La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Le élite temono il brutto clima e il populismo

di Angelo Mastrandrea 
Il Global Risk Report è un indicativo termometro, più che dello stato del pianeta, delle paure dei suoi governanti. Per questo è utile guardare come siano cambiate le paure anno dopo anno nelle sue dodici edizioni, fino all’ultima presentata in vista del World economic forum di Davos, il vertice di capi di stato, banchieri e finanzieri globali che si svolgerà nella cittadina svizzera dal 21 al 24 gennaio. Se nel 2011 si temeva la corruzione, nel 2010 le malattie croniche e la crisi della governance globale, e tra il 2007 e il 2009 prima la crescita e poi il rallentamento dell’economia cinese, ora i problemi percepiti sono ben altri e toccano direttamente i potenti della Terra, che si sentono messi in discussione in maniera ancora più forte che all’epoca del movimento no global.
Tutto ruota intorno al sentimento anti-élite che sta diventando maggioritario in Occidente e che ha prodotto un’ondata di populismo senza precedenti dal dopoguerra, di cui sono figli il voto sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, i successi dei Cinque Stelle in Italia e l’ascesa del Front National in Francia. Dal punto di vista dellìélite globale, non c’è distinzione tra destra e sinistra: pure la spagnola Podemos e la greca Syriza rappresentano una minaccia.
La classifica dei rischi globali realizzata dal Wef per il 2017 va letta dunque in questa chiave: gli «eventi climatici estremi», le «migrazioni incontrollate e su larga scala», le «calamità naturali», gli «attacchi terroristici» e il «furto e le frodi di dati» sono minacce alle élite già messe in discussione dalla disoccupazione dilagante, dalla stagnazione economica, dalla povertà e dalle crescenti disuguaglianze, tutti problemi ben presenti nel dossier.
Insomma, dal «voi 8, noi sei miliardi» degli anti G8 di Seattle e Genova al «99 per cento contro l’1 per cento» di Occupy Wall Street a essere cambiata è la minaccia reale, anche se di segno opposto rispetto ai movimenti altermondialisti: il prossimo anno a Davos potrebbero esserci (o boicottare, che sarebbe lo stesso) Donald Trump e Marine Le Pen, che non appartengono certo alla galassia del «99 per cento» ma neppure alla governance del liberismo.
In questa chiave va interpretata pure la paura per i cambiamenti climatici, immancabili ogni anno nel rapporto sui rischi globali. Ma stavolta il rischio è legato al prossimo insediamento di Trump alla Casa Bianca: cosa ne sarà degli accordi all’Onu e con la Cina sul clima? La squadra del neopresidente è zeppa di negazionisti climatici, a cominciare dal Segretario di Stato Rex Tillerson, ex amministratore delegato della compagnia petrolifera Exxon Mobil. Secondo il dossier, per la prima volta sottolinea che, per la prima volta tutti e cinque i rischi ambientali (gli eventi atmosferici estremi, i disastri naturali, il fallimento delle politiche di mitigazione e della capacità di adattamento ai cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità e il collasso dell’ecosistema, i disastri ambientali causati dall’uomo) sono classificati sia tra i rischi a più alto impatto sia tra quelli a più elevata probabilità. Tutto ciò, al pari della sottoccupazione strutturale e alle disuguglianze, potrà provocare una profonda instabilità sociale e alimentare il sentimento anti-élite, gonfiando le vele del populismo.
La ricetta per farvi fronte, secondo gli estensori del rapporto (750 esperti di tutto il mondo) è imperniata sulla crescita economica, sul riconoscimento delle identità e del senso di comunità per evitare la crescita del razzismo, sulla gestione del cambiamento tecnologico nel mercato del lavoro (preoccupa, in particolare, la cosiddetta «gig economy», l’«economia dei lavoretti» sottopagati e fuori dal tradizionale controllo del capitale), sulla protezione e sul rafforzamento della cooperazione globale e sulle azioni per gestire i cambiamenti climatici. Tutto questo dovrebbe servire a contenere i sentimenti anti-establishment e le spinte al nazionalismo economico, in particolare in Europa. Di questo passo, paiono temere, il summit di Davos potrebbe essere minato dall’interno, e in quel caso non ci saranno barriere e protezioni che potranno tenere, come accadeva ai tempi della contestazione no global. Insomma, preoccupazioni sacrosante che arrivano dal pulpito meno adatto. Tra dieci giorni il via al summit con un ospite d’eccezione, il presidente cinese Xi Jinping, e già si annuncia la singolare coincidenza con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.

Fonte: Il manifesto 

Nessun commento:

Posta un commento