lavoro non ce n’è, quindi che tornino a casa loro.
Proviamo a ragionare. Tralasciamo per un attimo l’evento scatenante della crisi migratoria, causata dalla guerra in Siria, che ha determinato, dal 2011 a oggi, circa 5 milioni di profughi, di cui solo una piccola parte ha raggiunto Paesi dell’Ue, e circa altri 4 milioni di sfollati interni. Dico tralasciamo, perché il flusso migratorio della nostra epoca è un fenomeno strutturale, che può trovare accelerazioni nelle guerre e nelle catastrofi naturali, vedi tsunami e cicloni vari, ma ha radici nell’assenza di governabilità del pianeta; giustizia sociale e fiscale, distribuzione di ricchezza, libertà, diritti, democrazia, sostenibilità ambientale. Non a caso, ritornando ai 180 mila migranti sbarcati da noi nel 2016, se guardiamo le prime 10 nazionalità dichiarate all’arrivo, confrontandole anche con l’anno precedente, le provenienze sono diverse, come si può vedere dal quadro sottostante, ma hanno anche tanto in comune.

Nazionalità
2016
2015
Nigeria
37.536
21.886
Eritrea
20.585
38.612
Guinea
13.336

Costa d’Avorio
12.384

Gambia
11.928
8.123
Senegal
10.332
5.751
Mali
9.995
5.752
Sudan
9.305
8.909
Bangladesh
7.933
5.039
Somalia
7.271
12.176
Siria

7.444
Marocco

4.486

La domanda da farsi è: ma esistono o non esistono ragioni per una fuga di massa da questi Paesi? Ragioni che determinino la decisione di lasciare la propria famiglia, la propria terra, per intraprendere un viaggio che in termini economici risulta essere costosissimo (dai 5 ai 10 mila euro), sacrificando i pochi risparmi posseduti, oltre a indebitare tutta la famiglia? Un viaggio pieno di sofferenze, di umiliazioni e di rischi per la vita di chi lo affronta. Un viaggio che può durare anni prima di arrivare alla destinazione finale, con alte probabilità di non farcela e, quindi, di dover tornare indietro o di rimanere in qualche luogo di transito senza soldi, alla mercé dei trafficanti, dispersi e con la dignità – e non solo quella – violata.
Se provassimo a ragionare sulle motivazioni e sulle condizioni di vita che spingono milioni di persone a tentare quello che è un vero e proprio azzardo sulla propria vita, forse riusciremmo ad andare oltre lo spioncino della garitta della nostra fortezza e inizieremmo ad avere una visione più completa e reale del fenomeno e, quindi, del come affrontarlo in tutti i suoi segmenti e non solamente mediante l’approccio securitario. Se l’informazione aiutasse a vedere l’insieme del fenomeno, le sue cause, le sue dimensioni e le caratteristiche delle singole realtà da cui provengono le persone che cercano accoglienza, avremmo senza dubbio reazioni diverse da parte dell’opinione pubblica e, di conseguenza, anche le nostre istituzioni e i politici agirebbero con maggiore saggezza, invece di rilanciare la strategia dei centri di detenzione per il rimpatrio, moralmente e legalmente difficile da sostenere nel rispetto delle convenzioni internazionali per i diritti umani e della nostra stessa Costituzione.
Ma, in ogni caso, si tratterebbe di una strategia perdente, in quanto potrebbe agire su un numero irrisorio, qualche migliaio di persone rimpatriate all’anno, un numero insignificante, in un rapporto di 0,5 a 100, se consideriamo che nel nostro Paese vi sono oggi più di 400 mila stranieri senza regolari permessi. Un investimento di qualche centinaio di milioni di euro per un’azione inutile e deleteria in materia di diritti umani. Un’azione che continua a vedere il problema solamente sul segmento dell’arrivo, senza vedere l’insieme del percorso e delle cause che determinano la decisione di emigrare, rischiando la vita e affidandosi a dei criminali.
Continuare con questo approccio non farà altro che aggravare la situazione, sia dentro le nostre comunità, sempre più insofferenti, che nei Paesi d’origine, per l’acuirsi dei fattori di espulsione. Occorre quindi avere coscienza del dovere (individuale e collettivo) dell’accoglienza e della protezione dei diritti umani di queste persone, ma che questa necessità è parte di una situazione più complessa, che deve essere affrontata con molteplici strumenti, in diversi luoghi, con la collaborazione e la cooperazione di tutti gli attori istituzionali e non, coinvolti. Per dirla in altre parole, non può essere affrontata a valle del fenomeno, esternalizzando il problema.
Somalia, Nigeria, Eritrea, Sudan, Guinea, Costa d’Avorio, Mali, sempre per rimanere ai Paesi di maggior provenienza dei migranti sbarcati in Italia negli ultimi anni, sono Paesi dove guerre etniche, conflitti, sistemi dittatoriali, persecuzioni politiche e religiose, espropriazione e sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, desertificazione, inondazioni, pratiche di servitù e di lavoro schiavo, condizionano e limitano l’accesso ai diritti fondamentali, come la salute, l’educazione, il lavoro dignitoso, la libertà di espressione, di associazione, di culto, per ogni donna e per ogni uomo. Questi, come altri Stati, non sono in grado di garantire condizioni minime di vita dignitosa alla maggioranza dei loro cittadini. Il perpetuarsi e la cronicità di violazioni dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, determina risposte di sopravvivenza, da parte delle comunità, dei nuclei familiari e dei singoli, a volte estreme, e tra queste si annoverano anche le strategie della migrazione, totale, parziale, per gradi, per gruppi di età.
È da qui che occorre partire se si vuole costruire una politica di gestione dei flussi migratori. L’indicatore che ci può aiutare a capire e ad agire in questa direzione, è quello della disuguaglianza delle condizioni di vita, in termini di ricchezza, accesso alla salute, all’educazione, al lavoro dignitoso, alla pensione, di accesso ai diritti politici, civili, economici, sociali e culturali. Un confronto tra la nostra condizione di vita e quella dei cittadini dei Paesi di provenienza dei migranti che sbarcano nelle nostre coste, ci fornirebbe subito una fotografia delle dimensioni della disuguaglianza e della drammaticità della situazione che abbiamo di fronte.
E attenzione che dire “ma che centriamo noi con la loro condizione di vita” è come soffiare sulla sabbia controvento, ci si fa del male. Quei Paesi sono ricchi di risorse naturali che da circa 200-300 anni noi preleviamo per sostenere la nostra produzione: legname, minerali, gas, petrolio, fauna, flora, forza lavoro e quant’altro, prima con la conquista-spartizione-colonia, poi con concessioni, accordi commerciali e altre formule a dir poco funzionali a una parte, guardandoci bene dal non limitare le possibilità di riscatto e di emancipazione di quelle società per mantenere le migliori condizioni di estrazione e d’affari. Per non parlare del mercato degli schiavi, che ha significato la deportazione di oltre 15 milioni di africani in circa due secoli, dal loro continente alle Americhe e nel Vecchio continente, su navi e con la mediazione di società europee, per lavorare nelle piantagioni, nelle miniere, nelle aziende e nelle industrie di mezzo mondo. Una storia terminata ufficialmente a fine XIX secolo, ma che rimane incisa nella memoria dell’umanità come una delle peggiori atrocità della modernità, e i cui strascichi e le rivendicazioni di giustizia e di riparazione sono ancora oggi aperte, come ci insegna la violenza sugli afro-discendenti negli Stati Uniti d’America o il razzismo in Brasile e in Europa.
Sì, perché la storia vista e sentita dall’altra parte del Mediterraneo è molto diversa da come ce la raccontiamo noi. Per africani e magrebini, il colonialismo non è mai terminato. La costruzione degli Stati nazionali, vuoi per la via della dissoluzione dell’Impero Ottomano di un secolo fa, vuoi per le guerre d’indipendenza degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, hanno determinato divisioni, frontiere e Stati-nazione asserviti agli interessi delle ex-potenze coloniali, con due varianti di governi: militari o teocrazie, ma senza un impegno da parte della comunità internazionale a sostenere quei processi di emancipazione e di autodeterminazione delle diverse comunità africane, come si sarebbe dovuto fare. Come dar torto a quegli intellettuali e leader, a quei movimenti popolari e della società civile africana e magrebina che affermano e richiedono che la comunità internazionale, e in primis i nostri Stati e l’Unione europea, riconoscano il debito nei confronti delle popolazioni africane, dando quindi corso a politiche di restituzione, per l’emancipazione delle comunità del continente africano, per ridurre la disuguaglianza tra il loro e il nostro standard di vita.
La cooperazione per la condivisione delle risorse, per la convivenza pacifica, per le libertà e per la democrazia nel rispetto delle diversità culturali, deve essere l’azione da promuovere al fianco dell’azione umanitaria, dell’accoglienza e dell’integrazione. Un’azione che non può essere ristretta alle sole rappresentanze istituzionali e ai summit internazionali, ma deve essere aperta e condivisa tra comunità locali e società civile. Per far ciò, occorre che siano attivate nuove forme di partenariato e di interdipendenza con l’obiettivo del ribilanciamento della ricchezza, dell’accesso ai diritti fondamentali, delle opportunità per ridurre le disuguaglianze, avendo per orizzonte modelli e sistemi di sviluppo sostenibile condivisi, dove risorse e benefici siano reciproci e interdipendenti.
Non ci sono altre strade. Se non è il nostro senso di responsabilità e la nostra capacità di vedere oltre lo spioncino, sono i numeri, le statistiche demografiche, la perdita di diritti acquisiti, il cambiamento climatico, la crisi della nostra società che ci obbligheranno a trattare, a lasciare la politica della sicurezza per quella della cooperazione, l’approccio affaristico e di predatori per quello del partenariato, della reciprocità e del mutuo interesse.

Fonte: Rassegna.it 

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