La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 12 gennaio 2017

Le cifre di chi abbandona il Mezzogiorno

di Francesca Coletti e Massimo Angrisano
Per la prima volta dopo anni, nel 2016 il saldo migratorio in Campania e in molte regioni del mezzogiorno è risultato negativo. In poche parole, la bilancia tra il numero di immigrati e quello dei giovani partiti per cercare lavoro all’estero, pende dalla parte di questi ultimi. La nuova emigrazione del mezzogiorno è tre volte quella dei dati Istat e supera il numero degli immigrati e profughi: così è per la Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie) che invita a contare non le cancellazioni di residenza di chi è partito, ma l’iscrizione ai registi di ricerca lavoro nei paesi meta dei giovani meridionali – Germania e Gran Bretagna in testa – dove le cifre superano di tre/quattro volte quelle dell’Aire, l’anagrafe italiana dei residenti all’estero.
Nel 2015 lo stock di emigrazione vede la Campania, con 463.239 unità, seconda solo alla Sicilia (713.483) e seguita da Calabria e Puglia. In termini percentuali sulla popolazione, invece, sono Molise e Basilicata (26 e 21%) a raggiungere il record delle fughe, mentre il tasso di immigrati presenti in tutto il meridione oscilla tra il 3 e il 4%, mostrando l’insufficienza dell’apporto di risorse umane del sud del mondo a compensare lo spopolamento.
Una fotografia impietosa nascosta dietro le immagini degli sbarchi dei profughi, capro espiatorio del Pil che non cresce, degli ospedali senza letti e del lavoro che nessuno ruba più.
Lo Svimez, nel rapporto 2016 sull’economia del mezzogiorno, pur registrando un incremento di investimenti e consumi, chiarisce come i primi, connessi all’agricoltura, si spiegano grazie alla flessione del periodo precedente ed alla congiuntura climatica, mentre i secondi mostrano la stagnazione della spesa per beni alimentari ed il divario, rispetto al resto del Paese, relativo agli acquisti per cultura e salute. Parliamo di un sud dove il rischio povertà è tre volte quello del nord, una persona su 10 è in povertà assoluta e l’infrastrutturazione primaria per lo sviluppo ed i servizi è di fatto inesistente.
Più welfare, più consumi possono crescere in quei settori, labour intensive (servizi, cultura, turismo, socialità), dove l’innovazione ha creato aspettative di benessere. Inutile cercare occupazione dove la modernizzazione dei processi produttivi ha ridotto l’apporto di lavoro oltre che devastare l’ambiente.
Il rapporto 2016 della Fondazione Migrantes sugli Italiani nel Mondo, delinea questa nuova emigrazione giovane e acculturata. Tra le motivazioni, oltre al lavoro, c’è «il desiderio di progredire professionalmente e sperimentarsi, senza negare il difficile contesto nazionale, per costruire un percorso». Ma la connessione studio-formazione-lavoro di esperienze come Erasmus porta poi a far scegliere altri paesi per scommettere sul futuro, e sembra non replicabile in regioni come la Campania, dove strumenti come “Garanzia Giovani” hanno sostituito il lavoro precario nella pubblica amministrazione dimostrandosi un bluff.
Bisogna puntare su distretti e partneriati di produzione e servizi in cui il Pubblico recuperi un ruolo di impulso e regia territoriale. Anche scommettendo sull’accoglienza, come insegna l’esperienza di Riace.
Bisogna valorizzare le competenze dei giovani. Italiani e immigrati, i millennials posseggono abilità importanti, dalle capacità linguistiche a quelle multimediali, necessarie anche per rinnovare e sprovincializzare i mestieri e le specializzazioni locali: cuochi, operatori turistici, artigiani.. sprecare intelligenze giovani solo perché straniere è un danno incommensurabile.
Eppure anche a sinistra spunta chi, dimenticando quello che per generazioni di italiani in Germania ha rappresentato la scuola differenziale, propone l’accoglienza in caserme con formazione professione calibrata su un capitale umano e un mercato del lavoro a bassa qualificazione.

Fonte: Il manifesto 

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