La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 4 gennaio 2017

L'anno nuovo

di Giuseppe Civati
Nel 2016 c'è stato anche qualche momento alto da parte della politica e il più alto per me è stato rappresentato da un discorso tenuto da Michelle Obama: si era durante la lunga campagna delle presidenziali, ma ha un valore universale. Michelle si rivolgeva alle sue figlie, e idealmente a tutti quanti. Non la cito letteralmente, ma il senso era questo: che vale la pena impegnarsi e studiare. Che la superficialità non è un bene, che la serietà è un valore. Che non bisogna comportarsi da bulli, ma occuparsi dei più deboli. Che non bisogna abbassarsi al livello di chi ci attacca, ma difendere i valori in cui si crede, restando coerenti verso di essi. Che "lo fanno tutti" non è una giustificazione, anzi. E così via.
Trovo che sia un messaggio straordinario, lo è ancora di più col senno di poi, anche prendendo atto del disastroso esito delle elezioni americane. Perché se Michelle Obama non avesse ragione vorrebbe dire che dobbiamo arrenderci al peggio, e la prossima volta trovare e votare qualcuno di ancora più scorretto e pericoloso di Donald Trump. E io non lo voglio fare, noi non lo dobbiamo fare.
Se posso esprimere un auspicio per il 2017, auguro a tutti noi che sia un anno in cui finisce la rincorsa al peggio o, nella versione italica, al meno peggio, e inizia quella alla serietà, alla coerenza, alla fatica che comporta essere diversi in un mondo che sembra premiare solo chi la butta in caciara.
Non faccio esempi sul governo italiano, su quello appena passato che però continua uguale perché non è passato affatto – dalla rottamazione alla clonazione -, mi limito a ricordare l'unanimità con cui un'opinione pubblica molto di parte e molto interessata ha salutato il varo di riforme che erano semplicemente sbagliate, approssimative, ingiuste, dannose. Ma era più facile salire sul trenino, che spiegare le cose, e le cose si sono poi spiegate da sole. Anche piuttosto in fretta.
Non voglio farla lunga con la scelta che io e altri abbiamo fatto a un certo punto di questa storia, perché penso che nessuno, nemmeno il più ostinato dei detrattori, potrebbe definirla facile: facciamo politica studiando e impegnandoci nel merito delle cose, potremmo aggiungerci anche noi al lungo elenco di quelli che strillano e inventano bufale per attirare l'attenzione ma abbiamo scelto di non farlo, per quanto fuori moda sia e così abbiamo affrontato una campagna referendaria in cui tutti sparavano la qualsiasi su letteralmente ogni argomento. Voglio dirlo con chiarezza: lo stesso faremo con le prossime scadenze, referendarie (se ci saranno) e elettorali (quando saranno). Insomma noi andiamo avanti. Se non volete propaganda, ma proposte; se volete soluzioni, non sparate; se volete numeri, non ‘calcoli’, saprete dove trovarci.
C’è un passo strepitoso del Julian Barnes de Il rumore del tempo in cui di fronte alla propaganda di regime che esalta successi e magnifiche sorti e progressive ci si augura che «le cose smettano di migliorare». E sono, per Barnes-Šostakovič, i migliori auguri per ogni nuovo anno che arriva.
Altrimenti le cose peggioreranno e di molto, prima di migliorare. Ma ogni tanto, a volte capita che la società acquisisca consapevolezza, e si fermi prima di avanzare oltre il baratro. In passato è successo, può succedere ancora: questo è il mio augurio a tutti noi.
Nel 2016 ha perso la fretta, quella fretta che ci ha fatto perdere un sacco di tempo. E di occasioni.
Ha perso il conformismo, perché ascoltare «gufi» e altri animali fantastici (e dove trovarli?) avrebbe fatto bene e portato fortuna.
Ha perso la circolarità di un sistema dei media che parla al potere e di un potere che parla al sistema dei media, e poi emergono puntualmente gli interessi che sostengono entrambi.
Ha perso l’urgenza di semplificare ciò che è complesso, senza intervenire sulle ragioni profonde, limitandosi a una politica di facciata, ancorché parecchio sfacciata. 
Hanno perso ricette vecchie di trent’anni spacciate per nuove, bonus episodici che prescindono dalla progressività e dalla reale urgenza di uguaglianza, gocciolamenti che non sgocciolano, parole veloci che attraversano come comete lo spazio e il vuoto infiniti: se si vuole uscire dai guai, ci vuole tempo e bisogna farlo insieme, condividendo un destino che non può che essere comune, a meno di non ripiegare su un darwinismo da quattro soldi (in senso stretto).
Ha perso la sufficienza che è stata usata nei confronti di parole vietate, la povertà, la legalità, il contrasto all’evasione (soprattutto multinazionale, promessa e non mantenuta, come mille altre cose importanti), una sensazione di confusione con i gruppi di potere che controllano il paese e che qualcuno avrebbe dovuto «asfaltare»: invece li ha pietrificati, restaurandoli e continuando a farlo.
Non ha vinto ancora nessuno. E non è cambiato nulla. Né si potrà cambiare attraverso i soliti politicismi, che ora fingono di poter fare come se l’ex presidente del consiglio non ci fosse più. E non ci sia mai stato (etsi Renzi non daretur…). Né d’altra parte si possono superare con l’opacità di proposte fumose, che mischiano destra e sinistra, che chiacchierano di tutto cercando sempre il colpo ad effetto, la soluzione taumaturgica, l’urlo munchiano.
Siamo spesso di fronte a demagogie che si contrappongono, a reciproche accuse, che riguardino l’immigrazione o i botti di capodanno, non importa: la cosa triste è che spesso si risolvono con soluzioni pressoché identiche. La bufala che dà del cornuto all’asino, all’infinito.
E chi vi dice che i «populisti» sono i nuovi «untori», come oggi Ezio Mauro, senza rendersi conto che nella parola stessa ci dovrebbe essere una qualche cautela manzoniana, dovrebbe rendersi conto che per molti gli «untori» sono rappresentati dalle classi dirigenti e in Italia, negli ultimi tre anni, abbiamo avuto il «populismo» saldamente al governo, in un crescendo di contraddizioni e di trucchi che a poco a poco si sono disvelati per quello che erano: poco o nulla.
La migliore reazione al «populismo» è fare le cose bene, dire la verità (senza pensare di detenerla esclusivamente), essere trasparenti e coerenti, calibrare le proprie riflessioni sui prossimi anni e non sul prossimo comizio, non esagerare o esasperare le cose, anche perché le cose sono esagerate e si sono esasperate senza dovere aggiungere alcunché.
Alain Badiou ne ha scritto recentemente parlando della «vita vera» e dell’urgenza di corrompere i giovani, come Socrate fu accusato di fare a suo tempo.
Nulla di paternalistico: l’invito è che la gioventù si corrompa da sola, nel senso paradossale e antifrastico di cui parla Badiou. Si corrompano a dispetto degli dèi della città, aggiungeremmo noi, a dispetto dei luoghi comuni, del pensiero unico (quale pensiero?), del «si è sempre fatto così», di una subalternità che lo schema in cui siamo immersi ha trasformato in dato antropologico. Come se fosse naturale.
Si corrompano e però si organizzino, le ragazze e i ragazzi (e prima le ragazze). Senza guardare in faccia nessuno, se non se stessi. Disubbidendo a tutto ciò che non funziona di un mondo sempre più guasto e esclusivo e però ubbidendo a se stessi e al proprio progetto di vita, guardando a quello di chi sta loro accanto, alzando lo sguardo verso le dinamiche profonde che ci attraversano. Non ci sono scorciatoie, per questa generazione, non ascoltate chi ve le promette.
In quel Socrate (e quel Platone) di Badiou c’è anche il disinteresse (a volte un vero ‘disprezzo’) per il potere, da tenere a mente. E la capacità di avere una riserva, esistenziale, non solo concettuale, nei confronti della carriera e del successo, che può portare all’aridità in un battibaleno.
Si corrompano e si mobilitino.
Non ci vuole un rimario per capire che precario fa rima con salario. E che ci vuole una grande battaglia culturale per spiegare che un’ora lavorata deve avere un valore, a prescindere dalla mansione, sotto al quale non si può scendere (e non si può scadere). Negli Stati Uniti ne parlano tutti (15 dollari all’ora, dice Sanders), in Italia ci si sottrae puntualmente alla questione. Come si fa finta di non vedere che si stanno imponendo i robot (a proposito di «pilota automatico»), che il lavoro è cambiato già, che forme di sostegno al reddito sono inevitabili, soprattutto se il reddito è discontinuo e se il lavoratore è sostituibile. Negarlo è semplicemente ridicolo.
È sufficiente un mappamondo per comprendere che i flussi migratori si possono affrontare diversamente, adeguando una legislazione ancora identica a quella di Berlusconi e Bossi e Fini, optando per soluzioni già sperimentate, come lo Sprar, senza drammatizzare i dati, come fanno tutti quanti. E affrontando le cause prime, che ci riguardano direttamente, perché quasi sempre la causa siamo noi stessi. Sto parlando della pace. Della cooperazione. Dello sfruttamento di interi continenti. Che poi vengono da noi. Chissà perché. Come dice Francesca Fornario, a furia di esportare democrazia (!), siamo rimasti senza.
Basta guardare a dati oggettivi per assumere che il problema della manodopera è che ci sono sacche di sfruttamento e che le regole non sono rispettate (Marco Omizzolo ci ricorda che ci sono soltanto 3 ispettori del lavoro per 9000 aziende agricole a Latina). Il ricorso alla manodopera straniera è sempre interessato. Da parte degli italiani, nel 99% dei casi. E non certo per ragioni umanitarie. Invece di prendercela con gli ultimi, dovremmo prendercela con chi regge un sistema in cui convenienza e razzismo si tengono perfettamente insieme. E peggiorano la vita dei penultimi, sempre più spaventati.
Basta un giro al mercato per capire che ci vuole una grande operazione trasparenza-responsabilità del sistema finanziario, dopo i ritardi disastrosi e le falsità (fake?) che sono arrivate dalla classe dirigente e dal governo tutto. Nomi e cognomi non sono inesigibili. Perché a sentir parlare di certe cose l’indignazione si trasforma in ciascun cittadino, non solo tra gli «untori» del «populismo» in un vero e proprio «furore».
Non abbiamo bisogno di strateghi visionari per comprendere che dobbiamo cambiare paradigma energetico, investendo esattamente come si è fatto per gli appartamenti e per i condomini in un’opera di ristrutturazione del nostro consumo energetico e del nostro fabbisogno, per essere sovrani e non dover dipendere da sceicchi e dittatori. Dall’autoproduzione alla ricerca più avanzata, una «vocazione» per l’Italia, povera di materie prime, ricca di tesori culturali e ambientali.
Per fare tutto questo è necessario però decidersi. Organizzarsi. Scrivere un progetto di governo. Condividerlo. E unirsi intorno a esso. A una cultura politica. A impegni precisi e documentati. Prima ancora che a un uomo della provvidenza, come è già stato fatto e rifatto, con gli esiti che si potevano immaginare. Però no, noi italiani dobbiamo sempre andare fino in fondo: finché non sbattiamo la testa contro il muro, all'esistenza del muro non crediamo mai.
Se vorrete noi con Possibile ci siamo. Non dobbiamo aspettare altro. L’anno è arrivato. 
Fin da lunedì saremo a disposizione per proseguire il nostro lavoro attraverso focus sui temi principali, discuterne nella nostra piattaforma telematica per metterli a punto con mille occhi e altrettanti ‘mani’ (in un grande coworking), definire un percorso verso le elezioni con una «comitato di garanzia elettorale», ripartendo con il nostro tour #ricostituente, ancora costituzionale: perché ci sono alcuni preziosi articoli della Costituzione da cui si deve ripartire e che non possono più essere elusi. E delusi i cittadini.
Proposte che diventeranno leggi di iniziativa popolare (e elettorale). Candidature delle migliori italiane e dei migliori italiani, onorevoli prima di diventarlo, che condividano con noi un patto, quello verso la nostra Repubblica, che è cosa che non si risolve con lo Stato, ma contiene ciascuno di noi.
Non lo faremo da soli: lo faremo con chi vorrà condividere questo progetto e il «metodo» di Possibile che ci siamo dati e che vogliamo seguire. E non candideremo banalmente noi stessi, ma quell’Italia corrotta (nel senso di cui sopra) che non ci sta, che non accetta l’alzata di spalle e l’occhiolino, che vuole ancora ritrovare una misura. La misura dell’anima, quella secondo la quale per stare bene e realizzare se stessi si deve avere a cuore l’ambiente che ci circonda. Il paesaggio intorno a noi. E i diritti dentro di noi.
Se volete partecipare, alla pari, con il vostro contributo, cliccate qui oppure scrivete a campagne chiocciola politica punto com. Vi aspettiamo. E non aspettiamo altro.

P.S.: so già che qualcuno dirà: siete troppo pochi. E così non serve a nulla. Ma c'è un «ma», anzi ce ne sono due: se ci sarete anche voi, non saremo così pochi (e non serviamo a nulla perché, come diceva un vecchio adagio, non siamo servi di nessuno). E, secondo «ma»: qualcuno deve pur incominciare. Tanti cari auguri. Che sia un anno di gioia.

Fonte: ciwati.it

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