La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 gennaio 2017

L’utopia della responsabilità. Senza populismo

di Lelio Demichelis
Questo non è un articolo di fine o inizio d’anno, retoricamente ricco di buoni propositi per il futuro, eccetera, eccetera. Questo è (o vorrebbe essere) un pezzo ad alto tasso di politica, provando a riflettere ancora sulla crisi economica e sociale, sul referendum del 4 dicembre ma anche facendo una chiosa al dibattito sul populismo sviluppatosi su alfabeta2, dopo l’importante libro di Carlo Formenti su La variante populista. Lo facciamo recuperando tre concetti importanti ma da tempo abbandonati dalla politica (cioè da tutti noi, noi essendo la polis, noiessendo il demos) e in particolare dalla sinistra (altro concetto dimenticato, ma assolutamente da recuperare e riattivare): idea, speranza eresponsabilità.
Concetti che possono forse permetterci di uscire da questa crisi. Che è economica ma soprattutto politica e antropologica, essendo il compimento in forma necessariamente distopica dell’utopia surreale di von Hayek, di Röpke e di Friedman (meglio: di capitalismo e tecnica). Concetti e buone pratiche – l’idea, la speranza e la responsabilità – che possono forse permetterci di evitare di cadere nel populismo (anche se magari di sinistra), nella nostra ferma convinzione che il populismo sia solo contro e mai per, che costituisca forse (ma solo in apparenza) un popolo in sé ma non per sé e che giochi troppo con la psicologia delle folle secondo Le Bon. Mentre abbiamo invece un disperato bisogno di essere non solo contro quanto e piuttosto di pensare per, di elaborare cioè un progetto alternativo al neoliberismo/ordoliber(al)ismo, cosa che il populismo non potrà fare proprio in quanto populismo: altrimenti l’uomonuovo creato da queste due ideologie novecentesche che sono il neoliberismo e l’ordoliberalismo sarà sempre più integrato nel sistema e funzionale al sistema distopico, sempre meno capace di libero arbitrio. Serve un pro-getto, appunto, un gettare in avanti (pro) un’idea – un’utopia magari, ma un’utopia laica e libertaria, anti-egemonica ma persuasiva e aperta all’auto-correzione, perché comunque “l’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore”, secondo Anatole France.
Serve dunque – alla sinistra, ma soprattutto a noi demos – un’idea: unagrande idea, capace di comprendere (e insieme di potenziarle, senza negarle), le tante piccole idee che pure esistono ma che non riescono a produrre cambiamento. Un’idea, una visione che sia coinvolgente, emozionante, relazionante, partecipativa e condivisa. Perché se il tecno-capitalismo vive e si riproduce producendo (è la sua infinita industria culturale) immaginari collettivi, utopie solo tecnologiche, emozioni consumistiche, gamificazione della vita e falso individualismo libertario, lagrande idea oppositiva deve fare altrettanto, se non di più e soprattutto meglio: unica possibilità, davanti al potere seduttivo delle merci e della tecnica, per poter scardinare, destrutturare il sistema psicologico e pedagogico/teologico del capitalismo e della tecnica. Idee, dunque; da opporre all’ideologia tecno-capitalista, l’ideologia essendo un sistema chiuso in se stesso, autoreferenziale, autarchico, mentre anche etimologicamente idea richiama il vedere, il guardare lontano, avere una visione o una intuizione intellettuale, immaginare e quindi pro-gettare, anche se – a differenza che in Platone per il quale l’idea è sottratta al mutamento – deve essere capace di ridefinirsi incessantemente sulla base del mutamento, pena il suo scadere appunto nell’ideologia. Per questo non basta creare rete tra le tante realtà di opposizione o di alternativa esistenti (sommare tante piccole idee non fa una grande idea); e non è vero che (Foucault) là dove c’è potere, c’è resistenza: la resistenza può anche scomparire se la pedagogia sociale insegna (e noi abbiamo appreso) chenon ci sono alternative.
E poi, e conseguentemente, serve recuperare un nuovo principio speranza(dall’idea nasce la speranza di poterla realizzare), magari con Ernst Bloch. Che aveva elaborato un’ontologia del non ancora, immaginando l’utopia come un sogno a occhi aperti dove gli uomini imparano a sperare e a speculare sulla possibilità (e la capacità) di cambiare il mondo. Non piace il richiamo a Bloch? Passiamo a Zygmunt Bauman, il quale ricordava – richiamando ovviamente Tommaso Moro – che affinché nasca l’utopia (alludendo a eutopia, cioè un buon luogo; e outopia, cioè nessun luogo), servono due condizioni-base: la sensazione condivisa collettivamente che il mondo stia peggio che come potrebbe e dovrebbe stare; e la consapevolezza, sempre condivisa collettivamente, di essere all’altezza del compito di trasformarlo in meglio. Una buona idea, così come la speranza, è un buon luogo e allo stesso tempo è nessun luogo, essendo puro pensiero. Ma senza questa immaterialità, senza questo pensare/vedere/immaginare – o quello che Gustavo Zagrebelsky ha chiamato discorso sui fini – è impossibile cambiare il mondo o almeno provarci. Oggi, certo, abbiamo la sensazione forte e condivisa (emersa anche dal referendum costituzionale) che questo mondo neo/ordoliberale è pessimo e insieme folle, ma non abbiamo ancora la consapevolezza di avere la capacità di trasformarlo (appunto, sedotti dall’ideologia per cui non ci sono alternative, la società non esiste e ciascuno deve farcela da solo), se non rincorrendo il populismo – che però e appunto è solo la fase del contro, senza il per.
Ma non basta: l’idea e la speranza (o l’utopia) devono oggi coniugarsi con ilprincipio responsabilità di Hans Jonas (che pure aveva criticato l’utopismo di Bloch). Concetto e principio di responsabilità che Jonas declinava nel senso di controllare l’eccesso di potere della tecnica e di imparare a pensare non solo a noi stessi ma anche alla biosfera; non solo a noi oggi ma anche ai nostri figli e nipoti, domani. Per cui: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione di oggi siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana, domani”. Forse è possibile (o doveroso) immaginare un’utopia della responsabilità.
Davanti ai processi tecnici e capitalistici di scomposizione del lavoro e di sua individualizzazione/uberizzazione; davanti alle politiche di deliberato impoverimento del lavoro e dei redditi; davanti alle disuguaglianze e alla lotta di classe vinta dei ricchi e a un neo/ordo-liberismo che ci vuole uomini solo economici e tecnici ben integrati nel sistema; davanti alla crescente estrazione di valore dalla vita di ciascuno per profitto di pochi e all’accelerazione del tempo che ci impedisce di pensare al futuro; davanti al riscaldamento globale, all’alienazione mascherata dal mondo delle merci e dalla sharing economy e davanti alle élite/oligarchie ben salde al potere, serve ritrovare un meccanismo di ricomposizione sociale, di creazione di lavoro nuovo e diverso, di riappropriazione della sovranità del demos, di governo della tecnica – e quindi di progettualità sociale e politica, di immaginazione responsabile e poi anche (magari e finalmente!) di uscita dal capitalismo. Serve una sinistra-sinistra capace di immaginare idee, di produrre speranza e di avere responsabilità. Difficile, certo; ma non (ancora) impossibile.

Fonte: Alfabeta2 

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