La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

La vera notizia che il giornalismo non vuole vedere

di Alberto Burgio
È forse il caso di tornare sull’attacco mosso da Beppe Grillo alle testate che, a suo dire, fabbricano notizie false nell’interesse del potere costituito. Grillo non perde occasione per muoversi come un energumeno nella cristalleria. Del resto il suo scopo è mercantile, essendo ormai la politica una merce. Fare proseliti, piazzare il prodotto, conquistare maggiore visibilità. Con buona pace della qualità di una sfera pubblica ormai insostenibile per volgarità. Enrico Mentana ha quindi avuto buon gioco. Ha minacciato querele e subito ottenuto soddisfazione, a riprova della consistenza della campagna grillina. Quindi: incidente chiuso, e tanto rumore per nulla.
Senonché l’episodio è un’occasione persa perché, al netto del fragore mediatico, l’accusa ha in sé una verità interna che la replica del direttore del Tg7 rischia di oscurare. Mentana ha replicato in nome proprio e della corporazione, invocando alti principi e buone ragioni. Ha sfidato Grillo a dimostrare le proprie accuse e ha facilmente avuto la meglio.
Ma questo dimostra la buona qualità del giornalismo italiano e, soprattutto, la sua irreprensibilità etica e politica? Evidentemente no, e parlarne seriamente una buona volta sarebbe vantaggioso, benché forse incomodo per taluni. Il fatto è che chi vuol difendere a priori e in blocco il giornalismo nazionale non potrebbe augurarsi critici migliori di Beppe Grillo, le cui invettive scomposte offrono il destro a difese altrettanto generiche.
In che senso vi sarebbe materia per una utile discussione sulla qualità dell’informazione nel nostro paese e sul nesso tra giornalismo e potere politico?
È presto detto, con il primo esempio che viene in mente. Al netto dell’insulto, c’è di che scandalizzarsi per l’accusa di divulgare verità distorte («governative») se si pensa al quotidiano racconto della crisi che ci accompagna da una decina d’anni e mediante il quale si è scrupolosamente impedito ai non addetti ai lavori di vedere il gigantesco processo di drenaggio verso l’alto della ricchezza sociale che ha trasformato il mondo capitalistico?
La crisi è stata e continua a essere venduta dalla maggioranza di giornali e tv come un evento fatale, un terremoto o uno tsunami.
Se ne è parlato e se ne parla in modo cifrato, sempre tacendo verità elementari che avrebbero forse esibito relazioni pericolose. Non si è soltanto evitato di chiarire al volgo che l’immenso potere economico e politico dei grandi investitori è frutto delle scelte compiute negli anni ’90 (non soltanto dall’amministrazione Clinton, anche dalle classi dirigenti europee) di liberalizzare i movimenti di capitale, di rimuovere ogni distinzione tra banche commerciali e banche d’investimento e di privatizzare interi settori dello Stato sociale.
Si è anche, coerentemente, impedito di comprendere che la sequenza di disastri innescata nel 2007 dalla crisi dei mutui subprime e dalla bancarotta di Lehman Brothers si è propagata in Europa ed è diventata una duratura tragedia per milioni di persone perché si è scelta una strategia di politica economica incentrata sulla socializzazione delle bancarotte private: una storia che continua ancora, come mostra il caso Mps.
La crisi non è stata una catastrofe naturale né una disgrazia per tutti. Ha operato, come ogni guerra, ridisegnando le gerarchie sociali, radicalizzando le sperequazioni, creando nuove oligarchie. Un giornalismo indipendente e critico – oltre che all’altezza – non avrebbe forse dovuto mettere le opinioni pubbliche in condizione di decifrare i processi in atto e di farsi un’idea per quanto possibile chiara delle responsabilità di chi in Italia e in Europa – politici, tecnocrati, banchieri centrali – ha contributo alla costruzione di un efficiente sistema di privatizzazione della ricchezza sociale in grado di avvantaggiarsi delle sue stesse inevitabili crisi sistemiche?
Chi si inalbera nel nome dell’onorabilità della categoria può in coscienza rispondere che si è fatto il possibile in tal senso e non invece per accreditare letture superficiali, disorientanti e fatalistiche?
Si potrebbe naturalmente continuare moltiplicando gli esempi. Varrebbe la pena di discutere una buona volta anche di giornalismo d’inchiesta piuttosto che di conformismo mediatico, o di riflettere sulla logica delle interviste zerbino o dei famigerati talk-show. Ma occorrerebbe volersi interrogare senza partiti presi, e di questa disponibilità non pare esservi traccia.

Fonte: Il manifesto 

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