La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Le primarie socialiste in Francia si giocano sul programma sociale

di Lorenzo Carchini 
Tra “privazione relativa”, svolte securitarie e riforme del lavoro, ecco che vanno in scena le primarie francesi di un Partito Socialista mai stato tanto in difficoltà ed indietro nei sondaggi rispetto al centrodestra e al Fronte Nazionale. Saranno nove i candidati che si sfideranno il 22 e 29 gennaio prossimo in vista delle presidenziali dell’aprile 2017. Tutti con alle spalle una storia politica complessa e diversa, da Hamon a Valls, passando per Montebourg, Peillon, il giovane Fabien Verdier, Filoche, Jean-Luc Bennahmias, de Rugy, la radicale Sylvia Pinel. Una primaria Gauche che vede osservatori esterni non partecipanti Melenchion, più a sinistra, e l’atteso Emmanuel Macron, indipendente.
Abbiamo analizzato i 4 programmi dei principali favoriti alla candidatura presidenziale del 2017 (nell’ordine Valls, Peillon, Hamon e Montebourg), guardando ad alcune delle problematiche sociali che maggiormente hanno richiamato l’attenzione della politica nel corso di quest’anno.
In particolare, al di là delle Alpi ha fatto scalpore in questi giorni l’inchiesta dell’Odenore (Osservatorio del non ricorso a diritti e servizi), riportato dal giornale Liberation sull’accesso ai servizi assistenziali. Molti francesi, infatti, non hanno diritto a chiedere prestazioni sociali, soprattutto a causa della complessità amministrativa. Questo ha comportato enormi costi economici e sociali.
Permetterà sì di “salvare” circa 10 miliardi di euro l’anno, ma il mancato ricorso all’assistenza sociale, ovvero la mancata applicazione di un beneficio a cui si avrebbe diritto, è ben al di là delle soglie d’emergenza. Una stima risalente a settembre 2016, condotta per conto dell’Assemblea nazionale, mostrava come il 36% degli aventi diritto al reddito di solidarietà attiva non compie le dovute operazioni per percepirlo. Stessa cosa per il 21-34% degli aventi diritto ad una copertura sanitaria universale (CMU). Per quanto riguarda, infine, l’attestazione di conformità sanitaria, che riguarda persone che dovrebbero a loro volta essere coperte dalla CMU, la stima arriva al 70%.
La situazione è grave anche fra i giovani. Secondo Odenore, un giovane su cinque non compie i passi necessari per acquisire i benefici a cui avrebbe diritto. La situazione peggiora ulteriormente quando le varie sigle si rimescolano ed i servizi cambiano nome. Pochi mesi dopo che il reddito minimo (RMI) era diventato reddito di solidarietà attiva (RSA), nel maggio 2009, quasi il 70% delle persone aventi diritto non lo avevano richiesto.
L’ignoranza dei propri diritti, delle procedure amministrative (quella dell’RSA è stata considerata dall’Università di Nantes la più complessa procedura burocratica del paese) ed un senso di vergogna per la “pretesa” (soprattutto in tempi in cui la politica tende colpevolmente ad additare l’assistito) spiegano in parte un fenomeno così esteso.
Il problema non è solo che la povertà, ad oggi, rappresenta un “costo”, come ha spiegato anche il Senato francese, ma che il non-utilizzo delle forme assistenziali ha conseguenze economiche sui territori. L’Odenore, fornisce esempi di come utilizzare alcuni sistemi di assistenza personale, su stipendi, lavoro, contributi, tassi e consumi.
In generale, dunque, nella sicurezza sociale, sia essa per prestazioni familiari o sanitarie, i dipartimenti preposti guardano quanti fondi vengano “risparmiati”, ma i soggetti più deboli e vulnerabili restano scoperti. Nel 2011, per esempio, per la RSA furono spesi 7,5 miliardi di euro, con un risparmio di 5,3 miliardi a causa di potenziali beneficiari che non ne avevano richiesto i servizi. Una situazione che, a ben vendere, non genera neppure un effettivo risparmio dell’ente: basti pensare alle prestazioni sanitarie mancate, che a lungo andare generano emergenze, con costi maggiori per gli enti.
Il tema della sicurezza sociale costituisce uno dei principali pilastri su cui i candidati socialisti costruiscono la propria candidatura, spesso anche con proposte diverse, più o meno valide, espresse nei propri programmi.
In queste primarie socialiste, in particolare, proprio i temi del sociale faranno da ago della bilancia rispetto ad altre questioni, dal proporzionale alla Camera, alla sicurezza, sulle quali i principali favoriti – Valls, Peillon, Hamon e Montebourg – risultano sostanzialmente d’accordo, pur provenendo da correnti politiche differenti.
Manuel Valls ha proposto nel proprio programma di promuovere il potere d’acquisto delle famiglie povere, implementando il “revenu décent”. Un’idea non nuova, anzi già sollevata dall’ex primo ministro nello scorso dicembre. Per semplificare il sistema di accesso agli aiuti, Valls vorrebbe istituire una nuova forma di allocazioni, unendo i minimi sociali esistenti. Il “reddito dignitoso”, così, verrebbe attribuito, in termini di risorse, a tutti coloro di età superiore ai 18 anni e legalmente residenti nel paese. “L’accesso”, secondo l’ex primo ministro, “dovrebbe essere più semplice e legittimare a ricevere assegni familiari quando si hanno bambini o il rimborso delle cure in caso di malattia”.
Una proposta assai diversa da quella di Benoit Hamon, che nel programma parla invece di un “reddito di base universale” attestato sui 535 euro. Valls ha precisato che l’importo non verrebbe pagato “a tutti indifferendemente”, ma a chi ne abbisogna. Non è chiara la soglia base, si parlerebbe di circa 800-850 euro a persona: un importo superiore alla RSA, ma al di sotto del salario minimo, ma che interverrebbe, soprattutto per i giovani, in casi di mancanza d’autonomia e di transizione del lavoro.
Per quanto riguarda le pensioni, il programma di Valls propone un aumento del 10% della minima, per arginare un fenomeno di esclusione sociale soprattutto verso pensionati singoli, anche qualora risiedano all’estero.
Sul lavoro, dopo un 2016 di lotte sindacali e studentesche, l’ex primo ministro valuta le riduzioni fiscali sugli straordinari, cancellate nel 2012, con il governo Hollane, l’intenzione sarebbe quella di rivalutare la misura sarkozista risalente al 2007, la cui rimozione avrebbe fiaccato il potere di acquisto dei lavoratori francesi. Pur tendendosi lontano dallo slogan dell’ex presidente “lavorare di più per guadagnare di più”, Valls giustifica la misura come un “premio” per l’assunzione di rischi e lo sforzo, parlano di “remunerazione concreta”.
Questa proposta ha riaperto, però, il dibattito sul rapporto fra datori di lavoro ed assunti, rendendo lo straordinario accessorio all’occupazione.
Per il diritto allo studio, il programma di Valls guarda soprattutto agli studi medici. Circa l’80% degli studenti, infatti, non riescono a finire il loro primo anno di studi in medicina, con un accesso limitato da una quota che l’ex primo ministro vorrebbe rimuovere. L’obiettivo sarebbe di formare un maggior numero di operatori sanitari da distribuire sul territorio, guardando ad un “grande piano della medicina locale” che verrebbe parallelamente attuato.
Valls veniva atteso soprattutto, in materia di libertà religiosa e integrazione. Sostenitore della svolta securitaria hollandiana, l’ex primo ministro ha parlato di “costruire un Islam radicato nella Repubblica”. Un “Islam de France” a cui non è seguita alcuna nuova proposta, bensì riprendendo alcune iniziative varate durante la sua attività di governo. La creazione di una Fondazione per l’Islam in Francia, la formazione di imam nelle università francesi e la creazione di un forum per il dialogo.
Il programma di Vincent Peillon, invece, guarda alle famiglie a basso reddito ed ai pensionati con scelte diverse, parlando di servizi pubblici e scudi fiscali.
Quando una persona anziana perde la propria autonomia, per molte famiglie, in Francia come in Italia, si pone una scelta complessa. Una, l’accoglienza nella propria casa, è una soluzione che richiede tempo e spazio, l’altra, la casa di riposo, richiede spese talvolta ingenti. Secondo l’assicurazione pensionistica francese, 15 milioni di pensionati ricevono 1066 euro mensili. Un assegno magro che tuttavia non pregiudica sia l’accesso all’assistenza sociale per un alloggio (ASH), che alla casa di riposo.
Le istituzioni pubbliche, come EPHAD, che lavorano sul territorio, sono sì meno costose, ma di dimensioni limitate. Un problema sociale sentito e che Peillon intende risolvere creando un vero e proprio servizio pubblico di case di riposo, allo scopo di “fornire alle persone che hanno bisogno, un soggiorno gratuito o a basso costo”. Un piano a lungo termine che vedrebbe la costruzione i 10.000 posti all’anno, per arrivare a 250.000 nel 2040, ma anche molto costoso, che il filosofo dell’università di Neuchatel vorrebbe coprire con una parte dell’assegno personale di autonomia (APA, che in Francia si aggira sui 620 euro al mese).
Sul tema delle famiglie a basso reddito, invece, il programma di Peillon annuncia uno scudo fiscale. Se l’imposta sul reddito è progressiva, infatti, l’IVA e la tassa sulla casa, ad esempio, non dipendono dal reddito di coloro che la pagano. Così, le famiglie modeste si ritrovano a pagare una tassa in autunno che rappresenta una porzione maggiore del proprio reddito, rispetto a gruppi familiari più ricchi.
Il tetto fiscale, che esiste per i più ricchi (50% sotto Sarkozy, 70% sotto Hollande), dovrebbe essere “attuato a favore dei francesi con reddito più basso”. Una proposta da 2-3 miliardi di euro che porterebbe ad un ricalcolo del rapporto delle imposte sul reddito, con un credito d’imposta superata una certa soglia.
Per quanto riguarda, infine, il mancato accesso ai servizi assistenziali Peillon ha denunciato le difficoltà burocratiche che essi comportano, parlando di “fallimenti che minano profondamente le politiche di solidarietà”. La proposta è quella di semplificare l’uso e l’accesso ai servizi, attraverso una piattaforma online che accolga l’interno pacchetto di benefici, ma che ne fornisca anche un rendiconto mensile. Un sistema che sostituirebbe l’attuale, criticato, portale internet inabile a compiere le più semplici operazioni.
Espressione dell’ala più a sinistra del Partito Socialista, il programma sociale di Benoit Hamon si pone tra i più radicali fra i candidati.
“A gauche tout!” come ha presentato Liberation l’ex Sos Racisme e membro fondatore del sindacato studentesco UNEF, il programma di Hamon intende creare una frattura rispetto al mito della “crescita” e alla figura di “uomo provvidenziale”, sviluppatasi anche al di là delle Alpi nel corso degli ultimi vent’anni.
Rispetto al piano sociale di Valls, Hamon non ha parlato di “reddito di dignità”, ma di un più ampio reddito di base universale, da offrire a tutta la popolazione adulta, di circa 535 euro al mese. Il progetto è quello di unire una serie di minimi sociali, un modo per combattere contro il mancato utilizzo dei servizi assistenziali e permettere a tutti, indipendentemente dal reddito, di diventare parte di un più vasto sistema associativo nazionale, risolvendo il problema del non utilizzo dei servizi sociali dovuti. L’idea, che si è iniziato a sperimentare in Finlandia in una forma simile, è molto costosa – si stima intorno ai 300 miliardi di euro. Soldi che Hamon troverebbe con l’individuazione di imposte sul reddito e con la lotta all’evasione fiscale.
L’altra proposta è quella di legalizzare la cannabis, con l’obiettivo i prosciugare l’economia sommersa, favorendo la prevenzione alla repressione. Una posizione che lo ha visto vicino ai “petits canidats” della primaria, come la radicale Sylvia Pinel e gli ecologisti Rugy e Jean-Luc Bennhamias, contro il grosso dei colleghi socialisti, che spesso hanno adoperato l’arma retorica della salute pubblica per bloccare qualsiasi operazione di legalizzazione. Sorprendentemente, però, il programma di Hamon a riguardo risulta relativamente monco, non mettendo in primo piano le entrate che acquisirebbe lo stato dalla tassazione del “nuovo” settore, sebbene l’esempio del Colorado negli Stati Uniti, rappresenti un esempio vincente ed affatto irragionevole.
L’altra “pietra miliare” della sfida di Hamon è il riconoscimento del burn-out, ovvero il dolore psicologico e la fatica data dal lavoro intenso e stressante, come malattia professionale. Finora, un dipendente che soffre di burn-out ha scelte limitate, o il congedo per malattia (solo in alcuni casi), o il sussidio di disoccupazione, o la rassegnazione. Un principio che deresponsabilizza le imprese, spostando sullo stato il peso delle loro cattive pratiche. Attraverso questa il riconoscimento della malattia professionale, invece, “le aziende si ritroverebbero responsabili per la sofferenza al lavoro dei propri dipendenti”, sostenendone i costi e cambiando i propri metodi di gestione.
Un ultimo notevole tema toccato da programma di Hamon è quello della tassazione sui robot per finanziare la protezione sociale. Un’idea a prima vista non nuova, già discussa alla fine degli anni ’90, ma il candidato di Yvelines propone l’inclusione del calcolo della ricchezza creato quando la macchina ha sostituito il lavoro umano. Un’idea dunque non così obsoleta, che anzi riconosce come non sia solo l’intelligenza e il lavoro dell’uomo a produrre ricchezza.
Meno radicale è, infine, il programma di Arnaud Montebourg, radicato più sul piano economico che su quello sociale. Il candidato del “made in France”, infatti, si è maggiormente rivolto al campo di accesso alla salute, piuttosto che di non accesso ai diritti dovuti, limitandosi a sottolineare i rischi di futuri territori-dormitorio nelle aree rurali e periferiche.
In generale, notando che il 36% dei francesi hanno rinunciato alle cure nel corso del 2015 a causa dei costi eccessivi, l’idea di Montebourg è quella di istituire un piano di mutua sicurezza sociale a basso costo per proteggere quelle porzioni di società che non possono accedere alla CMU, né possono permettersi fondi sanitari privati. Una misura che riguarderebbe almeno 2 milioni di francesi, ma che arriverebbe a creare anche 5.000 nuovi posti di lavoro nel settore sanitario.

Fonte: sinistraineuropa.it 

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